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Archive for the ‘carcere e repressione’ Category

Dal sisma del 1980 sono trascorsi 30 anni che hanno sconvolto la realtà della nostra terra, che ha dismesso i lineamenti statici conservati per secoli sul piano economico, territoriale e paesaggistico, oltre che spirituale, senza assumere una nuova identità culturale che non sia quella del consumismo che, nei suoi aspetti più alienanti, impedisce un’effettiva liberazione dei corpi e delle menti.

Alle antiche lacerazioni si sovrappongono le nuove. La disoccupazione e l’emigrazione giovanile sono esperienze drammatiche per la nostra gente che, abbandonata dai migliori cervelli, perde ciò su cui ha investito in termini di affetto, educazione, reddito, riponendovi le speranze per un avvenire migliore. Le piccole comunità “a misura d’uomo” che c’erano 30 anni fa non sono più le stesse e sembra siano trascorsi secoli e non pochi decenni. Tuttavia, la rapidità con cui si sono consumate le tappe di uno sviluppo economico irrazionale, è stata devastante.

 Anche in Irpinia è svalutata ogni forma di solidarietà per esaltare una visione utilitaristica in cui gli individui isolati instaurano relazioni contrattuali, svilendo e trascurando le affinità elettive e i legami di amicizia. Basta soffermarsi sul tema del “disagio sociale” per cogliere gli aspetti più inquietanti di un fenomeno diffuso anche nelle nostre zone, spesso ritenute “oasi felici”, ma che coprono un crescente degrado e un imbarbarimento delle relazioni umane.

Questo articolo non pretende di fornire una soluzione, ma di sollecitare una riflessione a partire dall’innegabile esistenza del “disagio sociale” che esige nuovi strumenti di indagine e di intervento, non ancora concepiti ed applicati. Nessuno s’illude di poter esaurire un argomento tanto vasto e complesso, né di fornire la soluzione “magica” e definitiva. Tuttavia, è possibile lanciare un input per aprire un dibattito intorno a problemi che appartengono alla nostra quotidianità, che lo si voglia ammettere o meno.

Sgombrando il campo da ogni luogo comune, il problema delle tossicodipendenze appare per ciò che è: una questione educativa e culturale da un lato, e una grave emergenza socio-sanitaria dall’altro. È indubbio che talune sostanze siano letali, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, si acuisca. Del resto, qualsiasi abitudine che generi effetti nocivi per la salute delle persone, nella misura in cui è concepita in termini di ordine pubblico, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale.

 Le tossicodipendenze sono solo il sintomo di un malessere sotterraneo, riconducibile alle avversità spesso insormontabili che la vita quotidiana frappone sul cammino delle persone. La scarsità di un lavoro dignitoso, lo spauracchio dell’emigrazione, il ricatto delle clientele elettorali, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e tutela, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono le cause che generano il disagio dei giovani. Se non si affrontano alla radice tali problemi difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante tra i giovani. I quali sono consegnati allo sconforto di una vita precaria e angosciante, nella misura in cui non lascia nutrire neanche la speranza per un futuro migliore.

Intere generazioni crescono e studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare. Se restano, i giovani sono condannati ad un destino umiliante che nega l’autonomia economica, sociale e politica. E’ una condizione avvilente e ricattabile. I giovani fuggono da questo contesto sterile e le popolazioni invecchiano. E’ triste scoprire che anche dove vivono poche migliaia di anime, i giovani sono sopraffatti da esperienze alienanti. Il disagio giovanile si manifesta attraverso varie forme e raggiunge il suo apice nell’uso di stupefacenti.

