Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘antropologia culturale’ Category

Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

 

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

 Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all’interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

 I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze.

 Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

 Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

 Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

 In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

 Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

ImageShack, share photos of grazie dio vignetta, share pictures of grazie dio vignetta, share video of grazie dio vignetta, free image hosting, free video hosting, image hosting, video hosting.

Come ogni anno il giorno dell’8 marzo si ripete (sempre più stancamente) la festa della donna, che nel 2011 coincide con un’altra ricorrenza molto celebrata, il Carnevale, con cui condivide forme rituali e modalità gestuali di segno squisitamente edonistico e commerciale, frutto di un processo di totale svuotamento, rimozione o travisamento del valore più autentico e profondo dell’idea di partenza, cioè del senso più antico di una festa laica come l’8 marzo, o di una tradizione pagana e popolare come il Carnevale.

 Il valore storico, religioso, laico o politico di una ricorrenza, se non è stato definitivamente azzerato, volgarizzato o frainteso, rappresenta semplicemente la cornice esteriore, un elemento effimero e pletorico, mentre ciò che conta è il primato del dio denaro e della merce, la prassi consumistica standardizzata che annienta ogni capacità di giudizio e riflessione critica, alienando e mistificando la vita delle persone.

Nella società consumista tali ricorrenze, siano esse di origine religiosa come il Natale e la Pasqua, di chiara provenienza pagana come il Martedì grasso, o di matrice politica come il 25 aprile e il 1° maggio, costituiscono una serie interminabile di consuetudini esclusivamente commerciali, prive di ogni altro valore se non quello relativo alla più stolta e volgare mercificazione e all’estrazione del profitto economico individuale.

Si tratta di una sequenza monotona e reiterata di cerimonie ridotte a gesti rituali, consunti e abitudinari che sanciscono la supremazia del mercato e della logica del profitto, l’affermazione dell’edonismo e del cretinismo di massa, che si ripetono con l’acquisto dei regali, la consumazione del pranzo o del cenone, l’alienazione del ballo e dello sballo, in un contesto di conformismo di massa e intorpidimento delle coscienze all’insegna della sfrenatezza e della frivolezza assoluta, nell’esaltazione del disimpegno e del riflusso nella sfera egoistica, futile e meschina dell’individualismo borghese.

Soffermiamoci a riflettere sul senso autentico (ormai rimosso) dell’8 marzo. Mi riferisco al significato politico, intellettuale e sociale che diede luogo a tale manifestazione, non a caso introdotta nello scenario e nell’habitat del movimento socialista, cioè sul terreno fertile delle lotte e delle ragioni della classe operaia internazionale grazie ad un’idea di Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, due donne di grande pensiero e personalità che furono militanti comuniste del proletariato rivoluzionario. Serve quindi una breve ricostruzione storica della cosiddetta “Giornata internazionale della donna” per comprendere il senso originario che nel corso del tempo è stato smarrito, cancellato, svilito o banalizzato.

 Durante il VII Congresso della Seconda Internazionale nel 1907, a cui parteciparono delegati provenienti da varie nazioni, tra cui i massimi dirigenti socialisti dell’epoca come Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Lenin, si discusse anche della rivendicazione del suffragio universale esteso alle donne. Su questo tema il Congresso votò una mozione in cui i partiti socialisti si impegnavano per l’applicazione del suffragio universale femminile. La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin.

Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l’8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l’8 marzo del 1917 sancì l’inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l’8 marzo si celebrasse la “Giornata internazionale dell’operaia”.

Tenendo dunque presente le ragioni e gli avvenimenti che ispirarono l’istituzione di tale giornata, occorre ribadire e rilanciare con forza l’idea che l’emancipazione femminile sarà possibile solo in una società totalmente affrancata dal bisogno e dallo sfruttamento materiale dell’uomo (e quindi della donna) da parte di altri uomini, vale a dire in una società di liberi ed eguali, in un sistema che sia effettivamente egualitario e comunista.

