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Archive for the ‘crisi del capitalismo’ Category

In occasione del 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl, che ricorreva esattamente il 26 aprile scorso, è tornato in mente un accostamento con il 1986, in modo particolare per la coincidenza di due eventi: l’attacco militare contro la Libia (per la cronaca, ricordo che nel 1986 l’amministrazione presieduta da Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli e Bengasi) e l’incidente nucleare nella cittadina ucraina.

L’attuale situazione politica ed economica mondiale è inasprita da numerosi altri fattori, a cominciare dalla gravissima recessione internazionale, paragonabile alla “grande depressione” del 1929, indubbiamente peggiore rispetto alla crisi petrolifera del 1974.

 Non c’è dubbio che il regime libico di Gheddafi non abbia mai svolto un ruolo effettivamente “critico” o “antagonista” rispetto alle ingerenze dell’Occidente, tanto nel 1986 quanto nel 2011, ma è stato sempre funzionale agli interessi di supremazia economica, politica e militare, cari alle potenze imperialistiche del Nord del mondo.

Peraltro l’atteggiamento ambiguo e controverso della Libia ha sempre fatto comodo alla Cia e al militarismo Usa, al Mossad e al terrorismo sionista, ed ha sempre osteggiato, di fatto, la causa palestinese, soprattutto quando il colonnello Gheddafi ha armato e appoggiato le fazioni palestinesi più estremiste e violente, come il gruppo paramilitare fondato e guidato da Abu Abbas, il Fronte per la Liberazione della Palestina, che non a caso si rese responsabile dell’eliminazione fisica di numerosi esponenti dell’OLP di Arafat, quasi quanti ne abbiano assassinati gli agenti dei servizi segreti israeliani.

 L’anno prima della tragedia di Chernobyl, ossia nel 1985, un commando che faceva capo al FLP realizzò, al largo delle coste egiziane, il dirottamento dell’Achille Lauro, una nave da crociera italiana, sequestrando l’equipaggio e i passeggeri. Nel corso dell’azione perse la vita Leon Klinghoffer, un disabile di religione ebraica e cittadinanza statunitense. La vicenda fu all’origine della “crisi di Sigonella” esplosa tra il governo italiano, guidato all’epoca da Bettino Craxi, e l’amministrazione Usa di Ronald Reagan.

 

La “guerra umanitaria” in Libia e la catastrofe di Fukushima sono due avvenimenti inquietanti che fotografano in modo emblematico l’incombente crisi energetica planetaria, che dovrebbe indurre i governi ad intraprendere strade alternative rispetto alla dipendenza dalle fonti petrolifere e nucleari, per orientarsi verso la ricerca e lo sfruttamento di risorse energetiche più pulite e rinnovabili.

 Esistono mille ragioni per farlo, anzitutto di convenienza pratica, ma anche pulsioni di tipo basico, come la salvaguardia del genere umano. Ci dovrebbe spingere in tale direzione l’istinto di autoconservazione della specie, o il buon senso, eppure prevalgono altre spinte, senza dubbio autodistruttive, interessi affaristici che sono appannaggio di una ristretta cerchia di compagnie economiche multinazionali che agiscono a danno della sopravvivenza dell’umanità e delle principali forme di vita sul nostro pianeta, cioè a nostro discapito.

 Oggi più che nel passato, sin dai tempi mitici e primordiali di Prometeo, l’eroe titanico che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’umanità, questa è seriamente minacciata da molti fattori di rischio, e non mi riferisco semplicemente ad un’eventuale “apocalisse atomica” o ad immani devastazioni belliche, né solo alla crisi che investe il capitalismo.

Lucio Garofalo

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Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

 Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Fenestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

 La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

 Io sono comunista e non credo negli stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale.

 Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

Lucio Garofalo

 

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Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all’attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un “effetto domino”, come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

 L’ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi.

Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo

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L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai magici. Ma il degrado etico e culturale in cui è sprofondato il Paese è tale da non permettere più di discernere la verità dalla menzogna, l’equità dall’ingiustizia. Il discorso pronunciato da Marchionne all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione è la riprova che la Fiat è spinta da finalità antioperaie ed antidemocratiche. Ascoltare l’Amministratore delegato che cita Hegel, richiamando valori etici come “libertà” e “diritti”, fa solo inorridire in quanto il “supermanager” della Fiat offende l’intelligenza, la civiltà, l’onestà dei cittadini liberi. L’intervento di Marchionne ha evidenziato toni e contenuti solo apparentemente concilianti, ma dietro la falsa erudizione e l’enfasi “buonista” si annida un’arroganza infarcita di citazioni utili ad incorniciare messaggi oltraggiosi contro le leggi e le istituzioni dello Stato, coprendo minacce e provocazioni verso gli operai.

La classica ciliegina è stato l’invito espresso da Marchionne a disertare la lotta di classe, mentre è evidente che solo la Fiat persevera e conduce una “santa crociata” contro gli operai e le organizzazioni sindacali non ancora supine che si ostinano a resistere. Gli operai più combattivi si limitano a salvaguardare i posti di lavoro e i propri diritti, ma non stanno facendo la guerra ai padroni. La lotta di classe non l’hanno mai provocata gli operai, ma sempre e solo i capitalisti e i loro scagnozzi.

 Al di là dei proclami verbali e delle facili dichiarazioni di principio, contano i fatti concreti, che mostrano quali siano gli intenti reali della Fiat. Ebbene, le vicende di Pomigliano e Mirafiori sono paradigmatiche e rischiano di mutare le relazioni industriali nel nostro Paese. Esse mostrano che ogni sacrificio dei lavoratori non serve a conservare il lavoro, ma consente solo al capitale di estendere i sacrifici ai lavoratori di tutto il mondo e imporne altri con la scusa di dover reggere la concorrenza. Al di là degli esiti referendari, della vittoria non plebiscitaria dei “sì”, che potrebbe essere considerata come una “vittoria di Pirro”, in realtà hanno perso gli operai.

 Nella “proposta” avanzata da Marchionne e firmata dai sindacati filo-padronali, affiora un’arroganza da industriali ottocenteschi. Per realizzare il massimo profitto, la Fiat “deroga” su ogni regola: leggi, contratti, Statuto dei Lavoratori, Costituzione. Le vicende di Pomigliano e Mirafiori rischiano di imporre l’idea che l’unica soluzione alla crisi sia accettare la logica del ricatto aziendale: lavori se rinunci al salario sottraendo occupazione ad altri lavoratori; sopravvivi se rinunci ai diritti e alla democrazia. In tal senso Pomigliano e Mirafiori rischiano di “fare scuola” segnando lo spartiacque delle “nuove relazioni industriali”.

L’attuale recessione non è un episodio accidentale, ma una crisi strutturale causata dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, una crisi accelerata dalla saturazione dei mercati internazionali: finora si è prodotto in eccesso sfruttando troppo i lavoratori, che si sono impoveriti e sono destinati ad impoverirsi ulteriormente. E’ una crisi che si spiega in virtù del divario tra la crescente produttività del lavoro e la declinante capacità di consumo dei lavoratori. In altri termini gli operai producono troppo, al punto che non si riesce a vendere quanto essi producono. E’ la radice delle contraddizioni del capitalismo, riconducibile alla sua tendenza intrinseca alla sovrapproduzione di merci. In questo quadro l’azione dei governi asseconda gli interessi delle forze capitalistiche.

Infatti, le politiche di liberalizzazione selvaggia attuate dai governi degli ultimi anni procedono senza sosta, malgrado aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio dei grandi potentati economici, delle banche e delle società finanziarie, a discapito dei lavoratori. Impresa, mercato, produttività, profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali, ma hanno sempre definito affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Invece, oggi tali interessi privati sono esibiti come il bene comune. La contraddizione centrale è ancora quella che contrappone l’impresa capitalistica al mondo del lavoro. I lavoratori devono prendere coscienza che il vero problema risiede nel costo del capitale, nell’inasprimento delle condizioni di sfruttamento e nell’aumento degli straordinari, nella crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, insomma nel sistema dell’alienazione capitalistica del lavoro operaio.

Di fronte alla crisi internazionale la risposta della FIAT è un disegno strategico che punta alla terzomondizzazione del lavoro in Italia, ad un’intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, alla piena precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, dei salari, delle condizioni di sicurezza degli operai. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT pianifica il rientro in Italia di una produzione trasferita all’estero negli anni scorsi, malgrado le generose sovvenzioni elargite dallo Stato italiano, cioè dai contribuenti.

