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Archive for the ‘problemi vecchi e nuovi’ Category

Dal sisma del 1980 sono trascorsi 30 anni che hanno sconvolto la realtà della nostra terra, che ha dismesso i lineamenti statici conservati per secoli sul piano economico, territoriale e paesaggistico, oltre che spirituale, senza assumere una nuova identità culturale che non sia quella del consumismo che, nei suoi aspetti più alienanti, impedisce un’effettiva liberazione dei corpi e delle menti.

Alle antiche lacerazioni si sovrappongono le nuove. La disoccupazione e l’emigrazione giovanile sono esperienze drammatiche per la nostra gente che, abbandonata dai migliori cervelli, perde ciò su cui ha investito in termini di affetto, educazione, reddito, riponendovi le speranze per un avvenire migliore. Le piccole comunità “a misura d’uomo” che c’erano 30 anni fa non sono più le stesse e sembra siano trascorsi secoli e non pochi decenni. Tuttavia, la rapidità con cui si sono consumate le tappe di uno sviluppo economico irrazionale, è stata devastante.

 Anche in Irpinia è svalutata ogni forma di solidarietà per esaltare una visione utilitaristica in cui gli individui isolati instaurano relazioni contrattuali, svilendo e trascurando le affinità elettive e i legami di amicizia. Basta soffermarsi sul tema del “disagio sociale” per cogliere gli aspetti più inquietanti di un fenomeno diffuso anche nelle nostre zone, spesso ritenute “oasi felici”, ma che coprono un crescente degrado e un imbarbarimento delle relazioni umane.

Questo articolo non pretende di fornire una soluzione, ma di sollecitare una riflessione a partire dall’innegabile esistenza del “disagio sociale” che esige nuovi strumenti di indagine e di intervento, non ancora concepiti ed applicati. Nessuno s’illude di poter esaurire un argomento tanto vasto e complesso, né di fornire la soluzione “magica” e definitiva. Tuttavia, è possibile lanciare un input per aprire un dibattito intorno a problemi che appartengono alla nostra quotidianità, che lo si voglia ammettere o meno.

Sgombrando il campo da ogni luogo comune, il problema delle tossicodipendenze appare per ciò che è: una questione educativa e culturale da un lato, e una grave emergenza socio-sanitaria dall’altro. È indubbio che talune sostanze siano letali, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, si acuisca. Del resto, qualsiasi abitudine che generi effetti nocivi per la salute delle persone, nella misura in cui è concepita in termini di ordine pubblico, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale.

 Le tossicodipendenze sono solo il sintomo di un malessere sotterraneo, riconducibile alle avversità spesso insormontabili che la vita quotidiana frappone sul cammino delle persone. La scarsità di un lavoro dignitoso, lo spauracchio dell’emigrazione, il ricatto delle clientele elettorali, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e tutela, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono le cause che generano il disagio dei giovani. Se non si affrontano alla radice tali problemi difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante tra i giovani. I quali sono consegnati allo sconforto di una vita precaria e angosciante, nella misura in cui non lascia nutrire neanche la speranza per un futuro migliore.

Intere generazioni crescono e studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare. Se restano, i giovani sono condannati ad un destino umiliante che nega l’autonomia economica, sociale e politica. E’ una condizione avvilente e ricattabile. I giovani fuggono da questo contesto sterile e le popolazioni invecchiano. E’ triste scoprire che anche dove vivono poche migliaia di anime, i giovani sono sopraffatti da esperienze alienanti. Il disagio giovanile si manifesta attraverso varie forme e raggiunge il suo apice nell’uso di stupefacenti.

 Occorre denunciare l’estrema pericolosità sociale derivante dalla repressione innescata dal proibizionismo. Malgrado l’inasprimento delle pene previste dalla legislazione proibizionista, i posti di blocco e i controlli frequenti, le droghe sono ormai una piaga anche nei piccoli centri di provincia. Molti giovani prigionieri della tossicodipendenza, vari decessi per overdose, specie tra gli adolescenti. I problemi giovanili circoscritti in passato alle sole metropoli, oggi affliggono anche i piccoli paesi. Anche in questo contesto ha vinto l’individualismo sfrenato in nome del primato che il neoliberismo accorda al mercato e alle relazioni di scambio, rette dalla logica del consumo e del profitto privato. Oggi la situazione è sfuggita di mano perché è arduo accettare che anche in Irpinia si è imposto un modello di vita che privilegia le tendenze edonistiche e consumistiche che opprimono le coscienze individuali. 

