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Archive for the ‘satira e satiri’ Category

 

L’interminabile saga cinematografica consacrata alle gesta epiche dell’Uomo del Monte ha inizio con la cosiddetta “Trilogia del potere”, che comprende tre episodi: “De Mita, la genesi”, “De Mita, l’ascesa“ e “De Mita, l’apoteosi”. I primi tre film della lunga serie dedicata all’epopea demitiana, rievocano l’infanzia e le esperienze politiche giovanili del protagonista a partire dalla nascita in quel di Nusco, un paesino arroccato sui monti irpini, fino a ricostruire la rapida ascesa e la scalata del potere politico, prima sul terreno locale e poi su quello nazionale, quando nelle mani di Super Ciriaco si concentrarono la segreteria nazionale della Democrazia Cristiana e la guida del governo.

In seguito, la saga cinematografica si è arricchita di una nuova trilogia, la cosiddetta “Trilogia dell’eroe”, comprendente altri tre episodi significativi. Il primo dei quali, intitolato “De Mita, la caduta”, descrive la fase discendente della parabola demitiana, ripercorrendo lo scandalo dell’Irpiniagate e le vicissitudini politico-giudiziarie di Tangentopoli che hanno sancito il crollo della Prima Repubblica, decretando la fine ingloriosa del regime craxiano e dell’asse governativo C.A.F. (Craxi/Andreotti/Forlani).

Il secondo episodio ha per titolo “De Mita, il riscatto” e racconta la fase successiva della leggendaria carriera di Super Ciriaco, sopravvissuto eroicamente alla bufera di Mani Pulite, ripercorrendo le tappe della ripresa dopo l’avvento della Seconda Repubblica e la “discesa in campo” del sedicente “nuovo che avanza”, il presunto “Unto del Signore”, in arte “Cavaliere Nero”, alias “Satiro nazionale”, al secolo Silvio Berlusconi da Hardcore.

 Il terzo ed ultimo episodio della trilogia in questione si intitola “De Mita, ancora tu?“ e mette in scena le nuove prodezze (ogni riferimento a Prodi è puramente involontario e casuale) del nostro irriducibile eroe, che resiste con tenacia alle avversità del destino.

E’ imminente la proiezione nelle sale cinematografiche dell’ultimo film che chiude (per il momento) la saga mitologica del Signore di Nusco. Il titolo è “De Mita, la vendetta”, scritto, diretto ed interpretato dal mitico Ciriaco in persona. Un film da non perdere.

Il film narra come, dopo l’amara esclusione dalle liste del PD ad opera del finto “buono”, il cinico Veltronix, l’eroe di Nusco decide di abbandonare il partito per aderire alla formazione politica della Rosa Bianca ed infine all’UDC. Da quel momento coverà nell’animo un solo sentimento e un solo scopo: vendicare il torto subito dal perfido nemico. Il quale, con la scusa dell’età, lo ha malamente estromesso dalle candidature spingendolo ad uscire dal partito, dopo che lo stesso Ciriaco aveva concorso alla formazione del PD e al trionfo di Veltronix alle primarie del Partito Demo(n)cratico.

In effetti l’età non c’entra nulla, visto che un altro personaggio più anziano del nostro eroe è convinto dal famigerato Veltronix a candidarsi nelle liste del PD. Il vero motivo dell’epurazione di Ciriaco è l’accento dialettale che tradisce l’origine meridionale, più esattamente irpina. Dunque, Veltronix ha dimostrato di essere un razzista anti-meridionale, ma non ha compreso chi si è inimicato. Ora il nostro eroe ha una ragione in più di vita e può coltivare la più nobile ed eroica tra le passioni umane, cioè la vendetta.

 La sete di rivincita lo induce a spendere tutte le sue energie per restituire lo smacco ricevuto dall’acerrimo nemico Veltronix, contribuendo alla capitolazione del PD, ma soprattutto alla sconfitta di un suo “ex pupillo” locale, l’onnipotente sindaco di Lioni.

 Le competizioni elettorali che si stanno disputando in questi giorni in alcuni centri dell’Alta Irpinia potrebbero rivelare esiti imprevisti. La campagna elettorale ha già riservato i primi colpi di scena, ma il bello deve ancora venire. Non intendo anticipare le sensazionali sorprese contenute nel film, per cui vi consiglio di non perdere l’epilogo.

