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Archive for the ‘meridionalismo’ Category

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

 Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Fenestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

 La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

 Io sono comunista e non credo negli stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale.

 Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

Lucio Garofalo

 

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Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

 

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

 Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all’interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

 I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze.

 Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

 Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

 Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

 In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

 Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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 Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier. 

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

 D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920 sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell’“eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

 L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala.

Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film “La vita è bella” il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti.

 E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.

Lucio Garofalo

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Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.

Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone.

Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia.

In Irpinia affiorano vari segnali che denunciano un impoverimento del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. L’Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive occupazionali per l’avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità ed agibilità democratica.

Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione.

E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell’emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale.

Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al “sovversivismo delle classi dirigenti” di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società.

Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un “liberismo” più di facciata che di sostanza, nel senso che sono “liberisti” a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono “antiliberisti”, “protezionisti” e “statalisti” quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell’odierna fase recessiva.

Tornando al quesito originario – quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico.

Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto.

La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all’impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.

In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.

Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.

Lucio Garofalo

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Il concetto di Shoah, che in lingua ebraica significa “distruzione”, o “calamità”, nell’accezione di una sciagura inattesa, è un’altra forma adottata per indicare l’Olocausto. Molti Rom usano il termine Porajmos, ”grande divoramento”, o Samudaripen, ”genocidio”, per definire lo sterminio nazista. Oggi la voce “olocausto” è impiegata anche per esprimere altri genocidi, avvenuti prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, e designare qualsiasi strage pianificata di vite umane, come quella causata da un conflitto atomico, da cui discende l’espressione “olocausto nucleare”. Talvolta la nozione di “olocausto” serve per descrivere il genocidio armeno e quello ellenico, che provocò lo sterminio di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923. Tuttavia, in questa occasione mi interessa resuscitare la memoria di altre esperienze storiche in cui furono consumati orrendi eccidi di massa troppo spesso dimenticati dai mass-media e dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e a quello dei “Pellerossa” del Sud Italia, cioè i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da un milione di Pellerossa riuniti in 400 tribù e circa 300 famiglie linguistiche. I coloni penetrarono nelle sterminate praterie e praticarono una spietata caccia ai bisonti, il cui numero calò drasticamente rischiando l’estinzione. I cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce e altro. Ma la strage degli Indiani fu espletata dall’esercito statunitense per espandersi all’interno e nel West del Nord America. I soldati cacciarono i nativi dalle loro terre compiendo orribili massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa furono letteralmente annientati. Oggi i nativi nordamericani non formano più una nazione, essendo stati espropriati della terra, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive ghettizzata in riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile accomuna i Pellerossa ai Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono uccisi, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma i Meridionali erano cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra e doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per asservirlo e invaderne il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d’Europa.

I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe inizio la rivolta dei Briganti e dei contadini. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a danno dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite dalle false promesse dell’“eroico” mercenario e massone, Giuseppe Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni, non intendo comparare il fenomeno del Brigantaggio post-unitario alla Resistenza partigiana del 1943-1945. Per varie ragioni, anzitutto perché nel primo caso si trattò di una vile aggressione militare, di una guerra di rapina e di conquista che ebbe una durata molto più lunga della guerra civile tra fascisti e antifascisti: l’intero decennio dal 1860 al 1870. I briganti meridionali furono costretti ad ingaggiare una strenua resistenza che provocò eccidi spaventosi, in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato contro le popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente, dando luogo al fenomeno dell’emigrazione di massa dei contadini meridionali. Un esodo biblico, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi ovunque nel mondo, facendo la fortuna di molte nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Australia, ecc.

Se si intende equiparare ad altre esperienze storiche la vicenda del brigantaggio e la feroce repressione sofferta dal popolo meridionale, credo che l’accostamento più giusto sia quello con i Pellerossa e le guerre indiane combattute nello stesso periodo, verso la fine del XIX secolo. Guerre sanguinose che causarono stragi e delitti raccapriccianti contro i nativi nordamericani. Un genocidio dimenticato, come quello a scapito del popolo del Sud Italia. Nel contempo condivido solo in parte il giudizio circa il carattere anacronistico e antiprogressista, delle ragioni storiche, politiche e sociali, all’origine della resistenza combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre retrivo e conservatore. E’ in parte vero che dietro le azioni di guerriglia compiute dai briganti si riparavano gli interessi di un blocco reazionario, filo-borbonico e sanfedista. Tuttavia, inviterei ad approfondire le motivazioni e le spinte che animarono l’aspra lotta dei briganti e dei contadini ribelli contro gli invasori sabaudi.

Non intendo annoiare i lettori con le cifre sui primati del Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione ecc., né mi sembra opportuno esternare sciocchi sentimenti di nostalgia verso una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, verso un passato di barbarie e oscurantismo, oppressione e asservimento delle plebi rurali del Sud. Ma un dato è certo: la dinastia sabauda era più rozza e ignorante, meno moderna di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno dei Savoia, tant’è vero che costituiva un boccone appetibile per le maggiori potenze europee del tempo, Francia e Inghilterra in testa. Questo è un tema complesso e controverso, che esige un approfondimento adeguato.