Lucio Garofalo

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“Com’è umano, lei!” è una battuta tormentone pronunciata da Giandomenico Fracchia, la maschera buffa e surreale inventata da Paolo Villaggio, che lo interpretò per la prima volta nel 1968 nel programma televisivo Quelli della Domenica. Il timido Fracchia è imparentato con il personaggio tragicomico più famoso ideato da Villaggio, il rag. Ugo Fantozzi, protagonista di una fortunata serie cinematografica e letteraria  (in origine Fantozzi era il protagonista di un racconto umoristico scritto nel 1971 da Villaggio).

Fracchia è l’antesignano involontario di una situazione che, attraverso la finzione letteraria e cinematografica, anticipa e precorre una vicenda reale e paradossale insieme, impietosa e drammatica, per la serie “la realtà supera la fantasia”. Fracchia è l’espressione patetica e grottesca dell’Italia di oggi, una società che diventa sempre più assurda e mostruosa, crudele e disumana oltre ogni limite accettabile.

 Nella fattispecie, la “belva umana” è un sindaco leghista che ha minacciato di far licenziare le maestre della Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave, un piccolo comune in provincia di Venezia. Le insegnanti sono “colpevoli” di un gesto di elementare solidarietà umana nei confronti di una bimba africana di quattro anni, i cui genitori, a causa delle ristrettezze economiche, non potevano permettersi di pagare il servizio della refezione scolastica. Per risolvere il problema le maestre avevano deciso di rinunciare a turno al pasto a cui ciascun insegnante ha diritto durante la pausa mensa, per cederlo all’alunna. Ma l’intervento del sindaco, infuriato per l’atto di generosità (indubbiamente lodevole) compiuto dalle maestre, ha indotto la direttrice ad emanare un ordine di servizio nei loro confronti in base ad una lettera stilata dal primo cittadino in cui, fra le altre cose, si legge: “Si sottolinea che il personale non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”.

Così, mentre la Gelmini e i funzionari ministeriali gareggiano per dispensare consigli e impartire circolari, sorgono casi di ordinaria ferocia come quello raccontato. Inoltre, s’inaspriscono pregiudizi e rancori suscitati da velenose campagne ideologiche sugli “insegnanti fannulloni”, per cui nascono accuse che diffamano il corpo docente, già mortificato da tempo, una categoria professionale chiamata ad assolvere il compito delicato di formare i cittadini del futuro, per cui meriterebbe molto più rispetto.

D’altronde, le campagne demagogiche sul presunto “parassitismo” degli insegnanti e dei lavoratori statali in genere non sono affatto una novità. Esse servono soprattutto a coprire interessi affaristici. Gli emolumenti salariali assegnati agli insegnanti italiani sono i più bassi in Europa dopo quelli dei colleghi greci e portoghesi. E il governo si ostina a tagliare le risorse, arrecando danni irreversibili al già misero bilancio destinato alla scuola pubblica, dirottando i soldi altrove: alle banche e alle grandi imprese, oppure si pensi agli investimenti militari e ai massicci contributi regalati alle scuole private.

A commento della vicenda sopra descritta vale l’assunto racchiuso in Lettera a una professoressa, il manifesto programmatico della Scuola di Barbiana di don Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Un principio che invoca una concezione antiborghese della democrazia. La nostra è una scuola di disuguali inserita in una società sempre più ingiusta, laddove dure contraddizioni e sperequazioni materiali e sociali sono destinate ad aggravarsi. Dinanzi a disuguaglianze crescenti ed allarmanti situazioni di disagio legate alle nuove povertà generate dai fenomeni migratori, la nostra scuola non è attrezzata adeguatamente per fronteggiare tali emergenze anzitutto per ragioni di ordine finanziario. Ogni azione è affidata alla buona volontà, alla generosità, alle capacità, all’ammirevole zelo spontaneo (altro che fannulloni!) degli insegnanti, all’iniziativa autonoma delle istituzioni scolastiche e dei lavoratori delle scuole pubbliche, ormai abbandonate completamente a se stesse.

 La stessa “democrazia” non può risolversi in un’offerta, oltretutto insufficiente, di “pari opportunità”, riducendosi ad una proposta di uniformità distributiva delle risorse, così come avviene nelle società che hanno applicato un modello di welfare universalistico e indifferenziato. Occorre piuttosto rilanciare l’attenzione verso un’ipotesi di giustizia redistributiva del reddito sociale, intesa in termini di equità sociale e redistribuzione delle ricchezze che sono possibili solo in un altro assetto statale e sociale, in grado di fornire “a ciascuno secondo i propri bisogni” e chiedere ad ognuno “secondo le proprie possibilità”. Il che significa ribaltare l’ordinamento sociale vigente, capovolgendo l’idea e la prassi finora applicata e conosciuta di democrazia, di scuola e di stato sociale.