La festa della donna, così come venne concepita e creata cent’anni fa, è oggi completamente priva di senso, ridotta ad essere un rito vuoto e pleonastico, è la conferma inequivocabile del trionfo capitalista, l’esaltazione dell’ideologia mercantilista borghese e delle sue liturgie sociali, l’estasi del dio denaro e il feticismo della merce, un culto massificato che celebra l’apoteosi dell’edonismo più alienante e dissennato.

Il sistema capitalista esercita un potere diabolico in grado di assorbire e neutralizzare ogni valore ed ogni sentimento, il significato di qualsiasi avvenimento, azione o idea, anche l’iniziativa o il movimento più audace e sovversivo. In altri termini, il sistema consumista di massa costituisce il vero totalitarismo e il vero fascismo, un mostro onnivoro capace di assimilare e divorare tutto, come sosteneva Pasolini oltre 35 anni fa.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

Personalmente sono sempre stato un fautore convinto (persino un innamorato) della democrazia a partecipazione diretta, in quanto è l’unica alternativa seria, credibile e realistica rispetto alla democrazia rappresentativa borghese. Ma da quando ho modo di frequentare le riunioni di condominio, avverto costantemente la tentazione di ricredermi, tuttavia mi ostino a sperare in una possibilità concreta di rinsavimento e di maturazione palingenetica dell’umanità sul piano etico, spirituale, intellettuale e civile. 

 Ma veniamo alle riunioni di condominio, che nella realtà quotidiana superano spesso la fantasia grottesca e surreale della finzione cinematografica di fantozziana memoria.

 

Abitualmente in queste riunioni regna sovrano il caos: ognuno discute animatamente con l’interlocutore che siede accanto (sempre che ci siano le sedie per tutti) senza prestare ascolto a chi, nell’indifferenza generale, ha preso la parola e, alla stregua di un tribuno del popolo o un giacobino rivoluzionario, arringa la platea (magari su un tema privato esibito come un’urgenza di interesse generale: ad esempio gli acari che infestano il divano di casa oppure il frigorifero vuoto) per convincerla che ha ragione da vendere.

E mentre si blatera per ore di falsi problemi che coinvolgono al massimo l’abitazione dell’inquilino che li descrive tragicamente come una questione di vita e di morte, le carenze e i disagi reali, comuni all’intero condominio, sono di fatto elusi e, quindi, irrisolti. E non c’è mai nessuno che si prenda il disturbo di presentare all’ordine del giorno una mozione di buon senso per rispondere ai bisogni effettivamente prioritari. Se qualcuno si azzardasse a farlo rischierebbe il linciaggio o la lapidazione. Sarebbe la fine.

 C’è quasi sempre l’inquilino che avanza la classica proposta (semplicemente ridicola) di privatizzare lo spazio esterno antistante alla palazzina senza aver prima verificato se il suolo è pubblico, cioè di proprietà del Comune, oppure è già privatizzato, dunque non servirebbe una privatizzazione. C’è altresì l’inquilino che, per una sorta di deformazione professionale (in genere si tratta di vigili urbani, carabinieri o poliziotti) suggerisce di introdurre i sensi unici ed installare una segnaletica stradale per consentire una migliore circolazione delle auto e garantire una maggiore sicurezza, in particolare ai bambini.

Dulcis in fundo chiede la parola il condomino che si atteggia ad intellettualoide, ostenta una falsa erudizione e una inesistente abilità dialettica, sproloquia a lungo usando paroloni astrusi e sibillini (magari inventati sul momento) senza esprimere un solo concetto di senso compiuto, per cui gli altri inquilini che hanno pazientemente ascoltato si chiedono puntualmente cosa abbia detto. In tal modo le riunioni durano ore intere a causa degli interventi logorroici di questi presunti oratori, senza concludere un bel nulla.

Spesso e volentieri le riunioni sono un utile tirocinio agonistico per addestrare i futuri parlamentari o amministratori locali, ma normalmente servono come una sorta di ring immaginario dove si disputano veri e propri combattimenti orali in cui ognuno sfoga le proprie frustrazioni esistenziali (le corna, la perdita del lavoro, i debiti e via dicendo), ossia un’occasione per scatenare risse verbali che talvolta degenerano sul piano fisico.