 La leggendaria saga dell’Uomo del monte, imperatore dell’Alta Irpinia, non si è ancora definitivamente compiuta, ma continuerà ad essere rappresentata sul grande schermo.

 To be continued

Lucio Garofalo

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Ieri mattina, Roma è stata invasa da migliaia di pellegrini giunti nella capitale per assistere alla cerimonia di beatificazione di Karol Wojtyla, in arte papa Giovanni Paolo II. Per l’occasione sono rimasti aperti i numerosi negozi che riempiono le vie della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e nel contempo uno dei più ricchi e potenti del mondo.

 Piazza San Pietro è stata il punto di arrivo e di raccolta in cui si sono concentrate le masse dei fedeli idolatranti. L’evento mediatico, trasmesso a reti unificate, ha eclissato e costretto in secondo piano le manifestazioni legate al Primo Maggio, celebrato quest’anno in salsa “patriottica” in omaggio al 150° anniversario dell’unità d’Italia.

 Le folle di devoti adoranti, riunite dinanzi al “Cupolone” della basilica di San Pietro, hanno oscurato il raduno che si svolge ogni anno in Piazza San Giovanni per seguire il classico concerto musicale organizzato dai sindacati confederali, anch’esso dedicato alla ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia. In tal modo, l’apoteosi papista e clericale si è sovrapposta all’orgia nazionalista. Il risultato è una sbornia di proporzioni colossali.

A proposito del “Cupolone”, anche a Lioni (visto che non ci facciamo mancare assolutamente nulla) abbiamo il nostro piccolo “cupolone”, o “panettone”, come qualcuno l’apostrofa, vale a dire la chiesa consacrata al patrono del paese, San Rocco.

Inoltre, a contendersi gli scranni del sindaco e della Giunta comunale si sono presentate quest’anno due “cupolette”, in pratica due cricche locali. Pertanto, dover scegliere tra due “offerte opzionali” perfettamente complementari tra loro, per nulla alternative bensì speculari, è un atto semplicemente imbarazzante, nonché sterile e frustrante.

 C’è chi obietta e suggerisce di votare (dunque, premiare) il “male minore”. Ah! Ah! Ah! Una valanga di risate li seppellirà. Ma se non basterà una risata, vorrà dire che si dovrà “scendere in campo” per contrastarli sul loro terreno, cioè sul terreno dei rapporti di forza, per “marcarli stretti”, incalzarli e, se necessario, scontrarsi con il potere reale.

 Conviene ridere per non piangere. Si pretende di farci credere ancora alla favola del “male minore” a cui non credono più neanche i bambini. Ma quale sarebbe il “male minore”? Probabilmente l’abbiamo già sperimentato. Quella del “male minore” è una soluzione consolatoria che equivale a decidere quale potrebbe essere la “fregatura minore”. Ma una fregatura è in ogni caso una fregatura. Per la serie “comunque vada, sarà una fregatura”. E non ci saranno santi protettori a salvarci dalle loro grinfie rapaci.

 Sono anni ormai che la “sinistra” italiota, sia nazionale che locale, si è ridotta a propagandare la tesi balorda e ridicola secondo cui “conviene” (a chi?) scegliere il “male minore” e puntualmente, ci ritroviamo al potere il “male peggiore”. E’ ora di smetterla.

Il “miracolo della democrazia” consiste nell’estrema facilità con cui la gente si lascia abbindolare ed ingannare, nell’estrema facilità con cui la gente si convince a recarsi alle urne per scegliere ogni 5 anni, se non anticipatamente, i padroni da cui farsi sfruttare.

Lucio Garofalo

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Chiarisco subito che il presente articolo è a sfondo eroicomico e satirico, e come tale va letto. Un adagio recita “la realtà supera la fantasia” e a volte la realtà supera persino la satira. La saggezza popolare ci assiste soprattutto in tempi di campagna elettorale.

 Fatta questa premessa, introduco l’argomento. Anni fa, parafrasando una frase di Lenin sull’estremismo come “malattia infantile del comunismo”, ebbi modo di intuire che “il demitismo è la malattia senile di un certo tipo di marxismo”. In un quadro di tatticismi, acrobazie ed equilibrismi politici che si sono intensificati a livello locale, mi pare di dover aggiornare la battuta nel seguente modo: “il demitismo senza De Mita è la malattia senile di un certo tipo di ex marxismo”.