Lucio Garofalo

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Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.

Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.

La rivoluzione antropologica della mafia

Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.

Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.

Mafia S.p.A.

La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.

“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.

In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.

Non vedo, non sento, non parlo

In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell’Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.

Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.

Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.

Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.

La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.

Lucio Garofalo

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Negli ultimi anni il problema delle tossicodipendenze è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione storica, assumendo proporzioni sempre più ampie e massicce. Questo dato è uno dei segnali che attestano in modo inconfutabile i mutamenti economici, sociali e culturali avvenuti nella società, che ormai è una società di massa, in cui prevalgono tendenze e comportamenti edonistici e consumistici di massa, per cui è inevitabile che anche il consumo di droghe si affermi come un’abitudine sempre più diffusa, anzitutto per gli effetti di emulazione e omologazione culturale, cioè in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.

È necessario assumere un approccio metodologico possibilmente razionale e rigoroso rispetto a tali problematiche, per evitare di incorrere in errori di natura emotiva, che potrebbero inficiare le possibilità di conoscenza, ostacolando in partenza ogni tentativo di risposta politicamente valida e credibile. In altre parole, lo spirito con cui credo si debba affrontare la tematica delle tossicodipendenze è quello espresso in chiave artistica in alcuni cult-movie quali “Amore tossico” del 1983 e “Trainspotting” del 1996, rifuggendo da ogni pregiudizio moralistico, per porsi in un’ottica scientifica e analitica.

Pertanto, occorre riflettere, ad esempio, sul fatto che la droga nella nostra epoca occupa il posto che un tempo apparteneva al diavolo e alle streghe, o al lupo cattivo nelle favole per i bambini, cioè il ruolo che contrassegna l’elemento negativo e diabolico per antonomasia: il male. E questo è già di per sé una iattura, nel senso che costituisce un approccio profondamente errato e fuorviante, che inevitabilmente induce l’opinione pubblica a legittimare e avallare scelte politiche filo-proibizioniste, ad invocare provvedimenti autoritari e leggi “eccezionali” che non risolvono il problema, bensì lo aggravano, per scatenare risposte squisitamente repressive. In tal modo si rischia di accrescere e inasprire l’entità del fenomeno, introducendo un aspetto di allarmismo e terrorismo psicologico, una questione di polizia e di ordine pubblico che si sovrappone ad una problematica che è di natura medico-sanitaria, culturale e socio-educativa.

In questo discorso una posizione centrale è occupata dalla mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto da tempo un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria vita quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio (nonché di lotta) da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici.

Tale mistificazione ideologica è perfettamente funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad esempio, il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.

Le periodiche campagne mediatiche sulla criminalità e sull’ordine pubblico sono assolutamente false, ingannevoli e strumentali. Per varie ragioni. Anzitutto, si evita accuratamente di prendere in esame le origini e le cause oggettive della criminalità comune, tanto meno di confrontarla con la criminalità delle classi dominanti (guerre, mafia, omicidi bianchi, bancarotta, fallimenti, evasione fiscale, ecc.) che non viene mai menzionata dai mass-media ufficiali. Per gli organi di informazione l’unica criminalità esistente è quella dei proletari, degli emarginati, dei migranti, degli oppressi. Le classi dominanti mantengono il sistema con la violenza, attraverso il monopolio e l’esercizio esclusivo della forza pubblica, riversando la loro violenza sul proletariato e sulle classi lavoratrici, in modo particolare sul sottoproletariato giovanile più marginalizzato.

A tale scopo sono funzionali alcuni meccanismi costruiti ad arte come, ad esempio, il “teppismo” negli stadi di calcio e le “droghe illegali”. Ormai le violenze legate alla sfera degli stadi di calcio, da episodi “eccezionali” sono diventati la “normalità”, una situazione accolta come un fatto naturale, da aborrire e ripudiare solo in forma ipocrita e rituale, fornendo spunti per inutili dibattiti sulla carta stampata e in televisione.

Siamo di fronte ad una perversa e cinica opera di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti (economici, sociali, politici, legislativi) tra i quali figura anche il regime proibizionista vigente in materia di alcune droghe.

Sul piano economico e politico una sostanza come l’eroina è perfettamente funzionale ad un sistema basato sul dominio e sulla criminalità di classe. Dal punto di vista economico, benché l’eroinomane non costituisca una forza-lavoro intesa secondo i canoni tradizionali, tuttavia egli, essendo in pratica uno schiavo della sostanza, un maniaco dipendente, pronto a tutto, a rubare, a spacciare, ad alimentare il mercato (nero), produce reddito (illegale) in quanto forza-lavoro, come, anzi meglio di un lavoratore normale, pretendendo in cambio nessun salario e nessun contratto sindacale.