Concludendo, malgrado tutti i limiti e i difetti possibili ed immaginabili, le riunioni di condominio rappresentano (forse) l’unica speranza di salvezza per il genere umano.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

Dal sisma del 1980 sono trascorsi 30 anni che hanno sconvolto la realtà della nostra terra, che ha dismesso i lineamenti statici conservati per secoli sul piano economico, territoriale e paesaggistico, oltre che spirituale, senza assumere una nuova identità culturale che non sia quella del consumismo che, nei suoi aspetti più alienanti, impedisce un’effettiva liberazione dei corpi e delle menti.

Alle antiche lacerazioni si sovrappongono le nuove. La disoccupazione e l’emigrazione giovanile sono esperienze drammatiche per la nostra gente che, abbandonata dai migliori cervelli, perde ciò su cui ha investito in termini di affetto, educazione, reddito, riponendovi le speranze per un avvenire migliore. Le piccole comunità “a misura d’uomo” che c’erano 30 anni fa non sono più le stesse e sembra siano trascorsi secoli e non pochi decenni. Tuttavia, la rapidità con cui si sono consumate le tappe di uno sviluppo economico irrazionale, è stata devastante.

 Anche in Irpinia è svalutata ogni forma di solidarietà per esaltare una visione utilitaristica in cui gli individui isolati instaurano relazioni contrattuali, svilendo e trascurando le affinità elettive e i legami di amicizia. Basta soffermarsi sul tema del “disagio sociale” per cogliere gli aspetti più inquietanti di un fenomeno diffuso anche nelle nostre zone, spesso ritenute “oasi felici”, ma che coprono un crescente degrado e un imbarbarimento delle relazioni umane.

Questo articolo non pretende di fornire una soluzione, ma di sollecitare una riflessione a partire dall’innegabile esistenza del “disagio sociale” che esige nuovi strumenti di indagine e di intervento, non ancora concepiti ed applicati. Nessuno s’illude di poter esaurire un argomento tanto vasto e complesso, né di fornire la soluzione “magica” e definitiva. Tuttavia, è possibile lanciare un input per aprire un dibattito intorno a problemi che appartengono alla nostra quotidianità, che lo si voglia ammettere o meno.

Sgombrando il campo da ogni luogo comune, il problema delle tossicodipendenze appare per ciò che è: una questione educativa e culturale da un lato, e una grave emergenza socio-sanitaria dall’altro. È indubbio che talune sostanze siano letali, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, si acuisca. Del resto, qualsiasi abitudine che generi effetti nocivi per la salute delle persone, nella misura in cui è concepita in termini di ordine pubblico, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale.

 Le tossicodipendenze sono solo il sintomo di un malessere sotterraneo, riconducibile alle avversità spesso insormontabili che la vita quotidiana frappone sul cammino delle persone. La scarsità di un lavoro dignitoso, lo spauracchio dell’emigrazione, il ricatto delle clientele elettorali, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e tutela, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono le cause che generano il disagio dei giovani. Se non si affrontano alla radice tali problemi difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante tra i giovani. I quali sono consegnati allo sconforto di una vita precaria e angosciante, nella misura in cui non lascia nutrire neanche la speranza per un futuro migliore.

Intere generazioni crescono e studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare. Se restano, i giovani sono condannati ad un destino umiliante che nega l’autonomia economica, sociale e politica. E’ una condizione avvilente e ricattabile. I giovani fuggono da questo contesto sterile e le popolazioni invecchiano. E’ triste scoprire che anche dove vivono poche migliaia di anime, i giovani sono sopraffatti da esperienze alienanti. Il disagio giovanile si manifesta attraverso varie forme e raggiunge il suo apice nell’uso di stupefacenti.

 Occorre denunciare l’estrema pericolosità sociale derivante dalla repressione innescata dal proibizionismo. Malgrado l’inasprimento delle pene previste dalla legislazione proibizionista, i posti di blocco e i controlli frequenti, le droghe sono ormai una piaga anche nei piccoli centri di provincia. Molti giovani prigionieri della tossicodipendenza, vari decessi per overdose, specie tra gli adolescenti. I problemi giovanili circoscritti in passato alle sole metropoli, oggi affliggono anche i piccoli paesi. Anche in questo contesto ha vinto l’individualismo sfrenato in nome del primato che il neoliberismo accorda al mercato e alle relazioni di scambio, rette dalla logica del consumo e del profitto privato. Oggi la situazione è sfuggita di mano perché è arduo accettare che anche in Irpinia si è imposto un modello di vita che privilegia le tendenze edonistiche e consumistiche che opprimono le coscienze individuali. 

