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Archive for the ‘politica internazionale’ Category

In occasione del 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl, che ricorreva esattamente il 26 aprile scorso, è tornato in mente un accostamento con il 1986, in modo particolare per la coincidenza di due eventi: l’attacco militare contro la Libia (per la cronaca, ricordo che nel 1986 l’amministrazione presieduta da Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli e Bengasi) e l’incidente nucleare nella cittadina ucraina.

L’attuale situazione politica ed economica mondiale è inasprita da numerosi altri fattori, a cominciare dalla gravissima recessione internazionale, paragonabile alla “grande depressione” del 1929, indubbiamente peggiore rispetto alla crisi petrolifera del 1974.

 Non c’è dubbio che il regime libico di Gheddafi non abbia mai svolto un ruolo effettivamente “critico” o “antagonista” rispetto alle ingerenze dell’Occidente, tanto nel 1986 quanto nel 2011, ma è stato sempre funzionale agli interessi di supremazia economica, politica e militare, cari alle potenze imperialistiche del Nord del mondo.

Peraltro l’atteggiamento ambiguo e controverso della Libia ha sempre fatto comodo alla Cia e al militarismo Usa, al Mossad e al terrorismo sionista, ed ha sempre osteggiato, di fatto, la causa palestinese, soprattutto quando il colonnello Gheddafi ha armato e appoggiato le fazioni palestinesi più estremiste e violente, come il gruppo paramilitare fondato e guidato da Abu Abbas, il Fronte per la Liberazione della Palestina, che non a caso si rese responsabile dell’eliminazione fisica di numerosi esponenti dell’OLP di Arafat, quasi quanti ne abbiano assassinati gli agenti dei servizi segreti israeliani.

 L’anno prima della tragedia di Chernobyl, ossia nel 1985, un commando che faceva capo al FLP realizzò, al largo delle coste egiziane, il dirottamento dell’Achille Lauro, una nave da crociera italiana, sequestrando l’equipaggio e i passeggeri. Nel corso dell’azione perse la vita Leon Klinghoffer, un disabile di religione ebraica e cittadinanza statunitense. La vicenda fu all’origine della “crisi di Sigonella” esplosa tra il governo italiano, guidato all’epoca da Bettino Craxi, e l’amministrazione Usa di Ronald Reagan.

 

La “guerra umanitaria” in Libia e la catastrofe di Fukushima sono due avvenimenti inquietanti che fotografano in modo emblematico l’incombente crisi energetica planetaria, che dovrebbe indurre i governi ad intraprendere strade alternative rispetto alla dipendenza dalle fonti petrolifere e nucleari, per orientarsi verso la ricerca e lo sfruttamento di risorse energetiche più pulite e rinnovabili.

 Esistono mille ragioni per farlo, anzitutto di convenienza pratica, ma anche pulsioni di tipo basico, come la salvaguardia del genere umano. Ci dovrebbe spingere in tale direzione l’istinto di autoconservazione della specie, o il buon senso, eppure prevalgono altre spinte, senza dubbio autodistruttive, interessi affaristici che sono appannaggio di una ristretta cerchia di compagnie economiche multinazionali che agiscono a danno della sopravvivenza dell’umanità e delle principali forme di vita sul nostro pianeta, cioè a nostro discapito.

 Oggi più che nel passato, sin dai tempi mitici e primordiali di Prometeo, l’eroe titanico che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’umanità, questa è seriamente minacciata da molti fattori di rischio, e non mi riferisco semplicemente ad un’eventuale “apocalisse atomica” o ad immani devastazioni belliche, né solo alla crisi che investe il capitalismo.

Lucio Garofalo

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Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all’attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un “effetto domino”, come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

 L’ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi.

Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo

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La storia dell’umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il filosofo napoletano Giambattista Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non mancano, ma per rendersene conto basterebbe riflettere sul funzionamento del potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il vero motore della storia.

Nel 1800 la reazione antigiacobina dell’assolutismo monarchico fu crudele e sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815: i Borbone, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell’epoca). Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l’oltranzismo forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.