Sul versante politico gli assuntori di eroina non solo cessano di opporsi attivamente al sistema, ma offrono un terreno fertile per la repressione e la provocazione contro i movimenti giovanili di lotta e di protesta. In determinati momenti storici le droghe si sono rivelate molto utili in chiave repressiva contro i movimenti giovanili, contro le minoranze etniche e sociali, contro le avanguardie politiche che si contrapponevano frontalmente al sistema sociale dominante. Non a caso, l’eroina venne usata come una sorta di “manganello” dalle classi dominanti di ogni paese per annientare la contestazione giovanile degli anni ‘60 e ’70. Ma non c’è stata solo l’eroina. Infatti, anche altre sostanze sono state utilizzate in passato in funzione politica repressiva.

Alcune droghe pesanti sono state impiegate scientificamente soprattutto in funzione politica conservatrice e controrivoluzionaria, per sedare i fenomeni di mobilitazione e di rivolta ritenuti una pericolosa minaccia per l’ordine costituito, cioè per l’ordine padronale. Ad esempio, negli Stati Uniti durante gli anni Settanta, la diffusione pilotata di droghe quali l’eroina, la morfina, l’acido lisergico, venne decisa e posta in essere per consentire un minor ricorso alla forza repressiva della polizia e del carcere, al fine di annichilire e neutralizzare quelle esperienze di controcultura e ribellione giovanile in voga in quel periodo, nonché le lotte e le organizzazioni politiche della gente afroamericana. Il Black Power, il Black Panther Party, i Musulmani neri, gli hippies, i Weatherman e altri movimenti sovversivi statunitensi, furono sgominati anche attraverso la diffusione pilotata di sostanze tossiche come l’eroina e altre droghe deleterie.

La reazione della classe dominante statunitense non si concretizzò e non si misurò solo con i tradizionali strumenti di repressione esercitati dagli agenti dell’ordine (quelli regolari: esercito e polizia; quelli irregolari: squadrismo di destra), per cui centinaia di militanti neri e attivisti bianchi furono assassinati e altre migliaia incarcerati, ma altresì con un intervento, altrettanto brutale e repressivo, condotto sul versante culturale, mediante la diffusione (promossa e pilotata ad arte) delle droghe e della “cultura delle droghe” all’interno delle realtà dei suddetti gruppi e movimenti politici antagonisti, che in tal modo vennero definitivamente sconfitti. Si pensi alla gioventù nera americana, sterminata e brutalizzata fisicamente e mentalmente dal flagello delle droghe, danneggiata anche finanziariamente e costretta a delinquere, poiché per il drogato l’unica possibilità di sopravvivenza è il furto, che egli compie esclusivamente a scapito della propria comunità, la comunità afroamericana, e non contro la società bianca.

Questa operazione repressiva fu concepita e diretta dalla CIA (il cervello strategico e organizzativo dell’eversione e della controrivoluzione internazionale), ma fu condotta grazie al contributo apportato dalla criminalità mafiosa sicula americana e al ruolo di complicità fornito dai vertici dell’esercito nordamericano, all’epoca impegnato nella guerra in Vietnam. Un paese che insieme al Laos e alla Thailandia formava il famigerato “triangolo d’oro” delle coltivazioni di oppio. Oggi, tale primato negativo appartiene all’Afghanistan, dove non a caso è in atto un conflitto bellico guidato dall’imperialismo nordamericano, al cui seguito arrancano molte pecorelle, tra cui l’Italia.

L’eroina fu diffusa prima tra i giovani dell’esercito in Vietnam, per poi essere esportata nel mercato interno nordamericano, al fine di disgregare la realtà dei movimenti di lotta che stavano crescendo soprattutto tra le minoranze di colore, sollevando e organizzando politicamente il proletariato giovanile afroamericano, minando seriamente le basi della società statunitense. Il festival pacifista di Woodstock (un megaconcerto hippie di tre giorni vissuti all’insegna della pace e della musica, tenutosi nell’agosto 1969) fu l’occasione propizia in cui i vertici della CIA vollero sperimentare gli effetti delle droghe in un contesto di massa, per cui ordinarono alla polizia di non intervenire, per favorirne la libera diffusione tra le migliaia di giovani partecipanti alla manifestazione musicale alternativa. Ebbero modo di verificare che i giovani intossicati e storditi dalle droghe diventavano praticamente innocui, per cui decisero di ricorrere massicciamente alle nuove armi, che si rivelarono micidiali soprattutto per annientare il proletariato giovanile afroamericano. In breve tempo i movimenti antagonisti scomparvero dalla scena politica statunitense. Come avvenne in Italia alla fine degli anni ’70. L’eroina si dimostrò più efficace dell’opera di repressione condotta dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni statali ai fini della salvaguardia del sistema capitalistico occidentale. L’eroina fu dunque un elemento determinante intervenuto nella lotta di classe di quel periodo.