 Inoltre, in un paese civile la sicurezza sul lavoro dovrebbe essere anteposta ad ogni altro tipo di questione. Eppure, il macabro bilancio degli “omicidi bianchi” comporta un aggiornamento costante. Il lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, sulle strade, è ormai un lavoro ad altissimo rischio. Infatti, l’impressionante bilancio degli “omicidi bianchi” è un vero bollettino di guerra. Si calcola che nel mondo gli infortuni mortali sul lavoro, secondo i dati ufficiali forniti dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavor) superano le cifre dei morti causati dalle guerre in generale.

 Se non bastasse l’evidenza ci sono le statistiche a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso un vero e proprio stillicidio. Le stime dell’INAIL  rivelano che gli “omicidi bianchi” riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. La media quotidiana di 3/4 vittime causate dallo sfruttamento capitalistico, segnala la scarsa severità delle norme vigenti e la debole inflessibilità della loro applicazione e dei controlli ispettivi.

In tal modo gli operai continuano a crepare nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri edili,  nei luoghi malsani e insicuri dello sfruttamento economico, mentre nessun governo, nessun partito, nessun sindacato può assolutamente intervenire, ammettendo la propria impotenza e dichiarando il proprio fallimento. Ma al di là delle circostanze riconducibili a “tragiche fatalità”, gli infortuni mortali recano sempre responsabilità precise in quanto c’è sempre chi non ha fatto il suo dovere per evitare quell’incidente, una responsabilità che andrebbe ricercata e perseguita.

In genere, le stragi sul lavoro sono legate ai seguenti ordini di cause: anzitutto i costi e la logica del profitto economico, l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento in fabbrica e l’incremento degli straordinari. In altre parole, la causa prima è la precarizzazione delle condizioni di sicurezza dei lavoratori. Invece, nell’agenda del governo tale emergenza è stata scalzata da false priorità come la questione della sicurezza urbana connessa in modo demagogico e strumentale al tema dell’immigrazione “clandestina”.

Negli ultimi mesi, sia all’estero che in Italia, gli effetti destabilizzanti della crisi economica hanno spinto molti operai, esposti alla minaccia dei licenziamenti, a ribellarsi e intraprendere forme di protesta prima impensabili. C’è l’operaio che tenta il suicidio perché non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma ci sono anche casi di lavoratori che scelgono di resistere strenuamente contro i licenziamenti, la disoccupazione e la crisi, che i padroni tentano di far pagare alla classe operaia, come sempre.

Aumentano le lotte intraprese  da gruppi di operai ribelli, perciò perseguitati, in molte fabbriche soprattutto del gruppo Fiat, lavoratori organizzati autonomamente e perciò sottoposti a tentativi di criminalizzazione e repressione  condotti dalla Fiat e dallo Stato suo complice. Oggi è più che mai necessario solidarizzare con le lotte  degli operai in  ogni angolo del pianeta, in particolare con gli operai che lottano contro la crisi e lo sfruttamento in fabbrica, per non essere più ingannati da governo, padroni e sindacati.

Lucio Garofalo

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La storia dell’umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il filosofo napoletano Giambattista Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non mancano, ma per rendersene conto basterebbe riflettere sul funzionamento del potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il vero motore della storia.

Nel 1800 la reazione antigiacobina dell’assolutismo monarchico fu crudele e sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815: i Borbone, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell’epoca). Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l’oltranzismo forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.

A dirla tutta, la natura reale del potere economico e politico nel mondo contemporaneo è tendenzialmente “rivoluzionaria” e “conservatrice” insieme, nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un’azione destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di “rivoluzione permanente” programmata e indotta dall’alto, che mira a preservare e rafforzare l’ordine costituito. In questa ottica, le forze eversive che esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di destra ma di centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e vocazione al centro degli schieramenti politici.

