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Archive for luglio 2010

Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti “poteri forti”, soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.

Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell’establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema “democratico” in cui ci concedono semplicemente la “libertà” di votarli, ovvero la “libertà” di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare. Un regime corrotto fin nel midollo, che si è sempre mostrato “forte con i deboli e debole con i forti”, aduso cioè a colpire i soggetti più indifesi, a cominciare dai più disperati, come i terremotati abruzzesi o i migranti visti come “indesiderabili” da perseguire alla stregua dei peggiori criminali, mentre sono ben accetti solo in quanto merce umana, cioè manodopera da sfruttare a bassissimo costo.

Un regime che ha già evidenziato una matrice autoritaria e sovversiva nella volontà (spesso dichiarata) di sfasciare le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo al potere, si presenta in misura più grave ed inquietante rispetto al passato, specie se si considera il mix di populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza il blocco sociale che fa capo a Berlusconi, per la semplice ragione che esso si maschera sotto una veste solo apparentemente legale e democratica. Oltre 35 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che “Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. La citazione rispecchia esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la “metamorfosi” della destra neofascista e leghista per accedere al governo della nazione, sdoganata e traghettata al potere dal populismo berlusconiano.

Quello di Berlusconi è apparso sin dalla nascita come un regime isterico e demagogico, pronto a cavalcare gli umori delle masse inferocite da campagne xenofobe che istigano i peggiori istinti umani. Ma soprattutto pronto a servire ed ossequiare gli interessi che fanno capo ai centri capitalistici e finanziari dominanti, legali o illegali che siano. Altro che “governo forte”! Nella storia italiana non c’è mai stato un governo davvero forte e coraggioso, capace di contrastare e ridimensionare i poteri più influenti e determinanti. Sin dagli albori post-unitari, durante la cosiddetta “età liberale”, quindi nel periodo giolittiano, successivamente nel ventennio fascista, infine nell’epoca repubblicana, nessun governo ha avuto la forza e il coraggio di affrontare le sfide più ardue e decisive, provando a combattere in modo drastico lo strapotere della finanza massonica e della malavita mafiosa, evidentemente colluse con il potere politico istituzionale.

La stessa dittatura di Mussolini esercitò un intervento repressivo solo verso le fasce più deboli della società, emarginando e perseguitando i dissidenti, mettendo al bando ogni opposizione politica, sociale e sindacale. Mentre fallì miseramente nel tentativo di combattere il banditismo  e la mafia siciliana. A tale proposito è opportuno ricordare l’impegno militare svolto dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che fu la carta giocata da Mussolini, ma che presupponeva una lotta inflessibile contro le più alte gerarchie dell’apparato fascista. Un progetto impossibile, o velleitario, in quanto conteneva sin dall’inizio le criticità e le debolezze che ne avrebbero comportato l’insuccesso finale. Il prefetto Mori adottò una strategia che infierì soprattutto sulla mafia rurale e sugli strati inferiori, lasciando intatto il sistema di potere dei grandi latifondisti agrari che avevano usato i mafiosi per soffocare nel sangue le rivolte e le rivendicazioni delle masse contadine, così come si avvalsero dello squadrismo fascista e dello stesso Mori. Il quale nel 1927 fu nominato senatore del regno mentre Mussolini dichiarava solennemente alla Camera che “la Mafia è sconfitta”. In effetti, i metodi brutali usati da Mori suscitarono un diffuso malcontento nella popolazione siciliana, che identificò nelle forze di polizia un esercito di occupazione e nello Stato un nemico straniero di cui diffidare a futura memoria. Una diffidenza acuta e viscerale che si è perpetuata nel tempo fino ad oggi.

Dunque, il neoduce di Arcore non è stato capace di sottrarsi ad una logica di servilismo verso il sistema di potere massonico e mafioso che condiziona la vita del Paese. Nel contempo, oggi quel sistema cerca di sbarazzarsi di un personaggio che, dopo aver svolto il “lavoro sporco”, è diventato scomodo e ingombrante per molti. Tra i limiti della leadership di Berlusconi, al di là delle barzellette da viaggiatore di commercio, delle macchiette da avanspettacolo, dei comportamenti da camorrista e gestore di night club, affiora soprattutto un’immagine populistica, narcisistica e personalistica.