A proposito di demitismo non si può non ricordare il piano di finta industrializzazione imposto negli anni della ricostruzione post-sismica, che ha rovinato l’ambiente e l’economia locale. In Irpinia venne importato un modello di sviluppo calato da una realtà che non ci appartiene, per cui si è rivelato fallimentare. E non poteva essere altrimenti. Per inciso, ricordo le tante ”cattedrali nel deserto” come l’ESI SUD, la IATO e altre industrie fallite, i cui dirigenti, in gran parte provenienti dal Nord Italia, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone sfruttando i finanziamenti previsti dalla Legge 219/1981 varata per l’industrializzazione e la ricostruzione delle aree terremotate. Quel disegno si basava su una strategia miope poiché non teneva conto del mercato locale e delle peculiarità del nostro territorio.

Riprendendo il discorso iniziale occorre notare come in questo turno elettorale, a contendersi la carica di sindaco di Lioni siano due figure tra loro diverse, ma speculari, della politica locale: l’uno si proclama di centro-sinistra, l’altro fa riferimento ad una “lista civica” che è il travestimento di una coalizione di centro o centro-destra, o viceversa. Non voglio affermare in modo qualunquistico che le posizioni siano intercambiabili, ma non nascondo una certa tentazione a farlo. Probabilmente la differenza tra i due candidati, per certi versi casuale, è la seguente: l’uno è un ex marxista, ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ex anti demitiano, l’altro è una sorta di outsider, la cui candidatura a sindaco è emersa all’ultimo minuto, come impone ormai la tradizione lionese, ma non è esattamente un neofita, ma uno degli esponenti relativamente più giovani della “vecchia guardia” socialista che a Lioni ha sempre avuto una presenza politica di rilevo, quindi anch’egli è, a suo modo, un ex.

Nella precedente campagna elettorale il professore ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ricevette l’investitura dall’alto del Monte ed è stato per un periodo il referente ufficiale di De Mita sul territorio comunale, oggi è il candidato alla poltrona di sindaco di una coalizione di centro-sinistra che orbita nel campo di attrazione gravitazionale del PD con una formazione di gregari che ruotano alla stregua di vari satelliti attorno all’”astro” della politica lionese. E’ innegabile che tale ”squadra” sia imperniata sulla figura centrale del “capitano” ed è altrettanto evidente che risenta di un’egemonia personalistica esercitata dal suo “narcisismo intellettuale”. L’altro candidato alla poltrona di sindaco è, ripeto, un “outsider” che non è accreditato come il più autorevole fra gli esponenti politici lionesi, cioè un demitiano a denominazione d’origine controllata. In ogni caso non si tratta di un novizio sprovveduto ed ha alle spalle un gruppo agguerrito di “vecchie volpi” della politica locale. A questo punto la situazione relativa alla campagna elettorale per le amministrative lionesi, è ufficiale e definitiva.

 Dunque, una cosa è certa: a Lioni dobbiamo rassegnarci all’assenza di un’autentica forza di alternativa al sistema di potere vigente. A Lioni manca da tempo un’opposizione seria e credibile per cui si registra un disavanzo di democrazia, trasparenza e vigilanza che favorisce l’arbitrio di chi detiene le redini dell’Amministrazione. Al di là dei singoli episodi l’analisi si può sintetizzare nel modo seguente: la differenza tra il contesto odierno e il passato consiste nell’assenza di un soggetto di opposizione politica. Oggi il dissenso stenta a tradursi in un progetto di trasformazione dell’assetto politico e sociale lionese. Aggiungo che la mancanza di diritti e tutele a favore di chi non dispone di amicizie politiche non investe solo la realtà di Lioni. Anche in passato, se una persona non poteva affidarsi al ”santo in paradiso” in quanto non aveva agganci con il notabile che deteneva l’esercizio del potere, non contava nulla. Per quanto concerne l’orientamento da seguire, non ci sono dubbi: o si accettano ingiustizie, soprusi e prepotenze, comportandosi in modo vile e conformista, o si inizia ad agire in termini incisivi, provando ad organizzare pratiche di resistenza collettiva con tutti quelli che si dichiarano propensi ad un’azione antagonista per contrastare l’arbitrio vigente. Sono da evitare le iniziative isolate per non rischiare di subire la classica fine di Don Chisciotte (l’eroe comico per antonomasia) che pretendeva di battersi contro i mulini a vento.