Le droghe pesanti furono funzionali all’azione repressiva condotta dalle forze del capitale per sconfiggere le vertenze sindacali e le battaglie rivendicative della classe operaia statunitense, per contrastare e narcotizzare i movimenti del proletariato giovanile afroamericano, per soffocare le lotte delle avanguardie politiche organizzate, per porre un freno alla rivoluzione sociale e intellettuale che si era compiuta nel decennio intercorso tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Una rivoluzione che investì anche il costume dell’epoca, modificò radicalmente lo scenario culturale, la mentalità, la sfera sessuale, i comportamenti, le abitudini di vita, i gusti, i bisogni delle nuove generazioni del mondo non solo occidentale. Gli anni ‘80 furono, invece, gli anni del disimpegno politico, del riflusso qualunquistico, della restaurazione, e non a caso furono contrassegnati da una vera e propria escalation della diffusione ed espansione del mercato e del consumo delle droghe, sia di quelle leggere che di quelle pesanti.

Le tossicodipendenze sono solo un sintomo di un malessere più grave e sotterraneo, che sembra affliggere soprattutto la condizione giovanile, ma in realtà investe la condizione umana complessiva, coinvolgendo l’universo sociale in modo trasversale. Naturalmente, i tossicomani che provengono dalle famiglie più abbienti possono usufruire dei privilegi derivanti dalla loro estrazione sociale, mentre i drogati che appartengono alle classi inferiori e più disagiate non riescono a godere dei medesimi vantaggi. Al contrario, sono duramente penalizzati e stigmatizzati, costretti a delinquere per procurarsi la “roba”, condannati a frequenti periodi di reclusione, per essere infine emarginati dalla società.

Dal punto di vista della classe sociale, non è affatto vero che un tossicomane proletario sia uguale a un tossicomane borghese, sia per la mancanza di possibilità materiali necessarie ad un’adeguata terapia disintossicante oppure ad acquistare la sostanza, sia per un diverso rapporto culturale e sociale con l’ambiente. Al contrario di un eroinomane borghese, quello di origine proletaria vive l’esperienza con la droga direttamente contro la sua classe di appartenenza, a favore del mantenimento dei rapporti capitalistici.

Non esito a pensare che le droghe non sono proibite perché pericolose, ma sono pericolose proprio perché proibite. Questo è il parossismo allucinante, la contraddizione inafferrabile che si annida persino nelle realtà ritenute (a torto) più “amene”. Il punto centrale del dibattito sulle droghe dovrebbe essere esattamente il regime proibizionista che ha deformato la visione delle cose, per cui un problema medico-sanitario, socio-educativo e culturale, è stato ridotto ad una questione di ordine pubblico, diventando una vera e propria “emergenza criminale”, strumentalizzata per scopi elettorali.

Ritengo necessario chiedersi onestamente se l’attuale normativa proibizionista riesca a debellare ed eliminare il “flagello” delle droghe. Di fatto, il regime proibizionista può a malapena scalfire la dura corteccia che avvolge la mala pianta. Lo confermano le più aggiornate stime statistiche che rivelano un costante incremento del consumo di sostanze tossiche (soprattutto di tipo sintetico) tra le giovani generazioni, segnalando in particolare una pericolosa tendenza verso la precocizzazione di tali abitudini.

Il proibizionismo è dunque più assurdo e nocivo del consumo stesso di droghe, in quanto tale sistema penale non risolve il problema, né lo intacca minimamente, ma si limita solo ad occultarlo in modo ipocrita e sciocco, negando l’evidenza, ossia che le droghe circolano ugualmente, anzi in misura maggiore rispetto a una legislazione più tollerante e permissiva, che provi a regolamentare e legalizzare il consumo depenalizzando i comportamenti che attualmente sono puniti come reati, così da alleggerire il carico di lavoro sopportato dal sistema giudiziario e penitenziario. Infatti, è proprio un regime di tipo proibizionista che permette in concreto, pur imponendo un divieto puramente rituale, una liberalizzazione crescente del consumo, un’espansione del narcotraffico e del mercato nero, gestito dalla criminalità mafiosa, che grazie a tali proventi fiorisce come una pianta malefica, con tutte le conseguenze devastanti in termini di costi umani, sociali, economici, politici e giudiziari, che inevitabilmente ne derivano.