 Occorre denunciare l’estrema pericolosità sociale derivante dalla repressione innescata dal proibizionismo. Malgrado l’inasprimento delle pene previste dalla legislazione proibizionista, i posti di blocco e i controlli frequenti, le droghe sono ormai una piaga anche nei piccoli centri di provincia. Molti giovani prigionieri della tossicodipendenza, vari decessi per overdose, specie tra gli adolescenti. I problemi giovanili circoscritti in passato alle sole metropoli, oggi affliggono anche i piccoli paesi. Anche in questo contesto ha vinto l’individualismo sfrenato in nome del primato che il neoliberismo accorda al mercato e alle relazioni di scambio, rette dalla logica del consumo e del profitto privato. Oggi la situazione è sfuggita di mano perché è arduo accettare che anche in Irpinia si è imposto un modello di vita che privilegia le tendenze edonistiche e consumistiche che opprimono le coscienze individuali. 

Lucio Garofalo

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Negli ultimi tempi, dopo la ormai famosa intervista rilasciata dal cantante Morgan, i mezzi di comunicazione di massa hanno riportato alla ribalta nazionale il tema della droga. L’impostazione data alla discussione nei salotti televisivi è, come sempre, distorta, mistificante e strumentale. Evidentemente si intende avallare la linea legislativa di segno proibizionista adottata dal governo in carica, ma rispondente ad un orientamento molto diffuso e trasversale agli schieramenti politici parlamentari. Una linea che fa capo ad una legge che reca i nomi degli onorevoli Fini e Giovanardi, il cui intento dichiarato sin dall’inizio è quello di colpevolizzare i tossicomani, giudicati alla stregua di criminali spacciatori, cancellando quindi la “liceità” del consumo personale.

Come argomentano i sostenitori della legislazione vigente, la gravità della situazione sarebbe causata dal “permissivismo” contenuto nell’idea di “modica quantità”, un concetto avvalorato e incoraggiato dall’affermazione della cosiddetta “cultura della droga” riconducibile alle “culture alternative” o “controculture” diffuse ed egemoni negli anni ’60 e ‘70. In effetti questo è il ragionamento, assai rozzo e semplicistico, seguito dai fautori della legge. Invece, è un dato incontestabile che la causa reale dei crimini abitualmente perpetrati nelle aree urbane più degradate, ad esempio i reati commessi dai tossicomani più giovani, risieda nell’esatto contrario del permissivismo, vale a dire in quel regime proibizionista che di fatto determina in modo decisivo l’intera questione. Un regime che la legge Fini/Giovanardi ha reso più crudo, criminalizzando non solo le abitudini di milioni di consumatori di droghe leggere, ma penalizzando anche altri comportamenti, fino a violare e calpestare alcuni diritti sanciti dalla Costituzione.

Le misure draconiane previste dalla legge vigente mirano a reprimere il diritto allo “sballo”, ma non ne eliminano le cause effettive, nella misura in cui le ragioni del disagio e dell’alienazione giovanile nelle droghe sono di natura sociale, esistenziale, psicologica, culturale, ma non certo giuridica. Inoltre, le norme punitive investono solo i piccoli spacciatori, ossia gli abituali consumatori di sostanze narcotiche. Mi permetto di aggiungere che la nozione di “disagio giovanile” è fuorviante in quanto il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. E’ invece più corretto parlare di “disagio sociale”, benché il malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, cioè le fasce più indifese della società, più esposte alle avversità, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana oppone agli esseri umani senza alcuna speranza di superamento.

Tale disegno politico cela una perversa volontà di esasperare il fenomeno della violenza urbana, specialmente di quella minorile. L’esperienza storica ha dimostrato che l’imbarbarimento di una già ferrea disciplina repressiva non fa altro che scatenare l’effetto contrario, generando fenomeni di recrudescenza e l’aumento della rabbia, del malessere e della disperazione. Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale viene considerata, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.