Lucio Garofalo

Read Full Post »

In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all’ambiente e all’economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto” come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l’insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

Negli anni ’80 l’Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto “uomo del monte”, il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l’Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all’appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. All’interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all’inizio degli anni ‘90.

Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un’azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

 “La religione è l’oppio dei popoli”, scriveva oltre un secolo fa Karl Marx. Ormai la religione esprime un significato blando e secondario per le masse del mondo occidentale, tranne poche minoranze integraliste. Malgrado il vento di restaurazione che soffia dagli Usa e che ha trovato nel papa tedesco e nel cardinale Ruini i massimi esponenti dentro le gerarchie vaticane, la chiesa cattolica apostolica romana è destinata ad essere un punto di riferimento sempre più marginale rispetto alle epoche trascorse.

Oggi la religione non occupa più il posto centrale e pervasivo che ricopriva nell’esistenza degli uomini del passato, fatta eccezione per alcune ristrette frange conservatrici e tradizionaliste dei paesi occidentali e le masse islamiche. Il valore ossessivo, supremo e onnipresente che la religione esprimeva in passato è stato assunto dal calcio, il vero surrogato della religione. Se qualcuno nutrisse dubbi a riguardo, credo che le manifestazioni di isteria collettiva cui abbiamo assistito durante i mondiali disputati in Germania nel 2006, abbiano sgombrato il campo (non di calcio) da qualsiasi perplessità.

Allo stesso modo in cui le divinità religiose del passato simboleggiavano le priorità assolute dell’esistenza, oggi i calciatori costituiscono le divinità terrene di un culto secolarizzato, i totem sacri e inviolabili per vaste moltitudini di persone, ormai espropriate di autentici valori spirituali. Il calcio è diventato il culto pagano per antonomasia in un’epoca senza divinità, né idoli, senza riferimenti culturali e principi etici, senza passioni estetiche, artistiche o politiche in grado di impreziosire la vita degli individui, strozzati da una brutale alienazione economica. In tal senso il calcio è diventato una valvola di sfogo, una via di scampo dal soffocante grigiore del vivere quotidiano. Il calcio è una sorta di acquavite spirituale in cui le masse annegano le angosce, i dolori e le inquietudini che le affliggono, come un tempo faceva la religione.

I calciatori sono i nuovi eroi, i moderni gladiatori, i miti incarnati del nostro tempo, la metafora dei cavalieri medievali: belli, onesti e coraggiosi, temuti, ricchi e potenti, senza macchia e senza paura. Ma si tratta di una mitologia falsa ed estetizzante. Infatti, come in passato si combattevano le guerre di religione, oggi negli stadi di calcio si combattono conflitti bellici sublimati, al punto che il calcio è definito, a ragione, una “metafora della guerra”. Non a caso il gergo calcistico, abitualmente usato dagli addetti ai lavori e dai semplici tifosi di calcio, scimmiotta lo stile tipico del lessico militare.

Non è un caso che la retorica celebrativa dopo il “trionfo berlinese” culminata nell’apoteosi del Circo Massimo, è stata una retorica sciovinista, militarista e populista. Fu impressionante l’orgia nazionalista che invase la nazione in seguito al trionfo calcistico in Germania, davvero senza precedenti. Penso al mondiale spagnolo vinto nel 1982, che vide in Pertini il protagonista istituzionale della campagna di strumentalizzazione orchestrata nell’occasione. Penso alla propaganda del regime mussoliniano dopo le vittorie della nazionale di Pozzo ai mondiali del 1934 in Italia, alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, e ai mondiali del 1938 in Francia. Si trattò di “trionfi sportivi” che furono utili alla retorica nazionalista ed imperialista impiegata dal regime fascista. Il quale, non a caso, in quegli anni era impegnato in campagne coloniali e nel 1940 si adoperò per giustificare l’intervento (rovinoso) nella seconda guerra mondiale.