 La chiave di lettura è riassumibile nell’antico adagio “divide et impera”, come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè “destabilizzare per stabilizzare”: in sintesi la “formula magica” della cosiddetta “strategia della tensione”, un’arma applicata più volte e mai dismessa, sempre pronta all’uso in quanto funzionale per autorizzare interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del potere. E’ sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la repressione. I processi “rivoluzionari”, cioè repressivi, possono essere determinati dall’occasione di una crisi innescata dall’alto, quindi dal sistema stesso. E’ quanto sta accadendo nell’attuale momento storico, segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di lavoro e degli stili di vita all’interno delle società capitalisticamente più avanzate dell’occidente.

La realtà mostra lo sfacelo in cui versa la società capitalistica, talmente evidente da non poter essere negato neanche dai fanatici più incalliti della globalizzazione neoliberista, di cui Marx aveva intuito ed enucleato le dinamiche essenziali. La finanziarizzazione sempre più estesa dell’economia e del capitale, la terzomondizzazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e la proletarizzazione sempre più diffusa dei lavoratori, la crescente competizione al ribasso e le tensioni sociali conseguenti, la ripresa della lotta di classe e della centralità del lavoro produttivo come necessità per una fuoriuscita dalla crisi globale, sono fenomeni che il vecchio barbuto di Treviri aveva scoperto 150 anni fa.

Oggi le classi dominanti non sono più in condizione di imporre e propugnare un modello di vita credibile, una visione etica rigorosa, un’idea di società e di progresso che sappia infondere nell’animo dei giovani una fiducia nell’avvenire, tranne l’invito a consumare in modo incessante e scellerato le risorse esistenti, destinate ad esaurirsi, cioè beni effimeri legati al consumismo materiale, per cui le classi dirigenti sono lo specchio più patetico della decomposizione sociale. La società occidentale, soprattutto le classi dirigenti sono al tramonto proprio perché è venuto meno il ruolo di supremazia storica svolto dall’occidente nel mondo. Non a caso sono emerse nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, destinate a sconvolgere gli equilibri planetari. Questo è un dato evidente che bisogna riconoscere per comprendere le ripercussioni che si stanno verificando sul tenore di vita delle popolazioni occidentali, come è accaduto ad altre civiltà devastate dalla sete di conquista e di rapina delle potenze coloniali europee.

Il capitalismo è ormai prigioniero di una crisi strutturale e ideologica, per cui non è più in grado di convincere e sedurre la gente, in particolare i giovani. Si pensi a quanto è accaduto in un continente come l’America Latina, attraversato da spinte e fermenti anticapitalistici ed antimperialistici. Si pensi a quanto accade in Europa e in Nord Africa, ai rivolgimenti e ai tumulti di massa che stanno ridisegnando gli assetti di intere nazioni.

Lucio Garofalo

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Da tempo esiste oggettivamente un’allarmante vertenza in Irpinia, che si estrinseca in una serie di gravi emergenze di natura ambientale, sociale, economica e politica. Si pensi anzitutto alla cosiddetta “emergenza demografica”, cioè al calo inarrestabile della popolazione irpina, provocato non solo dalla drastica diminuzione delle nascite, ma anche dal nuovo fenomeno dell’emigrazione giovanile, di tipo intellettuale. Tali fattori concorrono allo spopolamento crescente dei paesi irpini, tranne pochi casi virtuosi ma isolati, che appaiono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori immigrati extracomunitari o provenienti da altre province, soprattutto dall’hinterland napoletano.

Si pensi al problema della disoccupazione (il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia ha superato il 50 per cento), della precarietà economica sempre più estesa, di cui nessuno si preoccupa e che nessuno a livello istituzionale è intenzionato ad affrontare.

Ma su tutte le questioni spicca la cosiddetta “emergenza sanitaria”, che si traduce nell’infausta decisione di sopprimere i presidi ospedalieri di Sant’angelo dei Lombardi e di Bisaccia, che servono un bacino di utenza pari ad almeno cinquantamila abitanti.

Queste e altre emergenze irrisolte, come quella scolastica o quella esistenziale (si pensi all’aumento delle tossicodipendenze e dei suicidi giovanili), al di là delle molteplici responsabilità locali, si possono ridurre ad un comune denominatore, identificabile nell’assenza, o nella riduzione, degli spazi di agibilità democratica avvertita nel nostro Paese. Si tratta di un fenomeno preoccupante che va ascritto a livelli sovrapposti di responsabilità, derivanti dalle iniziative demagogiche assunte dal governo in carica. 