 Potrei soffermarmi sulla portata storica del demitismo e sulle responsabilità del sistema politico rispetto al mancato sviluppo delle nostre zone, rispetto al miraggio dell’industrializzazione, rispetto alla disoccupazione diffusa tra i giovani, costretti ad una nuova emigrazione, rispetto allo spopolamento e al degrado delle nostre comunità. Certo, non tutti i mali sono imputabili al signore di Nusco, tuttavia esistono verità che nessuno può smentire se non in mala fede. De Mita è stato il massimo vertice istituzionale di una classe dirigente locale e nazionale che ha dominato la fase della ricostruzione post-sismica, la cui gestione è stata quantomeno discutibile nei metodi e nei fini. De Mita è tuttora in auge ed ha perpetuato il suo potere a livello locale. In Irpinia, il vero problema non è tanto la destra berlusconiana, quanto il centro demitiano. Si pensi ai guasti arrecati da un sistema imperniato sul cinismo di logiche affaristiche, clientelari e paternalistiche riconducibili alla ”scuola” di Nusco, che ha istruito diversi allievi che hanno superato il loro maestro. Senza fare nomi, questi epigoni, veri campioni del demitismo senza De Mita, sono presenti in modo trasversale.

 Uscendo fuor di metafora, cioè fuori dal linguaggio ironico e surreale della satira, provo a sintetizzare il mio “atto d’accusa”. Al sistema berlusconiano si rimprovera il conflitto d’interessi che privilegia B. e la sua cricca. Ciò è un dato di fatto. Eppure, quanti conflitti d’interessi sono evidenti, o latenti, nel campo delle amministrazioni locali? E nel caso di Lioni? Un conflitto d’interessi riguarda il commercio, che è da sempre l’ossatura dell’economia locale. Ebbene, colui che presiede la gestione di tale settore è coinvolto direttamente in quanto commerciante. Cos’è questo se non un conflitto d’interessi in piena regola? Insomma, la Pubblica Amministrazione è ormai ridotta ad un comitato d’affari. Ma la cosa più grave è che è mancata una degna opposizione tra i banchi del Consiglio municipale. E quando manca un soggetto che garantisca un’azione di controllo, trasparenza e denuncia amministrativa, il rischio è una deriva autoritaria e una degenerazione morale della Pubblica Amministrazione, che scade nel regno degli abusi e delle ingiustizie a danno della comunità e a vantaggio di affaristi senza scrupoli.

Chiudo con una provocazione finale. Affarismo, assistenzialismo, clientelismo, parassitismo e paternalismo, sono l’essenza di un potere criminogeno che incoraggia comportamenti disonesti, seminando il germe dell’illegalità. Esempi in tal senso sono il berlusconismo e il demitismo. L’aspetto più inquietante è che tali sistemi esistono indipendentemente dai loro iniziatori grazie a discepoli in grado di scalzare i “maestri”.

Lucio Garofalo

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Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.

Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.

La rivoluzione antropologica della mafia

Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.

Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.

Mafia S.p.A.

La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.

“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.

In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.

Non vedo, non sento, non parlo

In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell’Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.

Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.

Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.

Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.

La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.

Lucio Garofalo

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La stitichezza si accompagna sovente all’avarizia, all’introversione, alla malinconia, alla reticenza verbale, mentre la scioltezza di corpo si associa più facilmente alla generosità, all’estroversione, all’allegria, alla loquacità. Non a caso, all’inizio della sua brillante carriera il comico Roberto Benigni scrisse e dedicò un surreale inno al corpo sciolto intitolato, per l’appunto, “L’inno del corpo sciolto”.

Chi è sciolto di corpo è sciolto di mente e di spirito, ma è sciolto anche con il linguaggio. Chi evacua facilmente e frequentemente l’intestino è una persona ironica e spiritosa, che usa con facilità le parole ed è in grado di cogliere i concetti più sottili e raffinati.

A proposito di corpo sciolto vorrei soffermarmi sul tema del corpo-rativismo.

Qualche noto esponente governativo, facendo riferimento alle vertenze sorte nella scuola, ha rimproverato gli insegnanti di condurre una “battaglia corporativa”. Ebbene, se per costoro il posto di lavoro, i diritti e le regole sindacali sono una questione corporativa, è probabile che abbiano un urgente bisogno di un potente lassativo, non tanto per sciogliere e svuotare l’intestino, quanto per liberare la mente dai troppi pregiudizi e luoghi comuni che provocano la stitichezza e l’impaccio del pensiero.