Penso ad esempi storici che hanno coinvolto altre nazioni. Rammento la propaganda nazionalista in Germania dopo la vittoria ai mondiali di calcio disputati in Italia nel 1990: si trattò di celebrazioni che per dimensioni ed effetti mediatici superarono addirittura l’esaltazione della riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. I casi citati impallidiscono di fronte all’imponente strumentalizzazione compiuta nel 2006, sfruttando in modo cinico e opportunistico l’ondata di euforia collettiva. In tale circostanza gli artefici istituzionali furono Giorgio Napolitano, Romano Prodi e il ministro dello sport Giovanna Melandri, seguiti dall’intera stampa di regime, incluso il quotidiano “Liberazione”. Sinceramente mi nauseò vedere come la sinistra al governo si sia rivelata più nazionalista dei nazionalisti, più sciovinista dei fascisti, più realista del re.

La rinnovata vocazione militarista dell’Italia non è una novità. La storia degli ultimi 30 anni lo dimostra ampiamente. Tuttavia, mentre nel 1982 il neoimperialismo italiano si presentava a livello embrionale, oggi è giunto a maturità ed è pronto a nuove imprese espansioniste e coloniali. In questa ottica si inquadra la questione del voto parlamentare per il rinnovo dei finanziamenti alla “missione di pace” in Afghanistan. Si pensi che l’Italia è il paese con più presenze militari nel mondo dopo Usa e Gran Bretagna.

Il calcio è da tempo un fenomeno non più solo sportivo, ma rappresenta qualcosa di più complesso. Il calcio, non solo in Italia ma nel resto del mondo, è ormai diventato una ricca e imponente industria dominata da sponsor multinazionali e da potenti società per azioni quotate in borsa. Nel nostro paese il calcio è tra le voci più rilevanti dell’economia nazionale ed è così in altre nazioni. Il potere finanziario del calcio ha assunto dimensioni colossali. In Italia è diventato un potente fenomeno di corruzione affaristica e politica, come si evince dallo scandalo di “calciopoli”, esploso nel 2006.

Si può ribadire, senza tema di smentita, che il calcio è tutto tranne uno sport, essendo capace di suscitare una sbornia popolare di proporzioni mai viste, scatenando effetti irrazionali e deliranti che oltrepassano la soglia del fanatismo e l’isteria collettiva più folle e contagiosa. Ovviamente, quando le cose vanno bene le conseguenze sono di euforia e tripudio nazionale, come abbiamo visto dopo la vittoria del 2006. Tuttavia, l’irrazionalità e il morboso feticismo del tifo calcistico trovano riscontri solo nel fanatismo religioso e nel misticismo più acceso di chi non ama che sia messa in dubbio la propria fede. Diversamente dal tifoso di altri sport, il tifoso di calcio è in genere aggressivo, delirante, isterico e violento, alla stregua di chi professa un credo religioso. Tale fenomeno non è solo italiano, ma planetario. Nel 1950 in Brasile, dopo la finale persa contro l’Uruguay, si ebbero numerosi suicidi e casi di depressione. Cito questo dato estremo per sottolineare i comportamenti patologici di massa connessi al calcio.

E’ un’enorme ingenuità pensare che il calcio sia solo uno sport. Se così fosse, non assisteremmo alle forme di isterismo e teppismo collettivo, alle violenze di massa cui siamo assuefatti e che nulla hanno a che spartire con lo sport, mentre appartengono ad un fenomeno alienante e ad un business mondiale. Il calcio appassiona, travolge, emoziona, trascina e mobilita vaste moltitudini come, se non più delle religioni e delle guerre medesime. Si pensi che la finale dei mondiali del 2006 venne seguita in televisione anche nei territori palestinesi occupati dall’esercito israeliano e che sono teatro di un massacro ignorato dai media e dall’opinione pubblica internazionale. A tale proposito, durante lo svolgimento dei mondiali nel 2006 mi chiedevo che fine avesse fatto il movimento pacifista. Invece di scendere in piazza per denunciare i crimini israeliani, esso si mescolava ai festeggiamenti per il “trionfo azzurro”, assistendo con colpevole inerzia e senso d’impotenza a quanto accadeva in Medio Oriente.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.

Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.

La rivoluzione antropologica della mafia

Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.

Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.

Mafia S.p.A.

La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.

“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.

In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.

Non vedo, non sento, non parlo

In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell’Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.

Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.

Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.

Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.

La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

 

Se provassi a ragionare sui problemi concreti dell’Irpinia e mi addentrassi troppo nel merito, temo che rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un malcostume tipico dei politici è esattamente quello di sentirsi facilmente “diffamati” o “calunniati”, querelando chiunque osi affermare una verità riconosciuta da tutti, ma sottaciuta, sempre malintesa e confusa con la menzogna, respinta come una “accusa infamante”.

Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più “oasi felici”, oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  le nostre comunità.

I dati Istat, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli italiani poveri hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della povertà assoluta in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della povertà relativa negli ultimi anni, soprattutto al Sud, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.

Infatti, se in Italia le cose vanno male, al Sud vanno sempre peggio. “Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese”, spiega Nicoletta Pannuzi, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.

Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda  sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la povertà registra un incremento allarmante a causa della crisi: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.

In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.

Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.

Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell’interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L’imposizione di una visione  della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo. 

A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all’aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un’interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.

L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.

Il mio “pessimismo cosmico” è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.

Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.

L’attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.

L’Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l’autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all’esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il “pensiero unico” dell’homo economicus, tipico dell’ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all’interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d’uomo.

Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un’accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.

La schizofrenia e l’atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una  profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale. 

Lucio Garofalo

Read Full Post »

La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dell’occidente. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i “buoni” e i “cattivi”. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della “fede religiosa” (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della “civiltà” e del “progresso” (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della “libertà” e della “democrazia” in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

In Italia, negli ultimi tempi si è ripreso a discutere di “sessualità e politica” in virtù dei casi di cronaca che hanno coinvolto alcuni transessuali in relazione soprattutto all’ex governatore del Lazio, ma pure in seguito alle vicende scandalistiche che hanno investito altre personalità pubbliche, ultima in ordine di tempo Alessandra Mussolini. La quale si è lamentata (giustamente) degli ignobili  attacchi di tipo sessista provenienti da vari organi di stampa, in particolare si è indignata a causa di un vergognoso articolo scritto dal solito Vittorio Sgarbi ed apparso sul quotidiano “Il Giornale”, di proprietà del fratello di Silvio Berlusconi. Ebbene, pur comprendendo la reazione di rabbia e sdegno della Mussolini, non si può fare a meno di osservare che tale cultura sessista è riconducibile soprattutto, ma non esclusivamente, alla tradizione storica dello schieramento politico a cui la Mussolini si ricollega da sempre, cioè la destra. Certo, bisogna riconoscere che certi atteggiamenti e ragionamenti di stampo maschilista appartengono pure a molte persone che possono dichiararsi “di sinistra”. Nessuno osa negare l’evidenza di un simile dato di fatto. Tuttavia, mentre negli ambienti sedicenti “di sinistra” l’esternazione di una mentalità sessista viene biasimata e rigettata come una volgare indegnità, nel microcosmo di destra ne fanno addirittura un motivo di vanto.

Comunque, al di là di elementi di circostanza, vorrei soffermarmi su un tema politico e culturale di ordine più generale, che attiene al rapporto tra sessualità e politica.

Ricordo che l’Italia non si è ancora dotata di una legge sui DICO (Diritti e doveri dei Conviventi), che oltretutto sarebbero un misero surrogato dei PACS (Patto Civile di Solidarietà). Una normativa che ha trovato applicazione ovunque, in Europa e nel resto del mondo civile, eccetto che in Italia, in Grecia e in Polonia. Questi sono gli unici Stati che ancora risentono dell’influenza esercitata dal Vaticano. Il quale, prima ha azzerato il progetto dei PACS, quindi ha affossato il governo Prodi che voleva ratificare i DICO, annullando definitivamente l’ipotesi di legalizzare formalmente in Italia, sia pure con una legge capestro, le convivenze di fatto. Con tale espressione si designano non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle eterosessuali che rifiutano di consacrare la propria unione in chiesa e in municipio, rifiutando l’autorità del trono e dell’altare.