Si pensi alla pesante emergenza ambientale, che riesplode in Campania a causa del mancato smaltimento dei rifiuti napoletani: si pensi dunque al problema delle discariche di Savignano Irpino, dell’altopiano del Formicoso ed altri siti della nostra provincia.

A questo punto è il caso di soffermarsi a riflettere con lucidità intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti riesplosa drammaticamente a Napoli, per smaltire anzitutto le (eco)balle, cioè le menzogne che ci stanno di nuovo propinando senza risparmio. Balle gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa borghese, sia dalle forze politiche formate da varie aggregazioni, che si tratti di coalizioni targate centro-destra, o si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare.

La madre di ogni quesito è la seguente: cui prodest? A chi giova la logica emergenziale che ogni tanto riaffiora e si tenta di imporre con ogni mezzo, ricorrendo sia alla disinformazione di massa, alla manipolazione quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista, sia al ricatto e alla violenza repressiva istituzionalizzata?

Perché si insegue ad ogni costo lo scontro fisico con le popolazioni locali e non il dialogo pacifico? A chi conviene provocare uno stato di conflittualità permanente? A chi fa comodo creare una situazione così assurda e caotica, al limite della dittatura, peggiore di ogni fascismo conclamato e di ogni aperto totalitarismo perché più ipocrita e subdolo, esercitato in concreto, ma formalmente riparato sotto le vesti di una falsa “democrazia”?

Ormai è evidente che la cosiddetta “emergenza rifiuti” è solo un facile pretesto per instaurare nel paese una drastica svolta in senso autoritario. E’ in atto uno stato di polizia permanente che fa capo ad un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova “strategia della tensione”, che mescola istanze e pulsioni xenofobe, urgenze di stampo sicuritario, con vertenze esplosive quali la drammatica questione dei rifiuti.  

Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia è anzitutto quella democratica. Ormai è un dato di un’evidenza assolutamente innegabile: non si può fare a meno di constatare l’assenza di un’autentica forza di opposizione politica e sociale, in grado di costruire un’alternativa seria e credibile al sistema di potere imposto dal berlusconismo.

In un contesto di crescente regressione autoritaria e populista sul piano nazionale si va delineando  una tendenza storica involutiva causata dalla recessione economica internazionale, a sua volta riconducibile alla crisi strutturale e senza precedenti che coinvolge il sistema capitalistico su scala planetaria, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree più arretrate e depresse del Meridione, in modo particolare sul mondo del lavoro produttivo, a scapito quindi della classe operaia, cioè di quel proletariato composto in modo crescente da lavoratori immigrati, un proletariato sempre più precario e malpagato, escluso dalla sfera del potere politico ed economico.

Se non si comincia a combattere in modo serio ed efficace le emergenze che affliggono le nostre comunità e soprattutto le classi lavoratrici, difficilmente si potrà estirpare alla radice il malessere sempre più diffuso che angoscia le giovani generazioni irpine. Sembra che l’ottimismo sia ormai un lusso riservato a pochi privilegiati, nella misura in cui le nuove generazioni, prigioniere dell’inquietudine e dello sconforto, non possono nutrire neanche la speranza verso un avvenire più sereno e soddisfacente, data la totale assenza di prospettive legate ad un lavoro decente e ad una vita degna d’essere vissuta. 

A causa della cittadinanza negata alle masse subalterne, i nostri giovani sono in gran parte costretti a mendicare favori che sono elargiti attraverso sistemi ereditati dal passato, sia per ottenere un lavoro a tempo determinato, precario e malpagato, privo di ogni diritto e tutela, sia per ricevere un normalissimo certificato, per cui i nostri diritti sono svenduti e sviliti in termini di volgari concessioni in cambio del voto politico a vita.

Questa mentalità clientelistica e fatalistica è un malcostume intrinseco alla “normalità” quotidiana, una situazione ritenuta “naturale” in base ad una legge di natura che in realtà non esiste. In effetti le leggi naturali non sono applicabili alla dialettica storica, che è segnata da tendenze e controtendenze sociali sempre mutevoli, che si intrecciano in un rapporto di reciproca interazione, per cui nulla è immutabile nella realtà storica e politica degli uomini, come si evince dalle esperienze rivoluzionarie del passato che hanno abolito i privilegi feudali e lo sfruttamento della servitù della gleba. Condizioni che per secoli gli uomini hanno accettato e riconosciuto come “giuste” e “ineluttabili”.