Tale orientamento, che coincide con lo spirito autoritario e repressivo che non anima solo l’attuale governo, non ha mai debellato o inibito alcuni atteggiamenti considerati “devianti”, ma al contrario li ha incentivati ed esasperati. È indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto evidente che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, rischia di essere accentuata. Del resto, qualsiasi comportamento che produca effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di psicofarmaci e superalcolici o all’assunzione abituale di nicotina), nella misura in cui è ridotto ad un problema di ordine pubblico, essendo vietato e perseguito penalmente, potrebbe accrescere il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e provocando una crescente e pericolosa spirale di violenza. Tale sistema di legge costituisce un ulteriore segnale che attesta l’involuzione in senso codino e reazionario di una parte notevole della classe dirigente italiana, a cui non corrisponde un pari fenomeno regressivo nella società civile, che in tal modo si discosta e si estrania sempre più dagli ambienti, dagli umori e dai poteri istituzionali del “Palazzo”.

Invece, bisognerebbe affrontare il problema partendo da una riflessione lucida e razionale, libera da condizionamenti di natura emotiva e moralistica. Si tratta di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può fronteggiare usando la forza pubblica o assumendo iniziative di segregazione e colpevolizzazione sociale e morale. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata e mistificata sotto una veste superficiale che viene deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali suscitate dal sistema repressivo vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti messe in moto dalla macchina propagandistica del regime proibizionista, che è storicamente e politicamente fallito.

Bisogna rendersi conto che in una società di massa, in cui prevalgono comportamenti consumistici di massa, è inevitabile che anche il consumo di sostanze quali le “droghe” si affermi come un’abitudine diffusa, anzitutto per un effetto di emulazione ed omologazione, cioè in virtù di uno strumento di persuasione assai efficace, comunemente detto “moda”.

Concludo avanzando, se possibile, una semplice proposta di buon senso. Sgombrando il campo da ogni luogo comune, come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti”, il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di ordine educativo e socio-culturale, da un lato, e una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo sia necessario perseguire una triplice finalità:

–      promuovere una campagna di controinformazione e sensibilizzazione preventiva per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi e allarmismo sociale;

–      avviare alcune iniziative sui territori per metterli in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria che presuppone l’esistenza di presidi di pronto intervento;

–      realizzare una serie di misure e progetti socio-educativi in grado di far fronte al degrado esistente soprattutto in alcune aree sociali metropolitane.

Lucio Garofalo

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Ultimamente si è cianciato molto a sproposito di violenza, per cui ho elaborato una riflessione personale su un tema su cui vale sempre la pena di spendere qualche parola.

La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza dubbio un’origine più profonda e complessa, insita nella struttura sociale. Nelle realtà capitaliste, la violenza del singolo, la ribellione apparentemente senza causa, la follia, il vandalismo e il teppismo, la criminalità comune, la perversione di quei soggetti qualificati come “mostri”, sono sempre il frutto (marcio) di un’organizzazione sociale che ha bisogno di creare e alimentare odio e violenza, sono la manifestazione di un sistema che, per sua natura, genera divisioni e conflittualità, costringendo alla depravazione dell’animo umano che in tal modo viene intimamente condizionato dall’ambiente esterno.

Dunque, la violenza non è una questione di malvagità individuale, ma un problema di ordine sociale, è la facciata esteriore dietro cui si ripara la violenza organizzata delle istituzioni, è lo strato superficiale e fenomenico sotto cui giace e s’incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito. La visione che assegna alla “perfidia umana” la causa dei mali del mondo, è solo un’ingenua e volgare mistificazione. Il tema della violenza è talmente vasto e complesso da rivestire un ruolo centrale nella storia del genere umano.

La crisi e la decadenza del sistema capitalistico guerrafondaio, ormai in fase di decomposizione avanzata, hanno creato un meccanismo perverso da cui discende la necessità di una produzione su scala industriale della violenza, del delitto, del “mostro”, che serve come facile e comodo capro espiatorio per giustificare la richiesta, da parte dell’opinione pubblica, di nuovi interventi armati, repressivi e coercitivi.

In tal modo trovano una precisa ragion d’essere i vari Saddam Hussein, Bin Laden ecc., i cosiddetti “criminali” che diventano uno spauracchio funzionale a una logica di riproduzione della violenza legalizzata, volta a perpetuare i rapporti di comando e subordinazione esistenti all’interno e all’esterno della società capitalistica.