A dirla tutta, la natura reale del potere economico e politico nel mondo contemporaneo è tendenzialmente “rivoluzionaria” e “conservatrice” insieme, nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un’azione destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di “rivoluzione permanente” programmata e indotta dall’alto, che mira a preservare e rafforzare l’ordine costituito. In questa ottica, le forze eversive che esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di destra ma di centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e vocazione al centro degli schieramenti politici.

 La chiave di lettura è riassumibile nell’antico adagio “divide et impera”, come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè “destabilizzare per stabilizzare”: in sintesi la “formula magica” della cosiddetta “strategia della tensione”, un’arma applicata più volte e mai dismessa, sempre pronta all’uso in quanto funzionale per autorizzare interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del potere. E’ sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la repressione. I processi “rivoluzionari”, cioè repressivi, possono essere determinati dall’occasione di una crisi innescata dall’alto, quindi dal sistema stesso. E’ quanto sta accadendo nell’attuale momento storico, segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di lavoro e degli stili di vita all’interno delle società capitalisticamente più avanzate dell’occidente.

La realtà mostra lo sfacelo in cui versa la società capitalistica, talmente evidente da non poter essere negato neanche dai fanatici più incalliti della globalizzazione neoliberista, di cui Marx aveva intuito ed enucleato le dinamiche essenziali. La finanziarizzazione sempre più estesa dell’economia e del capitale, la terzomondizzazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e la proletarizzazione sempre più diffusa dei lavoratori, la crescente competizione al ribasso e le tensioni sociali conseguenti, la ripresa della lotta di classe e della centralità del lavoro produttivo come necessità per una fuoriuscita dalla crisi globale, sono fenomeni che il vecchio barbuto di Treviri aveva scoperto 150 anni fa.

Oggi le classi dominanti non sono più in condizione di imporre e propugnare un modello di vita credibile, una visione etica rigorosa, un’idea di società e di progresso che sappia infondere nell’animo dei giovani una fiducia nell’avvenire, tranne l’invito a consumare in modo incessante e scellerato le risorse esistenti, destinate ad esaurirsi, cioè beni effimeri legati al consumismo materiale, per cui le classi dirigenti sono lo specchio più patetico della decomposizione sociale. La società occidentale, soprattutto le classi dirigenti sono al tramonto proprio perché è venuto meno il ruolo di supremazia storica svolto dall’occidente nel mondo. Non a caso sono emerse nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, destinate a sconvolgere gli equilibri planetari. Questo è un dato evidente che bisogna riconoscere per comprendere le ripercussioni che si stanno verificando sul tenore di vita delle popolazioni occidentali, come è accaduto ad altre civiltà devastate dalla sete di conquista e di rapina delle potenze coloniali europee.

Il capitalismo è ormai prigioniero di una crisi strutturale e ideologica, per cui non è più in grado di convincere e sedurre la gente, in particolare i giovani. Si pensi a quanto è accaduto in un continente come l’America Latina, attraversato da spinte e fermenti anticapitalistici ed antimperialistici. Si pensi a quanto accade in Europa e in Nord Africa, ai rivolgimenti e ai tumulti di massa che stanno ridisegnando gli assetti di intere nazioni.

Lucio Garofalo

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Il concetto di populismo, confuso abitualmente con la demagogia autoritaria e paternalista, gode di una pessima reputazione presso gli ambienti della sinistra radical chic e politically correct, affetta da un viscerale antipopulismo e snobismo intellettuale. Un vizio atavico e incorreggibile che la induce a nutrire un profondo disprezzo nei confronti delle masse popolari, in particolare verso il “popolo profondo”, visto con alterigia e spocchia aristocratica.

 Tuttavia, il discorso è più ampio, nella misura in cui la categoria del populismo è invisa alle moderne democrazie liberali, le quali ravvisano nel populismo una strategia per riscuotere facili consensi tra le classi ritenute poco colte ed evolute, facendo leva su cliché che garantiscono un immediato riscontro emotivo. A tale riguardo è giunto il momento di sfatare alcuni luoghi comuni della politica. Una di queste persuasioni è la tesi che qualifica Berlusconi come un “leader populista”. Nulla di più falso e becero. Al di là di stereotipi banali e mistificanti, Berlusconi è solo un populista di comodo. Mi spiego. Se il popolo lo vota e lo sostiene, allora il  popolo ha ragione e Berlusconi si spaccia per essere un populista, ma se la gente non lo vota ed osa contestarlo, in tal caso il popolo ha torto, perciò Berlusconi non è un sincero populista. Il populismo di Berlusconi è dunque capzioso, una menzogna ripetuta ossessivamente e metabolizzata acriticamente come un dato di fatto, che sarebbe il caso di riesaminare per svelare la sua natura opportunistica, cioè uno strumento di propaganda e mistificazione ideologica.