Oggi è sempre più impercettibile, se non inesistente, il confine tra legalità e illegalità, in particolare tra economia legale e illegale, tra la “mafia capitalista”, inserita nei circuiti finanziari istituzionali, e la criminalità mafiosa convenzionalmente intesa. Il crimine è assunto al livello della legge su scala mondiale. Quella che prima si poteva considerare come una “devianza dalla norma” si è tramutata nel suo esatto contrario, giacché la devianza si è imposta come norma, intendendo per “devianza” soprattutto il delitto, a cominciare dai peggiori crimini commessi dal sistema capitalistico globale.

Lucio Garofalo

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Le occasioni sprecate

Il 23 novembre di quest’anno ricorre il 29esimo anniversario del terremoto che scosse con violenza un vasto territorio del Sud Italia, il cui epicentro fu individuato in un’area compresa tra l’Irpinia e la Lucania, precisamente a Conza della Campania. Il sisma, caratterizzato da una fortissima intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli e da una magnitudo 6,9 della scala Richter, investì con furia numerosi paesi, spazzando via in pochi attimi intere comunità e decimando le popolazioni locali. Per comprendere la devastante potenza sprigionata dal terremoto del 1980, basta compiere una semplice analisi comparativa con quello dell’Abruzzo, che ha raggiunto i 5,8 gradi della scala Richter. Nel complesso si contarono quasi 300 mila senzatetto, oltre 2 mila morti e quasi 10 mila feriti. Tra i centri maggiormente disastrati vi furono Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Caposele e Calabritto.

Dunque, 29 anni fa si è consumata un’immane tragedia, la peggiore sciagura che abbia colpito l’Italia meridionale nel secolo scorso. Si trattò di un cataclisma senza precedenti, le cui traumatiche conseguenze non furono provocate solo da cause naturali, ma anche da precise responsabilità umane, cioè da scelte di ordine politico, economico, antropico e culturale. Il fenomeno tellurico che sconvolse le nostre zone fu senza dubbio di una potenza inaudita, ma le speculazioni affaristiche, l’incuria e l’irresponsabilità degli uomini nella costruzione e nella manutenzione delle abitazioni e degli edifici pubblici, le lentezze, i ritardi, l’impreparazione della macchina organizzativa dei soccorsi statali nella fase dell’emergenza post-sismica (quando serviva rimuovere con urgenza i cumuli di macerie e salvare eventuali superstiti), contribuirono non poco ad aggravare i danni e ad accrescere in modo agghiacciante il numero dei morti e dei feriti.

Per gli abitanti dell’Irpinia il terremoto del 1980 rievoca emozioni intense, un misto di cordoglio, tristezza e turbamento, di angoscia, inquietudine e rabbia. Il ritorno ad una vita “normale” è stato un processo assai lento ed ha richiesto lunghi anni trascorsi in una condizione di permanente provvisorietà emergenziale, che ha visto numerose famiglie crescere i propri figli fino alla maggiore età, se non addirittura oltre, nei container con le pareti rivestite d’amianto. Il completamento della ricostruzione, lo smantellamento e la bonifica delle aree prefabbricate sono interventi che appartengono alla storia recente. Inoltre, l’opera di ricostruzione degli alloggi e degli agglomerati urbani non è stata accompagnata da un’effettiva volontà e capacità di ricostruzione del tessuto della convivenza civile e democratica, da un indirizzo politico che contenesse scelte mirate a ricucire una rete di sane relazioni interpersonali, a recuperare gli spazi di aggregazione e di partecipazione sociale che rendono vivibili le strutture abitative.

Il terremoto del 1980 ha straziato e scompaginato l’esistenza di intere generazioni di giovani, ha impressionato le percezioni più elementari, imprimendosi nella memoria e nelle coscienze individuali, agendo nella sfera più nascosta delle sensazioni interiori. I cambiamenti prodotti dalle viscere della terra, intesi soprattutto in termini di abiezione e degrado sociale, si sono insinuati nell’intimità degli affetti, nei gesti e negli atteggiamenti più comuni, penetrando negli stati d’animo e nelle normali relazioni quotidiane, degenerando in una sorta di imbarbarimento e regressione antropologica.

A distanza di anni, continuano a perpetuarsi l’organizzazione e l’arroganza del potere politico clientelare che continua a ricattare i soggetti più fragili e indifesi, condizionando e riducendo la libertà di scelta delle persone, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli individui e creando vasti serbatoi di voti tra le masse popolari. Tali rapporti di forza si sono conservati in modo cinico, sopravvivendo indisturbati alle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e agli scandali dell’Irpiniagate.