Infatti, il sultano di Arcore ha una visione del potere politico molto originale, secondo cui contano solo i voti. La conta dei voti è essenziale in una democrazia parlamentare ed elettorale, ma non è determinante come aggiudicarsi l’appoggio dei poteri forti. Questa verità era evidente anche per la Dc. Non a caso i volponi democristiani si assicurarono un’alleanza stabile e duratura con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che esprimeva gli interessi del gruppo Fiat, della Massoneria, dei servizi anglo-americani (CIA in testa), della Nato, di Mediobanca di Enrico Cuccia e di altri poteri centrali. Tutti sanno che è praticamente impossibile governare senza instaurare un rapporto organico con tali poteri, che Berlusconi ha sempre temuto e ossequiato, ma di cui ora vorrebbero disfarsi.

Questo dato Berlusconi non sembra averlo compreso, o non sembra tenerne conto, anzi pare che abbia rifilato troppe “fregature” in virtù di un eccesso di megalomania e di narcisismo personale, per cui rischia di essere a sua volta investito da vendette e ritorsioni che potrebbero rivelarsi fatali. In tal senso vanno interpretate le recenti dichiarazioni rese da Licio Gelli contro Berlusconi, nonché alcuni atteggiamenti ostili e negativi provenienti da elementi della mafia e di altre associazioni occulte e criminali.

Lo scenario politico che maggiormente si affaccia all’orizzonte, ossia un esecutivo utile a guidare la difficile transizione verso la fase post-berlusconiana e della Terza Repubblica, un’ipotesi prospettata nell’ottica della borghesia padronale italiana, sarebbe quella di un governo tecnico trasversale, appoggiato sia a destra che a manca. Per scongiurare la minaccia, già paventata da qualcuno, di elezioni politiche anticipate, si prospetterebbe l’ipotesi di un governo istituzionale per gestire l’attuale crisi economica ed approvare qualche riforma istituzionale ed eventualmente una nuova legge elettorale. L’ipotesi è caldeggiata dalle forze politiche che operano in modo trasversale per la formazione di un nuovo “grande centro politico” consacrato dai poteri forti, con in testa la Confindustria, il Vaticano e la Nato. Si tratta di un’ipotesi che procurerebbe solo iatture, lacrime e dolori alle classi lavoratrici, come dimostra la storia recente del Paese. Come insegnano le esperienze dei primi anni ’90 con i governi presieduti da figure prestate non dalla politica ma dall’economia, quali Ciampi e Dini.

Occorre infine far presente che il berlusconismo è solo un effetto, non la causa del degrado antropologico, politico e culturale della società italiana, intossicata dai veleni generati da un capitalismo malato che non è più in grado di assicurare il benessere dei ceti medi che era fonte di consenso e stabilità sociale, ma al contrario sta accelerando e approfondendo la polarizzazione delle ricchezze e del potere ad esclusivo vantaggio delle oligarchie finanziarie e a discapito dei lavoratori. Perciò, l’unica alternativa utile agli interessi operai non può che essere un’opzione rivoluzionaria rispetto allo statu quo.

Lucio Garofalo

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Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovranazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale. L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovranazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geo-politico, che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovranazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia. I popoli finora oppressi e tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, relegati ai margini della storia,  dissanguati dall’usura finanziaria internazionale, non resteranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di inerzia in cui sono sprofondati, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti. 

Lucio Garofalo

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Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.

Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone.

Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia.

In Irpinia affiorano vari segnali che denunciano un impoverimento del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. L’Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive occupazionali per l’avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità ed agibilità democratica.

Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione.

E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell’emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale.

Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al “sovversivismo delle classi dirigenti” di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società.

Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un “liberismo” più di facciata che di sostanza, nel senso che sono “liberisti” a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono “antiliberisti”, “protezionisti” e “statalisti” quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell’odierna fase recessiva.

Tornando al quesito originario – quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico.

Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto.

La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all’impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.

In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.

Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.

Lucio Garofalo

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