Se fosse un autentico populista, Berlusconi dovrebbe riconoscere piena sovranità al popolo in ogni caso, quando lo appoggia e quando lo contesta. Il populismo dovrebbe esprimere rispetto e devozione verso il popolo, un atteggiamento sincero e coerente, non basato su convenienze politiche, né sbandierato in termini di annunci e promesse elettorali menzognere, puntualmente disattese. Bisogna ribadire che Berlusconi non è un populista, ma un nemico del popolo, un impostore che ha fatto regredire il popolo italiano di oltre 50 anni, lo ha ingannato e impoverito. Invece, altri statisti passati e presenti possono rivendicare i meriti di un populismo declinato nelle forme di un socialismo  popolare e antimperialista. Un onesto leader populista ha in mente soprattutto il progresso del popolo. 

A parte il populismo russo e americano di fine Ottocento, si pensi a personalità di notevole prestigio come Mao Tse-Tung, la guida carismatica di una rivoluzione che ha fatto compiere al popolo cinese un poderoso balzo in avanti di secoli; si pensi a Fidel Castro, che ha beneficiato il suo popolo affrancandolo dalle piaghe secolari della miseria e dall’analfabetismo, al punto che Cuba può vantare gli ospedali e le scuole migliori del continente americano; si pensi a Hugo Chavez, che sta facendo progredire le condizioni del popolo venezuelano.

Insomma, occorre smascherare il populismo ipocrita e parolaio di Berlusconi e contrastarlo su un terreno politico e culturale, proponendo un modello alternativo e speculare insieme, sospinto da un’autentica ispirazione populista. Qui la nozione di populismo va intesa in un’accezione non demagogica, paternalista o sciovinista, bensì in un’ottica gramsciana, cioè nel senso di un blocco popolare avanzato e rinnovatore.

E’ in una prospettiva gramsciana che occorre imboccare la direzione di un populismo nuovo, inteso nella versione di un socialismo popolare che sposi i valori della democrazia partecipativa. Nulla esclude che il populismo possa assumere forme davvero progressiste e democratiche. Per evitare che una simile ipotesi resti sulla carta, è indispensabile una notevole maturità politica e teorica, ma soprattutto occorre che la situazione economica non peggiori. In un quadro di incertezza e precarietà sociale, in cui le istituzioni sono sorde a ogni forma di intervento sociale, la protesta dei movimenti populisti rischia di svilupparsi esaltando le componenti più aggressive e primitive, autoritarie e regressive.

A proposito di pregiudizi da sfatare, vale la pena di soffermarsi su alcuni stereotipi assolutamente banali e fuorvianti che iniziano a circolare per etichettare in modo superficiale la rabbiosa protesta giovanile esplosa nei giorni scorsi. Non c’è dubbio che le ultime manifestazioni studentesche, partecipate in modo massiccio e decisamente pacifico, sono state la migliore risposta proveniente dalla piazza e dagli altri scenari della contestazione, per smentire le infami accuse lanciate dalla solita stampa che aveva già scatenato una furiosa canea sulla presunta identità tra studenti e “potenziali assassini”. Fino a formulare l’irresponsabile equazione: manifestanti = terroristi.

Il tentativo dei mezzi di “distrazione” di massa per distogliere l’opinione pubblica dai nodi cruciali della protesta giovanile, ponendo l’accento sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la conferma dell’ottusa volontà del ceto politico di ignorare le rivendicazioni sollevate dalla piazza per proseguire ostinatamente in un atteggiamento di sterile chiusura autoreferenziale e in una recita di pupi a cui ormai siamo abituati. E’ giusto ricordare che non ci sono solo le lotte e le istanze espresse dal movimento studentesco in forma spontanea e tumultuosa, ma pure le questioni sociali rappresentate dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un comune denominatore che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

 Emerge un altro luogo comune da confutare: fino a ieri i giovani erano  rimproverati di essere “bamboccioni”, inerti e passivi politicamente, ora iniziano a ribellarsi e sono tacciati di essere “potenziali assassini”. Che si mettano d’accordo con il loro cervello. Ma chi sono i veri terroristi? La storia ci insegna che i peggiori furfanti sono coloro che detengono il potere economico, i veri sovversivi sono assorti al governo della nazione.