Purtroppo, anche in Irpinia la classe operaia conosce percentuali sconcertanti di omicidi bianchi, che denunciano un vero e proprio stillicidio di cui nessuno osa parlare. In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, in quanto asserviti ai notabili locali, dato che le assunzioni in fabbrica sono ancora decise secondo metodi clientelari. I segnali di una ripresa dell’iniziativa proletaria sono assai deboli, parziali e slegati tra loro; non vi sono attualmente organizzazioni politiche in grado di favorire un’accelerazione dei processi di presa di coscienza e di auto-organizzazione. Il proletariato (non solo quello irpino) non ha ancora acquisito fiducia in se stesso e non ha ancora rinunciato alle vane illusioni propinate dai mass-media e dai partiti borghesi.

Lucio Garofalo

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Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti “poteri forti”, soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.

Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell’establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema “democratico” in cui ci concedono semplicemente la “libertà” di votarli, ovvero la “libertà” di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare. Un regime corrotto fin nel midollo, che si è sempre mostrato “forte con i deboli e debole con i forti”, aduso cioè a colpire i soggetti più indifesi, a cominciare dai più disperati, come i terremotati abruzzesi o i migranti visti come “indesiderabili” da perseguire alla stregua dei peggiori criminali, mentre sono ben accetti solo in quanto merce umana, cioè manodopera da sfruttare a bassissimo costo.

Un regime che ha già evidenziato una matrice autoritaria e sovversiva nella volontà (spesso dichiarata) di sfasciare le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo al potere, si presenta in misura più grave ed inquietante rispetto al passato, specie se si considera il mix di populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza il blocco sociale che fa capo a Berlusconi, per la semplice ragione che esso si maschera sotto una veste solo apparentemente legale e democratica. Oltre 35 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che “Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. La citazione rispecchia esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la “metamorfosi” della destra neofascista e leghista per accedere al governo della nazione, sdoganata e traghettata al potere dal populismo berlusconiano.

Quello di Berlusconi è apparso sin dalla nascita come un regime isterico e demagogico, pronto a cavalcare gli umori delle masse inferocite da campagne xenofobe che istigano i peggiori istinti umani. Ma soprattutto pronto a servire ed ossequiare gli interessi che fanno capo ai centri capitalistici e finanziari dominanti, legali o illegali che siano. Altro che “governo forte”! Nella storia italiana non c’è mai stato un governo davvero forte e coraggioso, capace di contrastare e ridimensionare i poteri più influenti e determinanti. Sin dagli albori post-unitari, durante la cosiddetta “età liberale”, quindi nel periodo giolittiano, successivamente nel ventennio fascista, infine nell’epoca repubblicana, nessun governo ha avuto la forza e il coraggio di affrontare le sfide più ardue e decisive, provando a combattere in modo drastico lo strapotere della finanza massonica e della malavita mafiosa, evidentemente colluse con il potere politico istituzionale.

La stessa dittatura di Mussolini esercitò un intervento repressivo solo verso le fasce più deboli della società, emarginando e perseguitando i dissidenti, mettendo al bando ogni opposizione politica, sociale e sindacale. Mentre fallì miseramente nel tentativo di combattere il banditismo  e la mafia siciliana. A tale proposito è opportuno ricordare l’impegno militare svolto dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che fu la carta giocata da Mussolini, ma che presupponeva una lotta inflessibile contro le più alte gerarchie dell’apparato fascista. Un progetto impossibile, o velleitario, in quanto conteneva sin dall’inizio le criticità e le debolezze che ne avrebbero comportato l’insuccesso finale. Il prefetto Mori adottò una strategia che infierì soprattutto sulla mafia rurale e sugli strati inferiori, lasciando intatto il sistema di potere dei grandi latifondisti agrari che avevano usato i mafiosi per soffocare nel sangue le rivolte e le rivendicazioni delle masse contadine, così come si avvalsero dello squadrismo fascista e dello stesso Mori. Il quale nel 1927 fu nominato senatore del regno mentre Mussolini dichiarava solennemente alla Camera che “la Mafia è sconfitta”. In effetti, i metodi brutali usati da Mori suscitarono un diffuso malcontento nella popolazione siciliana, che identificò nelle forze di polizia un esercito di occupazione e nello Stato un nemico straniero di cui diffidare a futura memoria. Una diffidenza acuta e viscerale che si è perpetuata nel tempo fino ad oggi.