Una violenza che scaturisce e si alimenta soprattutto attraverso l’opera di disinformazione e terrorismo psicologico esercitata dai mezzi di comunicazione di massa per mantenere l’opinione pubblica in uno stato di permanente tensione e pressione.

La violenza fa parte di una società che la disprezza e la demonizza quando a praticarla sono gli altri (in passato i Cinesi, i Vietnamiti, i Cubani, oggi gli arabi, gli islamici, i negri, i proletari, gli oppressi in genere), ma viene autorizzata in termini di diritto e potere istituzionale quando essa è opera del sistema stesso, in quanto intervento armato volto a mantenere l’ordine all’interno (in termini di repressione poliziesca) e all’esterno (in termini di guerre, come gendarmeria internazionale). 

In tal senso la violenza viene disapprovata quando è opera d’altri. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia, tempo addietro abbiamo assistito alla nascita di un movimento di protesta giovanile che ha assunto proporzioni di massa, simili, benché non paragonabili all’esperienza storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e il contesto erano  senza dubbio differenti.

Per comprendere tali  fenomeni sociali così complessi e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono effettivamente diventate le aree metropolitane suburbane in Francia (ma il discorso vale anche altrove), cioè luoghi di ghettizzazione e alienazione di massa.

Per capire bisognerebbe calarsi nella realtà quotidiana dove il disagio sociale, il degrado urbano, la violenza di classe, la precarietà economica, la disperazione e l’emarginazione dei giovani (soprattutto extracomunitari) costituiscono il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente esplosioni di rabbia e guerriglia urbana.

Invece, tali vicende sono bollate come atti di “teppismo”, “delinquenza” o addirittura “terrorismo”, secondo parametri razzisti e classisti tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia. Tali vicende sono strettamente associate da un denominatore comune: la violenza, nella fattispecie la violenza istituzionalizzata e il monopolio di legalità imposto nella società.

Su tale argomento varrebbe la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento storico, critico e politico il più possibile serio e rigoroso.

In effetti, è alquanto difficile determinare e concepire la violenza come un comportamento etologico ed istintivo, naturale ed immutabile, dell’essere umano, poiché è la natura stessa della società il vero principio che genera i criminali, i violenti in quanto singoli individui, che sono spesso i soggetti più vulnerabili sul piano emotivo, che finiscono per essere il “capro espiatorio” su cui si scaricano tutte le tensioni, le frustrazioni e le conflittualità latenti, insite nell’ordinamento sociale vigente.

Sin dalle origini l’uomo ha dovuto attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente esterno: il pericolo di aggressione da parte degli animali, le avversità atmosferiche, i disastri naturali, i bisogni fisiologici, la necessità di procreare, ecc. In seguito l’uomo è riuscito a compiere notevoli progressi tecnologici e materiali che lo hanno affrancato dal suo primitivo asservimento alla natura, rovesciando il rapporto originario tra l’uomo e l’ambiente. Oggi è soprattutto l’uomo che arreca violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi nuovamente, a scapito dell’uomo.

Durante la sua evoluzione culturale e materiale l’umanità ha creato e conosciuto varie esperienze di violenza: la guerra, la tirannia, l’ingiustizia, lo sfruttamento, la fatica per la sopravvivenza, il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme più rozze quali il teppismo, la prepotenza, la sopraffazione del singolo su un altro singolo.

Tuttavia, tali fenomeni così disparati si possono ricondurre a un’unica matrice causale, ossia la natura intrinsecamente violenta e disumana della struttura materiale su cui si erge l’organizzazione sociale dei rapporti umani nel loro divenire storico. La cui principale forza motrice risiede nella violenza della lotta di classe, nello scontro tra diverse forze economiche e sociali per il controllo e il dominio sulla società. Tale lotta di classe si estrinseca sia sul terreno materiale, sia sul versante teorico e culturale, è una lotta per la conquista del potere politico ed economico, ma anche per l’affermazione di un’egemonia ideologica e intellettuale all’interno della società.