 Il DDL Gelmini sull’università è, tutto sommato, il “casus belli” di una rivolta studentesca che mira a denunciare il dramma della precarizzazione economica e sociale che incombe come una “spada di Damocle” sul futuro delle nuove generazioni. E come si può dar loro torto? Perché biasimare chi rifiuta un destino di sottomissione e precarietà?

Infine, una chiosa critica circa i limiti di questo movimento. Nel ’68 circolava uno slogan che così recitava: “siamo realisti: vogliamo l’impossibile”. Ebbene, questa nuova rivolta non esige l’impossibile, non avanza richieste che potrebbero apparire “velleitarie” in quanto non pretende di realizzare una rivoluzione, ma si limita a rivendicare solo ciò che è possibile nell’immediato: una normale mediazione politica e dialettica, insomma il dialogo. Infatti, basta pensare all’esultanza con cui gli studenti, o una parte di essi, hanno accolto la disponibilità di Napolitano ad ascoltare le loro ragioni, per rendersi conto della diversità sostanziale rispetto al Sessantotto, per cogliere l’enorme distanza che separa questo movimento giovanile rispetto agli anni ’70. Nel bene e nel male.

Lucio Garofalo

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Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovranazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale. L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovranazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geo-politico, che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovranazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia. I popoli finora oppressi e tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, relegati ai margini della storia,  dissanguati dall’usura finanziaria internazionale, non resteranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di inerzia in cui sono sprofondati, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti. 

Lucio Garofalo

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All’alba del 31 maggio la marina militare israeliana ha lanciato un sanguinoso blitz contro il convoglio internazionale della Freedom Flotilla, allestito per trasportare un carico di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari destinati alla gente di Gaza, costretta da quattro anni a subire un assedio e un embargo illegale imposto da Tel Aviv. La spedizione era stata preparata da varie associazioni pacifiste con l’appoggio di un coordinamento di organizzazioni non governative (Ong) di 42 paesi. Nel corso dell’assalto al convoglio pacifista, su cui erano imbarcati circa 600 attivisti di oltre 40 nazionalità, i militari israeliani hanno ucciso 19 persone, ferendone almeno 26. È il tragico bilancio di un’aggressione lanciata mentre la flottiglia si trovava in acque internazionali. Si tratta di un’azione di pirateria che viola il diritto internazionale, un atto di terrorismo di Stato di cui il regime di Tel Aviv deve essere chiamato a rispondere.

Chiunque abbia difeso finora il governo di Israele, si arrampica sugli specchi in modo goffo e maldestro per avallare le assurde “ragioni” di uno Stato rivelatosi terrorista e criminale. Ma è impensabile, oltre che immorale, avallare una linea strategica priva di qualunque fondamento razionale, per cui rischia di ritorcersi contro chi la sostiene.

Nessuno che davvero conti all’interno della “comunità internazionale” ha osato condannare gli atti di terrorismo di Stato commessi da Israele contro popolazioni inermi come quelle presenti nella striscia di Gaza. Nemmeno l’attuale pontefice ha assunto una posizione di netta esecrazione morale e politica nei riguardi dell’aggressiva e spregiudicata politica israeliana che si è spinta davvero oltre ogni limite accettabile.

Quando si parla di “antisemitismo” ci si riferisce ovviamente all’antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, cioè al classico razzismo contro gli Ebrei, vittime dell’Olocausto nazista. Ma esiste anche un antisemitismo commesso contro il popolo palestinese, anch’esso appartenente alla stirpe “semitica”, anch’esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione imperialista, di atti ostili e terroristici, di cui si conoscono i responsabili. Il peggior “antisemitismo”, non semplicemente ideologico, ma brutalmente politico e militare, è quello messo in pratica da coloro che rappresentano i veri assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi soci anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi anni dallo Stato di Israele con l’appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e civili che vivono confinate nella striscia di Gaza?