Concludo con una breve chiosa sulle presunte tendenze progressiste incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dell’odierno Stato europeo. Non mi pare che tali processi abbiano assicurato un autentico progresso sociale, ideale e civile, ma hanno favorito uno sviluppo economico ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti. Intendo dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale e ora a livello europeo, non coincide con l’integrazione dei popoli e delle culture, sia locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente progressiste e rivoluzionarie, devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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Se provassi a ragionare sui problemi concreti dell’Irpinia e mi addentrassi troppo nel merito, temo che rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un malcostume tipico dei politici è esattamente quello di sentirsi facilmente “diffamati” o “calunniati”, querelando chiunque osi affermare una verità riconosciuta da tutti, ma sottaciuta, sempre malintesa e confusa con la menzogna, respinta come una “accusa infamante”.

Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più “oasi felici”, oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  le nostre comunità.

I dati Istat, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli italiani poveri hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della povertà assoluta in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della povertà relativa negli ultimi anni, soprattutto al Sud, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.

Infatti, se in Italia le cose vanno male, al Sud vanno sempre peggio. “Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese”, spiega Nicoletta Pannuzi, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.

Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda  sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la povertà registra un incremento allarmante a causa della crisi: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.

In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.

Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.

Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell’interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L’imposizione di una visione  della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo. 

A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all’aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un’interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.

L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.

Il mio “pessimismo cosmico” è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.

Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.

L’attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.

L’Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l’autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all’esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il “pensiero unico” dell’homo economicus, tipico dell’ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all’interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d’uomo.

Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un’accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.

La schizofrenia e l’atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una  profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale. 

Lucio Garofalo

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Le occasioni sprecate

Il 23 novembre di quest’anno ricorre il 29esimo anniversario del terremoto che scosse con violenza un vasto territorio del Sud Italia, il cui epicentro fu individuato in un’area compresa tra l’Irpinia e la Lucania, precisamente a Conza della Campania. Il sisma, caratterizzato da una fortissima intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli e da una magnitudo 6,9 della scala Richter, investì con furia numerosi paesi, spazzando via in pochi attimi intere comunità e decimando le popolazioni locali. Per comprendere la devastante potenza sprigionata dal terremoto del 1980, basta compiere una semplice analisi comparativa con quello dell’Abruzzo, che ha raggiunto i 5,8 gradi della scala Richter. Nel complesso si contarono quasi 300 mila senzatetto, oltre 2 mila morti e quasi 10 mila feriti. Tra i centri maggiormente disastrati vi furono Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Caposele e Calabritto.

Dunque, 29 anni fa si è consumata un’immane tragedia, la peggiore sciagura che abbia colpito l’Italia meridionale nel secolo scorso. Si trattò di un cataclisma senza precedenti, le cui traumatiche conseguenze non furono provocate solo da cause naturali, ma anche da precise responsabilità umane, cioè da scelte di ordine politico, economico, antropico e culturale. Il fenomeno tellurico che sconvolse le nostre zone fu senza dubbio di una potenza inaudita, ma le speculazioni affaristiche, l’incuria e l’irresponsabilità degli uomini nella costruzione e nella manutenzione delle abitazioni e degli edifici pubblici, le lentezze, i ritardi, l’impreparazione della macchina organizzativa dei soccorsi statali nella fase dell’emergenza post-sismica (quando serviva rimuovere con urgenza i cumuli di macerie e salvare eventuali superstiti), contribuirono non poco ad aggravare i danni e ad accrescere in modo agghiacciante il numero dei morti e dei feriti.

Per gli abitanti dell’Irpinia il terremoto del 1980 rievoca emozioni intense, un misto di cordoglio, tristezza e turbamento, di angoscia, inquietudine e rabbia. Il ritorno ad una vita “normale” è stato un processo assai lento ed ha richiesto lunghi anni trascorsi in una condizione di permanente provvisorietà emergenziale, che ha visto numerose famiglie crescere i propri figli fino alla maggiore età, se non addirittura oltre, nei container con le pareti rivestite d’amianto. Il completamento della ricostruzione, lo smantellamento e la bonifica delle aree prefabbricate sono interventi che appartengono alla storia recente. Inoltre, l’opera di ricostruzione degli alloggi e degli agglomerati urbani non è stata accompagnata da un’effettiva volontà e capacità di ricostruzione del tessuto della convivenza civile e democratica, da un indirizzo politico che contenesse scelte mirate a ricucire una rete di sane relazioni interpersonali, a recuperare gli spazi di aggregazione e di partecipazione sociale che rendono vivibili le strutture abitative.

Il terremoto del 1980 ha straziato e scompaginato l’esistenza di intere generazioni di giovani, ha impressionato le percezioni più elementari, imprimendosi nella memoria e nelle coscienze individuali, agendo nella sfera più nascosta delle sensazioni interiori. I cambiamenti prodotti dalle viscere della terra, intesi soprattutto in termini di abiezione e degrado sociale, si sono insinuati nell’intimità degli affetti, nei gesti e negli atteggiamenti più comuni, penetrando negli stati d’animo e nelle normali relazioni quotidiane, degenerando in una sorta di imbarbarimento e regressione antropologica.