Non c’è dubbio che si tratta di un tema d’elite, in quanto interessa un’esigua minoranza di individui, e non certo la maggioranza delle persone, ma non si può rinunciare ad assumere una netta posizione critica di fronte all’attacco sferrato dal potere clericale contro le spinte e i movimenti progressisti che partecipano all’emancipazione civile, morale e culturale della società italiana, così come è avvenuto in altri Stati europei.

La curia pontificia ha scatenato tutto il suo potere politico, intervenendo con arroganza nel dibattito pubblico nazionale, minando la stabilità politica del paese, cancellando l’opera del governo Prodi in materia di DICO, intimidendo e ricattando l’azione legislativa per l’avvenire, esercitando una prova di forza assolutamente inaccettabile in uno stato di diritto, in un paese effettivamente laico e democratico. Per giungere infine a un duro antagonismo frontale con il movimento per i diritti dei gay, ingaggiando quindi una “lotta tra froci”, come un omosessuale dichiarato ha ironizzato in un’intervista rilasciata durante un programma trasmesso nel 2007 da una rete televisiva nazionale.

Rammento che il governo Prodi venne messo in minoranza su un tema di politica estera, malgrado alcuni giorni dopo, a “crisi” risolta, lo stesso Parlamento abbia votato a maggioranza bulgara il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Questa fu la conferma che il governo andò sotto per motivi estranei a questioni di politica estera e alle guerre in cui l’Italia è tuttora coinvolta, ma a causa di un’altra “guerra”, non dichiarata ma clandestina, mi riferisco ad un scontro organico alla società italiana.

In altre parole, si è svolto un regolamento di conti tra omosessuali liberi e coscienti, che rivendicano i propri diritti, e sodomiti non dichiarati, che da secoli praticano la pederastia nel segreto delle canoniche e delle sagrestie, dei monasteri e delle abbazie, ovunque vi siano curati, prelati, vescovi, priori, frati, seminaristi, catechisti ed ogni sorta di chierici costretti al voto di castità, cioè a logoranti ed insani periodi di astinenza sessuale. Pretaglia cresciuta all’interno di una cultura sessuofobica che contrasta con la storia dell’umanità. Una concezione che azzera la cultura dei secoli antecedenti al cristianesimo, quando in tutte le civiltà, dall’Egitto alla Grecia, dalla Persia all’India e alla Cina, la sessualità era vissuta liberamente, senza pregiudizi, tabù o inibizioni, senza inganni o menzogne, seguendo le tendenze insite nella natura umana.

Si sa che gli idoli femminili erano diffusi ovunque nell’antichità: si pensi ad Iside in Egitto, Afrodite in Grecia, Venere a Roma, Devi nella religione induista, la stessa vergine Maria, che nel paleo-cristianesimo era una figura ispirata alla dea Iside, divenuta poi Isotta. Una chiesa “votata” alla castità, oppure all’onanismo, alla pedofilia e alla sodomia più insana, in quanto mortificata, costretta alla clandestinità più aberrante.

In un contesto culturalmente omofobico e sessuofobico, che umilia e nega la sessualità, come viola la libertà dello spirito, le uniche alternative per prelati, monaci e suore, se di scelte si può parlare per chi è costretto al voto di castità, sono la masturbazione e l’onanismo, inteso come pratica anticoncezionale del coitus interruptus per impedire la procreazione, la pedofilia ed infine la pederastia. Infatti, le chiese e i monasteri di clausura sono da secoli teatro di scandali sessuali, di atti “innaturali” quali la pedofilia e altre depravazioni, nonché luoghi in cui dilagano gli abusi e le sevizie sessuali contro i deboli, in cui la pederastia si diffonde nella sua forma più oscena e perversa, in quanto vissuta morbosamente e in mala fede, di nascosto, nel terrore d’essere scoperti, nell’abiezione e nell’ipocrisia immorale e non, invece, nella libertà e nella trasparenza. 

