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Archive for gennaio 2011

Dalle origini new wave allo screditamento attuale

 

Alla fine degli anni ‘70, in Gran Bretagna e negli Usa la bufera del punk settantasettesco era ormai passata come una meteora. Dalla tempesta emersero soprattutto due gruppi, i Clash e gli Stranglers, che operarono una svolta decisiva sotto il profilo musicale e poetico, significativa anche sul piano dell’impegno politico. Il punk si evolveva in quella temperie artistica che sprigionava le sonorità della musica dark e post-punk, dell’elettronica e della new wave. Gli artisti di riferimento divennero i Bauhaus, i Gang of Four, i Joy Division, i Killing Joke, i Police, i Ruts, i Simple Minds, i Tuxedomoon, ma anche personaggi eclettici come David Bowie e la cantautrice statunitense Patti Smith.

 In quegli anni Firenze stava per diventare una delle capitali europee del clima culturale ed artistico legato alla New Wave. D’altro canto, quella non fu la prima volta in cui il capoluogo toscano ebbe modo di rappresentare un crocevia dell’arte e della cultura, in Italia e in Europa. Già in altri momenti storici Firenze era stata al centro di formidabili esperienze di risveglio e di trasformazione artistica e culturale in Italia e nel mondo. Si pensi al periodo assolutamente unico e irripetibile in cui Firenze fu la culla della civiltà umanistica e rinascimentale europea, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Si perdoni il paragone che potrà apparire azzardato e irriverente.

 

Nei primi anni ’80 la scena musicale europea fu attraversata dalle avanguardie darkpost-punk e new wave. In quegli anni Firenze pullulava di locali alternativi (new wave o post-punk) e stavano emergendo band che segneranno il corso successivo del rock in Italia. Basta citare il caso dei Diaframma e dei Litfiba, senza dimenticare i Neon, i Pankow ed altre band fiorentine che hanno calcato la scena underground di quegli anni. I Diaframma e i Litfiba furono gli alfieri e i precursori di una corrente musicale alternativa e innovativa che fu assorbita e sfruttata dall’industria discografica e culturale. Le due band fiorentine anticiparono i fermenti di un profondo rinnovamento musicale, influenzando anche la sfera del costume, tanto che a Firenze e dintorni la new wave si impose come una tendenza culturale e sociale di massa, assumendo i contorni di una moda commerciale che procurò un’immensa fortuna all’industria tessile di Prato.

 

Il nome dei Litfiba fu scelto prendendo spunto dall’indirizzo telex della sala prove usata all’inizio della loro carriera: “Località ITalia FIrenze via dei BArdi”. In arte Litfiba. La composizione del gruppo è mutata più volte nel corso degli anni a causa dei frequenti avvicendamenti, ma la formazione originaria, quella del periodo d’oro compreso tra il 1980 e il 1989, riuniva cinque elementi storici: Gianni Maroccolo al basso, Federico Renzulli alla chitarra, Francesco Calamai alla batteria (a cui subentrò nel 1984 Ringo De Palma), Antonio Aiazzi alle tastiere e Piero Pelù alla voce. In seguito a divergenze artistiche e personali sorte all’interno della band, in particolare con il manager Alberto Pirelli, Gianni Maroccolo e Ringo De Palma si congedarono definitivamente dai Litfiba per unirsi al gruppo punk emiliano CCCP Fedeli alla linea, ribattezzato in seguito CSI.

A differenza dei Diaframma, che prediligevano le tonalità dark più cupe ed ossessive, i Litfiba ne inventarono di proprie ed originali, aggiornando il sound della new wave in chiave mediterranea e creando una versione latina dell’hard rock e dell’heavy metal. Il primo brano dei Litfiba, intitolato “A Satana”, era un pezzo solo strumentale in quanto la band non aveva ancora trovato un cantante. Fu il tastierista Antonio Aiazzi ad ingaggiare come vocalist un giovane liceale: Pietro Pelù. Nel luglio dell’82 i Litfiba vinsero la seconda edizione dell’Italian Festival Rock di Bologna e, nello stesso anno, uscì l’Ep Guerra, contenente brani assai significativi non tanto a livello musicale quanto poetico. Lo stile rievoca le sonorità dark/post-punk tipiche dei primi anni ’80. Infatti, il pentametro musicale adottato dai Litfiba ai loro esordi era quello tipico di David Bowie, Killing Joke, Stranglers, Tuxedomoon, assecondando il gusto estetico del momento. Nel 1983 uscì per la casa discografica Fonit Cetra il 45 giri “Luna/La preda” e nella compilation Body Section apparve il bellissimo pezzo “Transea”. Sempre nello stesso anno i Litfiba realizzarono la colonna sonora dello spettacolo teatrale Eneide di Krypton.