Dunque, il neoduce di Arcore non è stato capace di sottrarsi ad una logica di servilismo verso il sistema di potere massonico e mafioso che condiziona la vita del Paese. Nel contempo, oggi quel sistema cerca di sbarazzarsi di un personaggio che, dopo aver svolto il “lavoro sporco”, è diventato scomodo e ingombrante per molti. Tra i limiti della leadership di Berlusconi, al di là delle barzellette da viaggiatore di commercio, delle macchiette da avanspettacolo, dei comportamenti da camorrista e gestore di night club, affiora soprattutto un’immagine populistica, narcisistica e personalistica.

Infatti, il sultano di Arcore ha una visione del potere politico molto originale, secondo cui contano solo i voti. La conta dei voti è essenziale in una democrazia parlamentare ed elettorale, ma non è determinante come aggiudicarsi l’appoggio dei poteri forti. Questa verità era evidente anche per la Dc. Non a caso i volponi democristiani si assicurarono un’alleanza stabile e duratura con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che esprimeva gli interessi del gruppo Fiat, della Massoneria, dei servizi anglo-americani (CIA in testa), della Nato, di Mediobanca di Enrico Cuccia e di altri poteri centrali. Tutti sanno che è praticamente impossibile governare senza instaurare un rapporto organico con tali poteri, che Berlusconi ha sempre temuto e ossequiato, ma di cui ora vorrebbero disfarsi.

Questo dato Berlusconi non sembra averlo compreso, o non sembra tenerne conto, anzi pare che abbia rifilato troppe “fregature” in virtù di un eccesso di megalomania e di narcisismo personale, per cui rischia di essere a sua volta investito da vendette e ritorsioni che potrebbero rivelarsi fatali. In tal senso vanno interpretate le recenti dichiarazioni rese da Licio Gelli contro Berlusconi, nonché alcuni atteggiamenti ostili e negativi provenienti da elementi della mafia e di altre associazioni occulte e criminali.

Lo scenario politico che maggiormente si affaccia all’orizzonte, ossia un esecutivo utile a guidare la difficile transizione verso la fase post-berlusconiana e della Terza Repubblica, un’ipotesi prospettata nell’ottica della borghesia padronale italiana, sarebbe quella di un governo tecnico trasversale, appoggiato sia a destra che a manca. Per scongiurare la minaccia, già paventata da qualcuno, di elezioni politiche anticipate, si prospetterebbe l’ipotesi di un governo istituzionale per gestire l’attuale crisi economica ed approvare qualche riforma istituzionale ed eventualmente una nuova legge elettorale. L’ipotesi è caldeggiata dalle forze politiche che operano in modo trasversale per la formazione di un nuovo “grande centro politico” consacrato dai poteri forti, con in testa la Confindustria, il Vaticano e la Nato. Si tratta di un’ipotesi che procurerebbe solo iatture, lacrime e dolori alle classi lavoratrici, come dimostra la storia recente del Paese. Come insegnano le esperienze dei primi anni ’90 con i governi presieduti da figure prestate non dalla politica ma dall’economia, quali Ciampi e Dini.

Occorre infine far presente che il berlusconismo è solo un effetto, non la causa del degrado antropologico, politico e culturale della società italiana, intossicata dai veleni generati da un capitalismo malato che non è più in grado di assicurare il benessere dei ceti medi che era fonte di consenso e stabilità sociale, ma al contrario sta accelerando e approfondendo la polarizzazione delle ricchezze e del potere ad esclusivo vantaggio delle oligarchie finanziarie e a discapito dei lavoratori. Perciò, l’unica alternativa utile agli interessi operai non può che essere un’opzione rivoluzionaria rispetto allo statu quo.

Lucio Garofalo

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