A partire dagli anni ‘80, attingendo ampiamente agli ingenti finanziamenti stanziati dal governo per la ricostruzione, fu varato un folle piano di industrializzazione forzata delle zone di montagna. Si progettò la dislocazione di macchinari installati nel Nord Italia all’interno di territori tortuosi, difficilmente accessibili e praticabili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e di comunicazioni, in cui i primi soccorsi inviati dallo Stato nella fase dell’emergenza stentarono ad arrivare.

Si è innescato in tal modo un processo di perenne sottosviluppo economico e sociale che nel tempo ha rivelato la propria natura sinistra ed alienante, i cui effetti hanno arrecato guasti irreparabili all’ambiente e all’economia locale, che era prevalentemente agricola e artigianale. Occorre ricordare che sul versante strettamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso, maldestro ed irrazionale. Tale risultato si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico globale, cioè in una fase di ristrutturazione tecnologica post-industriale delle economie più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e macchinari ormai obsoleti nelle aree economicamente più depresse e sottosviluppate come, ad esempio, il nostro Meridione.

A scanso di eventuali equivoci, chiarisco che non intendo affatto proporre un’esaltazione acritica del feudalesimo o delle società arcaiche ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare solo barbarie e sottosviluppo, né intendo esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu di pena ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine. Invece, mi interessa comprendere l’attuale società a partire da un’analisi storica onesta, lucida ed obiettiva. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico, da una democrazia pseudo liberale e solo formale, da un benessere artefatto, in quanto corrotto e mercificato, di tipo prettamente consumistico.

Infatti, non si può negare che la “modernizzazione” delle zone terremotate sia stata una conseguenza ritardata e regressiva del processo di ristrutturazione tecnico-produttiva delle economie capitalisticamente più forti del Nord Italia e del Nord del mondo, la cui ricchezza e il cui potere derivano da un sistema di sviluppo che genera solo fame e miseria, guerra ed oppressione, inquinamento, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, identificate come “Sud del mondo”, in cui occorre includere anche il Mezzogiorno d’Italia. A maggior ragione il ragionamento è valido se riferito alla modernizzazione fittizia come quella avvenuta nella fase storica della ricostruzione in Irpinia. Sotto il profilo economico quella irpina non è più una società rurale, ma non è diventata nulla di effettivamente nuovo ed originale, non si è trasformata complessivamente e spontaneamente in un’economia industrializzata, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali come quelle che animano le dinamiche e i processi di sviluppo, irrazionali e senza regole, che si sono verificati sul territorio locale.

Da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche come il clientelismo e la camorra, ma pure nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica. Come sappiamo, il fenomeno dell’emigrazione si è “modernizzato”, nel senso che si ripresenta in forme nuove, più serie e complesse del passato. Infatti, un tempo gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti, mentre oggi sono giovani con un alto grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato aiutavano le loro famiglie d’origine, a cui speravano di ricongiungersi quanto prima, i giovani che oggi fuggono via lo fanno senza la speranza e l’intenzione di far ritorno nei luoghi nativi, anzi spesso si stabiliscono altrove e creano le loro famiglie laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, è un’emigrazione di cervelli, cioè di giovani laureati sui quali le nostre comunità hanno investito ingenti risorse materiali e intellettuali. Questo è il peggiore spreco di ricchezze per le nostre zone. Spaesamento e spopolamento sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che segnano in modo rovinoso la storia delle aree interne meridionali negli ultimi decenni.

A questo punto non si può fare a meno di chiedere di chi sono le responsabilità, che appartengono a vari soggetti, in primo luogo ad un ceto politico che ha gestito la ricostruzione in Irpinia, conquistando il peso della classe dirigente nazionale, formandosi attorno ai massimi esponenti del potere politico locale e nazionale. Basta citare i nomi dei dirigenti della Democrazia cristiana irpina che hanno occupato posizioni di rilievo nell’ambito del partito e sono tuttora affermati ai più alti livelli politico-istituzionali. 

Il mio modesto contributo è anzitutto quello di provare ad interpretare e conoscere la realtà, ma anche quello di provare a modificarla. La speranza di riscatto delle nostre popolazioni deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da promuovere necessariamente in sede politica. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, tentando di migliorare il mondo circostante. In questa prospettiva l’intellettuale, da solo, è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze sociali presenti nella realtà storica in cui vive.