 

Il 1984 fu l’anno della svolta per i Litfiba. Venne fondata la casa discografica IRA, ovvero “Immortal Rock Alliance”, che divenne ben presto l’etichetta indipendente italiana più importante, per la quale uscì anche l’album Siberia dei Diaframma. Nello stesso anno si unì al gruppo il batterista Luca De Benedictis, in arte Ringo De Palma, il migliore amico ed ex-compagno di Liceo di Pier Pelù. Nel 1984 uscì l’Ep Yassassin, con “Electrica danza”, una canzone d’amore bohemienne in cui è palese l’influsso esercitato da David Bowie. Sempre nell’84 uscì la prima antologia dei Litfiba, Catalogne Issue, con altri due classici del loro repertorio: “Onda araba” e “Versante est”, in cui il linguaggio della new wave è rivisitato in chiave mediterranea. Sempre per l’IRA uscì nell’86 l’Ep Transea, ispirato da atmosfere e suggestioni orientali che saranno una fissazione di Pelù: gli zingari dell’est.

In ogni caso il ciclo più originale e significativo della produzione artistica dei Litfiba è costituito dalla cosiddetta “trilogia del potere”, di cui Litfiba 3 (del 1988) rappresenta l’ultimo atto, il seguito di Desaparecido (del 1985) e 17 Re (del 1986). Questi tre dischi, incisi per la solita IRA, sono accomunati dall’avversione per i regimi totalitari. Dal tour successivo all’uscita di 17 Re fu estratto il live 12/5/87, il primo album dal vivo dei Litfiba. Nel 1989 uscì Pirata, il disco che sancì la consacrazione definitiva al grande pubblico. I Litfiba iniziarono a riscuotere una popolarità impensabile per un gruppo rock italiano, che da band di culto e di nicchia si trasformarono in un fenomeno di massa. Intanto crescevano le rivalità artistiche e personali tra Maroccolo e Renzulli, che causarono l’abbandono definitivo del gruppo da parte del bassista. Il quale nutriva una passione per le tonalità cupe, rese dalla dominanza del basso e delle tastiere elettriche sugli altri strumenti, mentre Ghigo seguiva una concezione più hard rock, all’insegna dei Led Zeppelin per intenderci, privilegiando gli assoli e le sonorità della chitarra elettrica.

  La fase compresa tra il 1990 e il ‘99 è legata alla cosiddetta “tetralogia degli elementi”, che annovera quattro dischi di indubbio successo commerciale: El diablo (inciso per la CGD nel ‘90), Terremoto (ancora per la CGD nel ‘93), Spirito (pubblicato dalla EMI nel ‘94), Mondi sommersi (sempre per la EMI nel ‘97). Il ciclo si conclude con l’album Infinito, prodotto ancora dalla multinazionale discografica EMI nel ‘99 e dedicato al tema del tempo. L’assenza di Maroccolo si avverte. Lo spirito new wave dei Litfiba era incarnato proprio da Maroccolo; la sua geniale vena creativa aveva ispirato la produzione artistica più valida della band. Senza di lui i Litfiba non potevano più essere gli stessi.

 L’album di questo periodo che merita di essere segnalato è Terremoto, che proiettò per la prima volta in cima alle classifiche un gruppo rock italiano. Cavalcando l’onda della protesta emotiva suscitata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, in alcuni brani (ad esempio “Dimmi il nome”, “Maudit” e “Soldi”) Piero Pelù si lancia in polemiche un po’ facili e qualunquistiche: i bersagli sono la Chiesa, la classe politica corrotta, la mafia.

In conclusione, i Litfiba hanno compiuto uno dei più clamorosi “tradimenti” nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010.

Lucio Garofalo

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Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi per i propri diritti sono temuti e stigmatizzati  quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni? E’ evidente l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la condanna del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani.

 Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è. A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti prodotti dalla globalizzazione neoliberista, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici” in quanto funzionali a un disegno di stabilizzazione conservatrice dell’ordine vigente.

 Dunque, coloro che si impegnano per arginare la deriva autoritaria e contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra oltranzista, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari. Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, mentre la Fiom rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “conservatrice”.

 

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Lucio Garofalo

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