Occorre ricordare alcune cifre impressionanti ed emblematiche che indicano lo stato di miseria e disperazione in cui versa la popolazione palestinese di Gaza. Secondo dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti giace sotto la soglia della povertà sopravvivendo a stento con meno di 2 dollari al giorno. Tali condizioni sono soprattutto la conseguenza dell’embargo economico imposto da Israele contro la gente di Gaza.

L’Occidente ha sempre decantato le virtù liberatorie della democrazia, ma quando un popolo decide di autodeterminarsi come è accaduto nel caso dei Palestinesi, e il risultato elettorale non è gradito alle potenze occidentali, queste intraprendono una serie di manovre per vanificare ogni fondamento di legalità. Dopo le elezioni palestinesi vinte da Hamas la comunità internazionale impose un ignobile embargo al fine di ricattare i palestinesi e costringerli a pentirsi di aver votato per Hamas.

La vittoria elettorale di Hamas fu ostacolata fin dall’inizio dai paladini della “democrazia”, gli Usa. I quali vantano una indiscutibile superiorità morale nel campo dei diritti e delle libertà democratiche. Basti pensare che la pena capitale, vigente in vari Stati della Confederazione Usa, è un “nobile” esempio della civiltà giuridica e politica statunitense, per cui hanno le carte in regola per “esportare la democrazia” nel mondo.

A tale riguardo gli islamisti non hanno torto quando accusano la “democrazia” di essere una “foglia di fico” utilizzata per occultare le nefandezze e la matrice tirannica e sanguinaria dell’imperialismo occidentale. D’altronde, gli stessi concetti sono formulati dai marxisti, sia pure in chiave comunista e sulla base di un’impostazione ateistica e storico-materialistica. In particolare Lenin e Rosa Luxemburg definivano la democrazia parlamentare come un “involucro” dentro cui si annida la violenza della dittatura di classe della borghesia imperialista. La logica manichea che pretende di contrapporre la “democrazia” borghese alla “teocrazia” islamista è l’ennesima trappola ideologica escogitata dalle potenze imperialistiche per mistificare la verità ed ingannare l’opinione pubblica internazionale, distraendola dai problemi reali e dalle contraddizioni esistenti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in altre aree strategiche del pianeta.

Non c’è alcun dubbio che Hamas sia un’organizzazione culturalmente retrograda e politicamente reazionaria, diciamo pure islamico-fascista. Ma è altrettanto ineccepibile che la politica praticata dal governo israeliano nei confronti della gente di Gaza sia di natura aggressiva, criminale e terroristica, non certo democratica e progressista.

A questo punto chiedo: i Palestinesi, come le popolazioni di stirpe araba, non sono di origine “semitica” come gli Ebrei? Secondo il racconto biblico, il genere umano si dividerebbe in tre grandi “razze”, o macrogruppi etnici, discendenti dai figli di Noè: Sem, da cui deriverebbero i popoli “semiti”, Ebrei e Arabi; Cam, da cui discenderebbero i popoli “camiti”, Egiziani e altri popoli africani; infine Ar, da cui trarrebbero origine i popoli di stirpe “ariana”, detti anche “indoeuropei”, incluse le popolazioni italiche, e così via. Quanto finora spiegato, sarebbe accreditato dall’antica tradizione biblica.

Da questo punto di vista, ciò che comunemente è identificato come “antisemitismo”, cioè il razzismo e la persecuzione contro gli Ebrei, dovrebbe ricevere un’estensione semantica, oltre che storico-politica, nella misura in cui dovrebbe includere anche gli atteggiamenti di ostilità e la politica terroristica condotta da Israele, con l’appoggio anglo-americano, ai danni di un altro popolo di stirpe “semitica”: i Palestinesi. I principali responsabili di questa nuova versione dell’antisemitismo sono il governo israeliano, il sionismo internazionale e i suoi tradizionali alleati anglo-americani.