Il problema fondamentale della violenza nella storia (che è scisso dal tema della violenza nel mondo pre-istorico) è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza insite nel cuore delle società classiste. Le quali si fondano sulla divisione dei ruoli sociali e sullo sfruttamento materiale esercitato da una classe dominante sul resto della società.

Solo quando lo sviluppo delle capacità produttive e tecnologiche della società avrà raggiunto un livello tale da permettere il superamento delle ragioni che finora hanno giustificato e determinato lo sfruttamento del lavoro, l’umanità potrà compiere il grande balzo rivoluzionario che consisterà in un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia e dello sfruttamento di classe. E’ un dato di fatto che tali condizioni, connesse al progresso tecnico scientifico e alla produzione delle ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di un quadro obsoleto di rapporti di supremazia e sottomissione tra le classi sociali.

In tal senso, il potere borghese non è mutato, i suoi rapporti all’interno e all’esterno sono sempre improntati e riconducibili alla violenza. Esso continua a reggersi sulla violenza, in particolare sulla forza legalizzata di istituzioni repressive quali il carcere, la polizia, l’esercito. Nel contempo il potere borghese ha imparato ad usare altre forme di controllo sociale, più morbide e addirittura più efficaci, come la televisione. Oggi, infatti, molti stati capitalistici, avanzati sul versante tecnologico, sono gestiti e controllati non solo attraverso i sistemi tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito e polizia, ma soprattutto ricorrendo agli effetti di omologazione e alla forza alienante e persuasiva della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa. 

Naturalmente il discorso sulla violenza non può esaurirsi in un breve esame come questo, giacché si tratta di un tema talmente ampio, difficile e controverso, da meritare molto più spazio, più tempo, più studio e più ingegno di quanto possa fare il sottoscritto. Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di sollecitare una riflessione iniziale.

Lucio Garofalo

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Negli ultimi anni il problema delle tossicodipendenze è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione storica, assumendo proporzioni sempre più ampie e massicce. Questo dato è uno dei segnali che attestano in modo inconfutabile i mutamenti economici, sociali e culturali avvenuti nella società, che ormai è una società di massa, in cui prevalgono tendenze e comportamenti edonistici e consumistici di massa, per cui è inevitabile che anche il consumo di droghe si affermi come un’abitudine sempre più diffusa, anzitutto per gli effetti di emulazione e omologazione culturale, cioè in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.

È necessario assumere un approccio metodologico possibilmente razionale e rigoroso rispetto a tali problematiche, per evitare di incorrere in errori di natura emotiva, che potrebbero inficiare le possibilità di conoscenza, ostacolando in partenza ogni tentativo di risposta politicamente valida e credibile. In altre parole, lo spirito con cui credo si debba affrontare la tematica delle tossicodipendenze è quello espresso in chiave artistica in alcuni cult-movie quali “Amore tossico” del 1983 e “Trainspotting” del 1996, rifuggendo da ogni pregiudizio moralistico, per porsi in un’ottica scientifica e analitica.

Pertanto, occorre riflettere, ad esempio, sul fatto che la droga nella nostra epoca occupa il posto che un tempo apparteneva al diavolo e alle streghe, o al lupo cattivo nelle favole per i bambini, cioè il ruolo che contrassegna l’elemento negativo e diabolico per antonomasia: il male. E questo è già di per sé una iattura, nel senso che costituisce un approccio profondamente errato e fuorviante, che inevitabilmente induce l’opinione pubblica a legittimare e avallare scelte politiche filo-proibizioniste, ad invocare provvedimenti autoritari e leggi “eccezionali” che non risolvono il problema, bensì lo aggravano, per scatenare risposte squisitamente repressive. In tal modo si rischia di accrescere e inasprire l’entità del fenomeno, introducendo un aspetto di allarmismo e terrorismo psicologico, una questione di polizia e di ordine pubblico che si sovrappone ad una problematica che è di natura medico-sanitaria, culturale e socio-educativa.