E’ alquanto probabile che costoro confondano il “corporativismo” con lo “spirito di corpo”, e con ciò intendo dire che il loro spirito è stitico ed impacciato, ossia incapace di “andare di corpo”, allo stesso modo in cui il loro corpo è stitico ed impacciato, nel senso che è incapace di spirito, cioè di essere spiritoso, sciolto, ironico ed arguto.

A voler essere precisi anche sul piano lessicale, il vero corporativismo corrisponde ad un atteggiamento sistematico volto a conservare e perpetuare i privilegi esclusivi della propria categoria professionale.

Mi chiedo: è “corporativismo” anche l’ostinata lotta di chi vuole salvaguardare la propria salute fisica o tutelare l’integrità del proprio ambiente e del proprio territorio? Secondo tale logica la dura vertenza condotta, ad esempio, dagli abitanti della Val di Susa contro l’alta velocità sarebbe una “battaglia corporativa”? E altrettanto corporativi sarebbero gli scioperi e le lotte sostenute dagli operai per difendere i propri posti di lavoro contro la crisi economica e i licenziamenti di massa? Certamente, mi sembrano battaglie assolutamente giuste e dignitose, sacrosante e necessarie.

Probabilmente si crede che il “corporativismo” degli insegnanti costituisca una tendenza conservatrice e piccolo-borghese, ossia classista ed opportunistica, in quanto finalizzata esclusivamente alla preservazione dei privilegi economici (ma quali sono questi privilegi?) di una sola categoria professionale, cioè il corpo docente. Al contrario, il “corporativismo” degli operai avrebbe maggior dignità e valore in quanto potrebbe trasformarsi (ma in virtù di quale meccanismo o processo?) nella lotta di classe.

Pertanto, il corporativismo operaio corrisponderebbe all’operaismo rivoluzionario, alla lotta di classe contro il capitalismo, spettante alle masse operaie. Di conseguenza, la lotta di classe sarebbe il risultato di un processo storico determinato dalle tendenze economiche, sindacali e politiche di origine operaia? Non mi pare proprio. Basta vedere come vota una parte cospicua degli operai nel nostro Paese.

Riassumendo in breve il pensiero stitico ed impacciato di taluni esponenti governativi “anti-statalisti”, questo sarebbe il loro schema di ragionamento “anti-corpo-rativista”:

– corporativismo operaio = lotta di classe rivoluzionaria;

– corporativismo degli insegnanti = tendenza egoistica e classista in difesa dei propri privilegi economico-professionali = opportunismo piccolo-borghese.

Complimenti, dunque, ai suddetti ministri, che dimostrano di non possedere idee molto chiare e molto sciolte, ossia hanno poche idee, oltretutto confuse. Suggerirei di assumere un efficace lassativo per sciogliere il loro pensiero dai tanti impacci mentali che ne impediscono le capacità di analisi e di ragionamento. Ovviamente non alludo ai metodi purgativi di stampo fascista, in modo particolare alle soluzioni a base di olio di ricino adottate da quel regime politico dittatoriale che, per un ventennio, ha dispensato “purghe” in tutta Italia, non certo per sciogliere o liberare la mente degli italiani. Anzi!

Concludo dicendo che una coscienza di classe matura anche attraverso battaglie che sorgono inizialmente come “corporative”, laddove una mente originariamente corporativistica riesce a liberarsi, ad acquisire e ad esprimere una crescente capacità di analisi e di critica della società nel suo insieme. Il salto di qualità politico-intellettuale avviene nel momento in cui da uno stato di “autocoscienza individuale”, il soggetto si evolve verso un livello superiore di “autocoscienza universale”.

Mi accorgo di essere diventato un pò troppo astruso e complicato, per cui i poveri esponenti del governo potrebbero sentirsi ancora più ingolfati nel loro cervello oltremodo stitico ed impacciato.

Lucio Garofalo

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Con questo intervento vorrei contribuire, per quanto possibile, alla riflessione critica sollecitata da Salvatore Ruggiero sulla nostra realtà per provare a sensibilizzare le coscienze di tutti sulla questione del “disagio giovanile”, che purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso nelle zone interne del Meridione, anche in quelle comunità dell’Alta Irpinia troppo spesso considerate, a torto e superficialmente, come un’“oasi felice”.