In effetti credo (e temo) che il nuovo “antisemitismo” consista e risieda proprio nella politica di sterminio, di pulizia etnica e di persecuzione criminale condotta dal governo israeliano e dall’establishment sionista che fa capo alle ricche e potenti lobbies ebraiche sparse ovunque nel mondo, nonché al famigerato Mossad, gli efficienti servizi segreti israeliani, ai danni di un altro popolo anch’esso di origine “semitica” presente sul nostro pianeta: gli Arabi, e nella fattispecie particolare i Palestinesi Cisgiordani confinati all’interno di un immenso lager circondato da un gigantesco  muro di cinta.

Lucio Garofalo

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Nel famoso libro “Della guerra”, pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle guerre napoleoniche (le prime dell’era capitalistica contemporanea), elaborò un’analisi seria del problema, di cui seppe cogliere l’essenza più recondita, applicando una logica hegeliana.

Tra le altre cose, Karl von Clausewitz scrisse la celeberrima frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”; ed ancora: “La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.

Hegel, dal canto suo, affermò che “La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche”, nel senso che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia.

Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introdusse ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l’essenza profonda dei conflitti bellici e sociali all’economia in quanto motore della storia, che è “storia di lotta di classe”.

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell’umanità, ma soprattutto nell’epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti del capitalismo e dell’imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l’analisi critica suggerita dal marxismo, hanno avuto un riscontro effettivo.

Nelle sue fasi cicliche di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cento anni di decadenza del capitalismo, che ormai è in una fase di putrefazione avanzata e irreversibile.

In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929, il sistema capitalistico ha escogitato diverse soluzioni praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte neoimperialiste per conservare e consolidare lo statu quo, l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di nuove aree di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone del mondo in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore.

Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metal-meccanica, siderurgica e petrolifera, fu la via scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del 1929, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla servì la tragica lezione impartita dalla prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di risposta, di segno apertamente reazionario, delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica esplosa nel primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti interni alle potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale.

Durante i 25 anni successivi alla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, inclusa l’Italia, si verificò un ciclo di espansione economica diffusa, un periodo storico indicato con l’espressione “boom economico”. Nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita venne frenata dalla crisi del dollaro e del sistema monetario internazionale, che portò nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro, ma soprattutto dalla crisi petrolifera del ‘73 determinata dalla guerra del Kippur, combattuta in Medio Oriente, che causò un pauroso innalzamento del prezzo del barile.

E veniamo all’odierna catastrofe economica e sociale.

L’attuale crisi investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione, nel senso che negli anni si è determinato un ciclo di sviluppo e di accumulazione smisurata dei profitti, derivanti da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè gli operai. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo senza dubbio elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, per effetto di un processo di globalizzazione economica imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria, precarietà e sfruttamento, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche facciano più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi umani e sociali, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la crisi recessiva, sino al tracollo definitivo e globale del capitalismo, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi finora conosciuti.

A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali la riduzione dei megacompensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla “moralizzazione” (si fa per dire) e alla regolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione dei paradisi fiscali. Tutte misure annunciate enfaticamente, ma che non sono state ancora applicate, essendo di fatto inapplicabili.

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Ovviamente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica, turba non poco i capitalisti e i loro servi. Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico imperialistico, ad un lungo periodo di guerre sanguinose su scala internazionale.

E’ evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze primarie delle persone. E’ la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l’autoconsumo delle unità produttive create su territori geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta, prevalga sulle false esigenze consumistiche, cioè sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, eliminando la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi istanza di sinistra che proponga finanziamenti alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, chiedendo di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza propugnare o rivendicare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per rilanciare la competitività economica delle imprese private, ma devono dimostrare che nonostante la competitività e la produttività il sistema non funziona e risulta invivibile ed inaccettabile per tutti i lavoratori del mondo.

In altri termini, bisogna rimettere in seria discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di “sviluppo” non presuppone un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adottare criteri “quantitativi” quali, ad esempio, il PIL di una nazione, o quello pro-capite, per misurare il tasso di eguaglianza e giustizia sociale, di progresso e democraticità di un paese. Sono necessari altri parametri e altri indicatori di ordine sociale, etico e culturale, che esprimono valori umani in termini di qualità della vita, e non più solo di quantità e di sviluppo economico.

Lucio Garofalo

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