A distanza di anni, continuano a perpetuarsi l’organizzazione e l’arroganza del potere politico clientelare che continua a ricattare i soggetti più fragili e indifesi, condizionando e riducendo la libertà di scelta delle persone, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli individui e creando vasti serbatoi di voti tra le masse popolari. Tali rapporti di forza si sono conservati in modo cinico, sopravvivendo indisturbati alle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e agli scandali dell’Irpiniagate.

A partire dagli anni ‘80, attingendo ampiamente agli ingenti finanziamenti stanziati dal governo per la ricostruzione, fu varato un folle piano di industrializzazione forzata delle zone di montagna. Si progettò la dislocazione di macchinari installati nel Nord Italia all’interno di territori tortuosi, difficilmente accessibili e praticabili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e di comunicazioni, in cui i primi soccorsi inviati dallo Stato nella fase dell’emergenza stentarono ad arrivare.

Si è innescato in tal modo un processo di perenne sottosviluppo economico e sociale che nel tempo ha rivelato la propria natura sinistra ed alienante, i cui effetti hanno arrecato guasti irreparabili all’ambiente e all’economia locale, che era prevalentemente agricola e artigianale. Occorre ricordare che sul versante strettamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso, maldestro ed irrazionale. Tale risultato si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico globale, cioè in una fase di ristrutturazione tecnologica post-industriale delle economie più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e macchinari ormai obsoleti nelle aree economicamente più depresse e sottosviluppate come, ad esempio, il nostro Meridione.

A scanso di eventuali equivoci, chiarisco che non intendo affatto proporre un’esaltazione acritica del feudalesimo o delle società arcaiche ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare solo barbarie e sottosviluppo, né intendo esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu di pena ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine. Invece, mi interessa comprendere l’attuale società a partire da un’analisi storica onesta, lucida ed obiettiva. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico, da una democrazia pseudo liberale e solo formale, da un benessere artefatto, in quanto corrotto e mercificato, di tipo prettamente consumistico.

Infatti, non si può negare che la “modernizzazione” delle zone terremotate sia stata una conseguenza ritardata e regressiva del processo di ristrutturazione tecnico-produttiva delle economie capitalisticamente più forti del Nord Italia e del Nord del mondo, la cui ricchezza e il cui potere derivano da un sistema di sviluppo che genera solo fame e miseria, guerra ed oppressione, inquinamento, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, identificate come “Sud del mondo”, in cui occorre includere anche il Mezzogiorno d’Italia. A maggior ragione il ragionamento è valido se riferito alla modernizzazione fittizia come quella avvenuta nella fase storica della ricostruzione in Irpinia. Sotto il profilo economico quella irpina non è più una società rurale, ma non è diventata nulla di effettivamente nuovo ed originale, non si è trasformata complessivamente e spontaneamente in un’economia industrializzata, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali come quelle che animano le dinamiche e i processi di sviluppo, irrazionali e senza regole, che si sono verificati sul territorio locale.

Da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche come il clientelismo e la camorra, ma pure nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica. Come sappiamo, il fenomeno dell’emigrazione si è “modernizzato”, nel senso che si ripresenta in forme nuove, più serie e complesse del passato. Infatti, un tempo gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti, mentre oggi sono giovani con un alto grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato aiutavano le loro famiglie d’origine, a cui speravano di ricongiungersi quanto prima, i giovani che oggi fuggono via lo fanno senza la speranza e l’intenzione di far ritorno nei luoghi nativi, anzi spesso si stabiliscono altrove e creano le loro famiglie laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, è un’emigrazione di cervelli, cioè di giovani laureati sui quali le nostre comunità hanno investito ingenti risorse materiali e intellettuali. Questo è il peggiore spreco di ricchezze per le nostre zone. Spaesamento e spopolamento sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che segnano in modo rovinoso la storia delle aree interne meridionali negli ultimi decenni.

A questo punto non si può fare a meno di chiedere di chi sono le responsabilità, che appartengono a vari soggetti, in primo luogo ad un ceto politico che ha gestito la ricostruzione in Irpinia, conquistando il peso della classe dirigente nazionale, formandosi attorno ai massimi esponenti del potere politico locale e nazionale. Basta citare i nomi dei dirigenti della Democrazia cristiana irpina che hanno occupato posizioni di rilievo nell’ambito del partito e sono tuttora affermati ai più alti livelli politico-istituzionali. 

Il mio modesto contributo è anzitutto quello di provare ad interpretare e conoscere la realtà, ma anche quello di provare a modificarla. La speranza di riscatto delle nostre popolazioni deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da promuovere necessariamente in sede politica. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, tentando di migliorare il mondo circostante. In questa prospettiva l’intellettuale, da solo, è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze sociali presenti nella realtà storica in cui vive.

Lucio Garofalo

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