Lucio Garofalo

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Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, di contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di transizione convulsa verso un mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o peggiore di quello esistente.

Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti ed isolati del pianeta, provengono segnali caotici che inducono a pensare che stiamo vivendo una fase storica di trapasso verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti categorie politiche, filosofiche, etiche, spirituali, potrebbero essere rovesciate, quantomeno di senso.

Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di carattere ottusamente protestatario rischia di invertirsi nel suo valore opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si inverte nel suo termine contrario, cioè l’obbedienza. Il falso progresso copre in realtà un pericoloso regresso. La verità cela la menzogna. E via discorrendo.

A me pare che in questo discorso risuoni l’eco di “vecchie”, ma ancora attuali, riflessioni pasoliniane come quelle contenute negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita, cioè nel 1975, Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia del suo tempo, distrutta esattamente come l’Italia del 1945, che per certi versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana.

Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un inarrestabile degrado: la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere, più totalitario, feroce e brutale di ogni fascismo; le distruzioni operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa ansia di conformismo; le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti.  A conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società possono, purtroppo, regredire.

Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (non mi riferisco solo alle vicende campane, alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una spazzatura molto peggiore, di tipo morale e politico?

Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale, cioè in Campania, e sul piano nazionale. 

Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come quello suggerito e proposto da Pasolini nelle Lettere luterane.

Il grande Processo (la P maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo”), rivolto contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne …”. Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo imperniato sul mondo degli italiani del 1975 (e del 2008).

Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale, disumanizzante, distruttiva.

Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano, ossia simbolico, allegorico, letterario ed immaginario, ad un Palazzo kafkiano. L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta scandaloso e in uno stile da poeta, che si avvale di anafore, iperboli, iterazioni, che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”

Mi domando cosa scriverebbe lo “scandaloso” Pasolini contro gli odierni scandali politici e morali del nostro Paese, contro l’immane scempio di un territorio sommerso ed avvelenato dalle scorie e dagli scarti d’ogni genere, industriali, chimici, nucleari.

Ma ancora di più mi chiedo cosa direbbe Pasolini contro lo scandalo di un’immondizia senza dubbio più fetida, putrida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta ed ignorante d’Europa, composta da una banda affaristica e criminale che infesta e corrompe ormai da anni l’intera nazione. Un’associazione a delinquere legalizzata, che rivendica il fatto di aver ricevuto dal “popolo” una legittimità “democratica”, scambiata evidentemente come un’autorizzazione a delinquere, quasi una “licenza di uccidere”.

Licenza di uccidere ed annientare, in senso neanche tanto metaforico, quel poco che resta dei diritti, delle garanzie e delle libertà politiche e sindacali, gli elementi residuali di una legalità democratica sancita solo formalmente dalla Costituzione, le leggi a tutela delle categorie economicamente più deboli e svantaggiate, il tessuto già fragile della pacifica convivenza civile tra le persone, ogni parvenza di progresso e di emancipazione.

Lucio Garofalo

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L’ennesima vicenda “scandalistica” e “gossippara” che coinvolge Piero Marrazzo, così come lo scandalo Berlusconi/escort, tutto sommato ci investe e ci tocca da vicino, malgrado la gente sia interessata direttamente da questioni più concrete, ossia da priorità di ordine evidentemente economico.

A mio parere, gli scandali politici e morali si intrecciano con quelli economici e con le pesanti ingiustizie sociali e materiali che investono la condizione delle classi lavoratrici e subalterne nel nostro Paese. 

Il tema della moralità pubblica, così pure la crisi della democrazia liberale borghese, che sta spingendo il nostro paese ad assomigliare ed avvicinarsi sempre più ad un regime di stampo sudamericano, sono tutte emergenze reali ed importanti che pesano ed incidono direttamente anche sul versante sociale.

Dunque, non si tratta di questioni distinte e separate come si vuol far credere.

La riduzione degli spazi di agibilità democratica, la carenza di un minimo di opposizione in ambito parlamentare, non dico di segno “comunista” ma persino di natura “socialdemocratica” e riformista, la mancanza di un quadro politico che sia minimamente “di sinistra”, l’inesistenza di un soggetto politico interessato a salvaguardare e preservare la sfera dei diritti e delle garanzie costituzionali che appartengono e si riferiscono ad una mera democrazia formale e rappresentativa, sono intimamente legate all’assenza di una forza politica e sindacale in grado di tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori.

In effetti, sia a livello politico nazionale, come pure sul piano internazionale, è in atto uno scontro aspro e feroce per il potere, condotto anche con il ricorso a vicende scandalistiche e di gossip o di altro genere.

Lucio Garofalo

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