Si sa che in Italia contano soprattutto le apparenze, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, che le contraddizioni e i mali non esistono in realtà se non sono riconosciuti formalmente, che basta nascondere il capo sotto la sabbia come gli struzzi per non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, che gli omosessuali sono “liberi di esercitare” a condizione che si eclissino ma, soprattutto, che non rivendichino alcun diritto.

Ma esiste davvero un solo tipo di famiglia, come sostengono i teocons e teodem? Oppure esistono diverse tipologie familiari, dalle coppie regolarmente sposate in chiesa a quelle coniugate solo civilmente, dalle unioni di fatto tra eterosessuali ai conviventi omosessuali? Se esistono altri tipi di rapporti familiari, destinati a diffondersi, perché non legittimarne l’esistenza? In nome di chi o cosa bisognerebbe opporsi? Forse in nome del “diritto naturale”? Ma questo è solo un’invenzione del giusnaturalismo, una dottrina filosofica e giuridica che asserisce l’esistenza di un complesso di norme di comportamento valide per l’uomo, ricavate dallo studio delle leggi naturali.

Rammento che in natura non esistono né la pedofilia, né la guerra tra esemplari della stessa specie, eppure sono pratiche diffuse nelle società umane. Così come in natura ci sono numerose specie che praticano la sodomia: basti pensare ai maschi sconfitti dagli esemplari dominanti, che non potendo accoppiarsi con le femmine della loro specie si devono accontentare di congiungersi con altri maschi. Ciò che esiste è invece il diritto positivo, in quanto creazione dell’ingegno umano, storicamente determinato dai rapporti di forza insiti nelle diverse società. L’opera di legislazione dell’uomo ha sancito le conquiste del progresso sociale per cui, ad esempio, la schiavitù non esiste più, almeno formalmente, essendo stata abolita dal diritto universale, mentre in passato era giudicata una prassi “naturale” e “inevitabile”.

Il familismo, inteso come esaltazione delle virtù della famiglia tradizionale, è il valore italiano per eccellenza, è un parto privilegiato della gerontocrazia, di una società invecchiata in cui comandano le generazioni più anziane, che hanno impedito in ogni modo l’accesso al potere per i più giovani, instaurando una vera dittatura. L’ideologia familistica è la più elementare tendenza conservatrice della società borghese, è un aspetto essenziale dell’ideologia tradizionale che proclama la difesa dei principi “Dio, Stato e famiglia” su cui s’impernia l’ordine costituito. La famiglia atomizzata, la famiglia nucleare borghese è l’estrema sintesi e rappresentazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’economicismo ormai egemoni nell’odierna società consumistica.

La battaglia per i PACS resta nell’ambito dell’estensione delle libertà e dei diritti civili borghesi, non punta certo al rovesciamento del sistema sociale vigente. Solo in Italia, colonia del VaticaNato, si osa sostenere che la legalizzazione delle convivenze di fatto potrebbe condurre alla dissoluzione dei valori e delle strutture tradizionali della famiglia, dello Stato e della proprietà privata. Nulla di simile è accaduto laddove sono stati introdotti i PACS, cioè negli USA, in Gran Bretagna, in Olanda, Germania, Francia e Spagna, in nessuna nazione dove sono stati riconosciuti i diritti delle coppie di fatto.

Probabilmente altre forme di rapporti umani, quali le comuni e le famiglie comunitarie sperimentate dai movimenti hippie negli anni ’70, avrebbero potuto sortire effetti eversivi per la società dell’epoca. Non a caso, quelle esperienze alternative fallirono proprio perché tentate nel quadro invariato dei rapporti di alienazione, supremazia e subordinazione gerarchica vigenti nel sistema capitalistico. I “figli dei fiori” furono sgominati dallo Stato, che fece ricorso non solo all’intervento delle istituzioni repressive per antonomasia, il carcere, l’esercito, la polizia, ma soprattutto alla diffusione pilotata di alcune droghe deleterie quali l’eroina, l’acido lisergico ed altri allucinogeni letali.

Lucio Garofalo

Read Full Post »

Older Posts »