Le nostre piccole comunità costituiscono un pezzo dell’Italia meridionale, un tessuto di relazioni apparentemente “normali” e “pacifiche”, ma che in realtà tradiscono un progressivo imbarbarimento dei comportamenti e dei rapporti sociali, di cui i recenti “atti vandalici” rappresentano un spia inequivocabile ed allarmante. Questi gesti, così come altri atteggiamenti riconducibili alla nozione delle “devianze giovanili”,  indicano un pericoloso arretramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in particolare delle giovani generazioni e degli anziani.

Dopo questa premessa, intendo puntualizzare che la categoria del “disagio giovanile” è una formula linguistica senza dubbio errata e fuorviante visto che il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di “disagio sociale”, sebbene il malessere investa soprattutto le fasce dei giovani e degli anziani, cioè i settori più fragili della società in quanto più esposti alle difficoltà, di ordine anzitutto materiale, che il vivere quotidiano frappone sul cammino delle persone, senza concedere una possibilità e, in qualche caso, nemmeno la speranza di superamento.

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione che turba persino le fasce sociali maggiormente scolarizzate, il ricatto anacronistico, ma sempre incombente, delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei rapporti e dei contratti di lavoro ed in generale della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e di ogni tutela sociale, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono probabilmente le condizioni più drammatiche e dolorose, le cause strutturali che generano il malessere materiale ed esistenziale dei nostri giovani.

Intere generazioni nascono, crescono, studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere il proprio talento, per scoprire un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi a livello professionale e relazionale. Se invece restano, i nostri giovani sono costretti a “scelte” umilianti, come inchinarsi al solito “santo protettore” o farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Tali esperienze non sono per nulla dignitose e in ogni caso non consentono di affermare la propria indipendenza economica, né di raggiungere la piena autonomia umana, sociale e politica. Si tratta di condizioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Per queste ragioni mi sembra inevitabile “scagliarmi” contro l’ipocrisia, l’apatia e l’indifferenza, lo strabismo,  l’impotenza e l’inefficienza delle istituzioni locali, incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del “fenomeno”, ossia le ragioni di questa diffusa disperazione sociale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, di solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti – e sembrano destinati ad aumentare, purtroppo – sono i lavoratori già “anziani” che si trovano improvvisamente senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento brutale.

Per cogliere la drammaticità della situazione basterebbe segnalare un dato davvero impressionante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ognuno di noi: anche quest’anno il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha segnato un triste primato per l’Italia meridionale. Per non parlare del numero dei decessi causati da overdose.

Queste cifre sono davvero raccapriccianti e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a prendere qualche provvedimento tutti coloro che sono deputati a livello politico istituzionale per rispondere a simili “emergenze” sociali, come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di questioni distinte, che richiedono interventi separati, ma esigono comunque un’analisi razionale ed unitaria che inquadri i problemi nella loro totalità, un’indagine in grado di spiegarne le cause oggettive.

E’ lecito chiedersi quale sia stata finora la “risposta” messa in atto dalle istituzioni politiche locali. Semplicemente il ricorso alle forze dell’ordine, all’inasprimento dei controlli e dei posti di blocco, insomma alla repressione, come se tali metodi fossero in grado di rimediare al malessere che dilaga nelle nostre comunità e che scaturisce da “emergenze” sociali che non hanno ancora ricevuto una soluzione adeguata ed efficace.