In questo discorso una posizione centrale è occupata dalla mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto da tempo un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria vita quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio (nonché di lotta) da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici.

Tale mistificazione ideologica è perfettamente funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad esempio, il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.

Le periodiche campagne mediatiche sulla criminalità e sull’ordine pubblico sono assolutamente false, ingannevoli e strumentali. Per varie ragioni. Anzitutto, si evita accuratamente di prendere in esame le origini e le cause oggettive della criminalità comune, tanto meno di confrontarla con la criminalità delle classi dominanti (guerre, mafia, omicidi bianchi, bancarotta, fallimenti, evasione fiscale, ecc.) che non viene mai menzionata dai mass-media ufficiali. Per gli organi di informazione l’unica criminalità esistente è quella dei proletari, degli emarginati, dei migranti, degli oppressi. Le classi dominanti mantengono il sistema con la violenza, attraverso il monopolio e l’esercizio esclusivo della forza pubblica, riversando la loro violenza sul proletariato e sulle classi lavoratrici, in modo particolare sul sottoproletariato giovanile più marginalizzato.

A tale scopo sono funzionali alcuni meccanismi costruiti ad arte come, ad esempio, il “teppismo” negli stadi di calcio e le “droghe illegali”. Ormai le violenze legate alla sfera degli stadi di calcio, da episodi “eccezionali” sono diventati la “normalità”, una situazione accolta come un fatto naturale, da aborrire e ripudiare solo in forma ipocrita e rituale, fornendo spunti per inutili dibattiti sulla carta stampata e in televisione.

Siamo di fronte ad una perversa e cinica opera di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti (economici, sociali, politici, legislativi) tra i quali figura anche il regime proibizionista vigente in materia di alcune droghe.

Sul piano economico e politico una sostanza come l’eroina è perfettamente funzionale ad un sistema basato sul dominio e sulla criminalità di classe. Dal punto di vista economico, benché l’eroinomane non costituisca una forza-lavoro intesa secondo i canoni tradizionali, tuttavia egli, essendo in pratica uno schiavo della sostanza, un maniaco dipendente, pronto a tutto, a rubare, a spacciare, ad alimentare il mercato (nero), produce reddito (illegale) in quanto forza-lavoro, come, anzi meglio di un lavoratore normale, pretendendo in cambio nessun salario e nessun contratto sindacale.

Sul versante politico gli assuntori di eroina non solo cessano di opporsi attivamente al sistema, ma offrono un terreno fertile per la repressione e la provocazione contro i movimenti giovanili di lotta e di protesta. In determinati momenti storici le droghe si sono rivelate molto utili in chiave repressiva contro i movimenti giovanili, contro le minoranze etniche e sociali, contro le avanguardie politiche che si contrapponevano frontalmente al sistema sociale dominante. Non a caso, l’eroina venne usata come una sorta di “manganello” dalle classi dominanti di ogni paese per annientare la contestazione giovanile degli anni ‘60 e ’70. Ma non c’è stata solo l’eroina. Infatti, anche altre sostanze sono state utilizzate in passato in funzione politica repressiva.

Alcune droghe pesanti sono state impiegate scientificamente soprattutto in funzione politica conservatrice e controrivoluzionaria, per sedare i fenomeni di mobilitazione e di rivolta ritenuti una pericolosa minaccia per l’ordine costituito, cioè per l’ordine padronale. Ad esempio, negli Stati Uniti durante gli anni Settanta, la diffusione pilotata di droghe quali l’eroina, la morfina, l’acido lisergico, venne decisa e posta in essere per consentire un minor ricorso alla forza repressiva della polizia e del carcere, al fine di annichilire e neutralizzare quelle esperienze di controcultura e ribellione giovanile in voga in quel periodo, nonché le lotte e le organizzazioni politiche della gente afroamericana. Il Black Power, il Black Panther Party, i Musulmani neri, gli hippies, i Weatherman e altri movimenti sovversivi statunitensi, furono sgominati anche attraverso la diffusione pilotata di sostanze tossiche come l’eroina e altre droghe deleterie.