Lucio Garofalo

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Ripropongo un mio articolo scritto alcuni mesi fa per discutere delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza delle nostre popolazioni a partire dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il ragionamento si potrebbe estendere a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro decente e a una vita dignitosa per l’avvenire delle giovani generazioni. Dunque, proviamo a svolgere un’analisi onesta e obiettiva sull’attuale situazione politica e sociale in Irpinia. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine. Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è in fase di crescita esponenziale negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata quasi sempre a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che inevitabilmente ne pagano le conseguenze. Infatti, anche in Irpinia si registrano percentuali davvero inquietanti di omicidi bianchi, vere e proprie stragi sul lavoro di cui quasi nessuno parla. In larga parte le vittime dell’infortunistica sul lavoro sono costituite da manodopera di origine straniera impiegata nel settore dell’edilizia. Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione di emergenza già da qualche anno: “Purtroppo – così dichiara nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti – i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire ed ingannare la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori. Ma torniamo al punto di partenza, vale a dire al tema della disoccupazione giovanile. Questa rappresenta in ogni caso una tragedia collettiva in quanto produce effetti di depressione e disgregazione che lacerano il tessuto sociale, esponendo i soggetti più indifesi al ricatto politico clientelare dei notabili locali e comprimendo gli spazi di libertà e convivenza democratica. Pertanto, è “inevitabile” che i migliori cervelli siano condannati alla fuga, ad una sorta di esilio forzato che li obbliga ad emigrare oltre i confini del proprio territorio, in alcuni casi persino all’estero, per ottenere ed esercitare una professione adeguata alle proprie aspettative, per conquistare un lavoro dignitoso che li metta in condizione di affermarsi, seppure in un luogo distante dalla famiglia e dal paese d’origine. In molti casi, mettendo radici altrove, senza fare più ritorno nella terra natia. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti a dir poco sconcertanti, che sono totalmente ignorati o sottovalutati, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, un esodo di intere generazioni di giovani che mostrano notevoli percentuali e livelli di scolarità. Infatti, gli elementi più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere al ricatto clientelare imposto dai notabili locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che, invece, è un diritto che spetta a ogni cittadino, sancito nel dettato costituzionale. Quindi, occorre riconoscere un dato di fatto talmente palese che indica l’inasprimento e il peggioramento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale, anche e soprattutto in seguito all’attuale crisi economica internazionale. Tali problemi esistono e si aggravano pesino nei piccoli centri della nostra provincia, che non rappresentano più le “oasi felici” di un tempo, oltretutto perché si è allentata quella secolare rete di reciproca solidarietà che in passato sorreggeva le nostre comunità, un tempo considerate (giustamente) a misura d’uomo. Negli ultimi anni, a causa della globalizzazione economica la realtà irpina ha accusato un’improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell’emigrazione, dell’emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali, le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo gli indizi più inquietanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione anche per le fasce sociali più scolarizzate, il ricatto sempre più anacronistico delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l’assenza di tutele e diritti: queste sono le cause strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero sarebbero costrette ad inchinarsi al solito “santo protettore”, oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori. Preciso altresì che l’espressione “disagio giovanile” è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è riconducibile ad un dato anagrafico. E’ invece più corretto riferirsi al “disagio sociale”, benché questo malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana impone agli esseri umani, offrendo scarse speranze e possibilità di superamento. Occorre aggiungere che anche un’elevata percentuale della popolazione senile sopporta stenti e privazioni derivanti soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme e nelle dimensioni di un tempo. Oggi l’Irpinia è un ampio comprensorio di piccoli comuni di montagna soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono quasi nulla ai giovani, sia sul versante delle prospettive occupazionali sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri locali pubblici nella migliore delle ipotesi, è una provincia ridotta ad un luogo di noia e desolazione, per cui attecchiscono atteggiamenti insani, si affermano devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, abitudini impensabili fino a 25 anni fa. Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo dimensioni di massa un tempo ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano i mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali verificatisi nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, ossia in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente detto “moda”. In questo ragionamento occupa una posizione centrale la mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria esistenza quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ai consumi economici. Tale mistificazione ideologica è funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero”, divenuto un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Tali fenomeni di massificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia. E’ estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti) non sono affatto rappresentativi della situazione delle tossicodipendenze in Irpinia, per cui stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Un dato certo e inoppugnabile è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità irpine si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, ossia altrove, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano. Tali dati, pur nella loro agghiacciante “asetticità”, ci consegnano un quadro allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani più validi ad allontanarsi dal posto in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi altrove, per realizzarsi non solo nell’ambito professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece finirebbe mortificato se restassero nella loro terra. Tali evidenze non solo turbano la nostra coscienza, ma dovrebbero indurre quanti sono deputati a livello politico-istituzionale ad adottare i provvedimenti più adatti a risolvere le drammatiche emergenze sociali come quella dei decessi per overdose, oppure dell’emigrazione e della disoccupazione giovanile, del lavoro nero e degli infortuni sul lavoro. Si tratta indubbiamente di questioni distinte, ma che esigono un’analisi lucida, razionale e unitaria, in grado di comprenderne e spiegarne le cause reali. Ebbene, qual è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell’ordine, l’intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione efficace e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all’assenza di diritti e di tutele, di speranze e di possibilità per i tanti giovani, e meno giovani, dell’Irpinia. Lucio Garofalo

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