La reazione della classe dominante statunitense non si concretizzò e non si misurò solo con i tradizionali strumenti di repressione esercitati dagli agenti dell’ordine (quelli regolari: esercito e polizia; quelli irregolari: squadrismo di destra), per cui centinaia di militanti neri e attivisti bianchi furono assassinati e altre migliaia incarcerati, ma altresì con un intervento, altrettanto brutale e repressivo, condotto sul versante culturale, mediante la diffusione (promossa e pilotata ad arte) delle droghe e della “cultura delle droghe” all’interno delle realtà dei suddetti gruppi e movimenti politici antagonisti, che in tal modo vennero definitivamente sconfitti. Si pensi alla gioventù nera americana, sterminata e brutalizzata fisicamente e mentalmente dal flagello delle droghe, danneggiata anche finanziariamente e costretta a delinquere, poiché per il drogato l’unica possibilità di sopravvivenza è il furto, che egli compie esclusivamente a scapito della propria comunità, la comunità afroamericana, e non contro la società bianca.

Questa operazione repressiva fu concepita e diretta dalla CIA (il cervello strategico e organizzativo dell’eversione e della controrivoluzione internazionale), ma fu condotta grazie al contributo apportato dalla criminalità mafiosa sicula americana e al ruolo di complicità fornito dai vertici dell’esercito nordamericano, all’epoca impegnato nella guerra in Vietnam. Un paese che insieme al Laos e alla Thailandia formava il famigerato “triangolo d’oro” delle coltivazioni di oppio. Oggi, tale primato negativo appartiene all’Afghanistan, dove non a caso è in atto un conflitto bellico guidato dall’imperialismo nordamericano, al cui seguito arrancano molte pecorelle, tra cui l’Italia.

L’eroina fu diffusa prima tra i giovani dell’esercito in Vietnam, per poi essere esportata nel mercato interno nordamericano, al fine di disgregare la realtà dei movimenti di lotta che stavano crescendo soprattutto tra le minoranze di colore, sollevando e organizzando politicamente il proletariato giovanile afroamericano, minando seriamente le basi della società statunitense. Il festival pacifista di Woodstock (un megaconcerto hippie di tre giorni vissuti all’insegna della pace e della musica, tenutosi nell’agosto 1969) fu l’occasione propizia in cui i vertici della CIA vollero sperimentare gli effetti delle droghe in un contesto di massa, per cui ordinarono alla polizia di non intervenire, per favorirne la libera diffusione tra le migliaia di giovani partecipanti alla manifestazione musicale alternativa. Ebbero modo di verificare che i giovani intossicati e storditi dalle droghe diventavano praticamente innocui, per cui decisero di ricorrere massicciamente alle nuove armi, che si rivelarono micidiali soprattutto per annientare il proletariato giovanile afroamericano. In breve tempo i movimenti antagonisti scomparvero dalla scena politica statunitense. Come avvenne in Italia alla fine degli anni ’70. L’eroina si dimostrò più efficace dell’opera di repressione condotta dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni statali ai fini della salvaguardia del sistema capitalistico occidentale. L’eroina fu dunque un elemento determinante intervenuto nella lotta di classe di quel periodo.

Le droghe pesanti furono funzionali all’azione repressiva condotta dalle forze del capitale per sconfiggere le vertenze sindacali e le battaglie rivendicative della classe operaia statunitense, per contrastare e narcotizzare i movimenti del proletariato giovanile afroamericano, per soffocare le lotte delle avanguardie politiche organizzate, per porre un freno alla rivoluzione sociale e intellettuale che si era compiuta nel decennio intercorso tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Una rivoluzione che investì anche il costume dell’epoca, modificò radicalmente lo scenario culturale, la mentalità, la sfera sessuale, i comportamenti, le abitudini di vita, i gusti, i bisogni delle nuove generazioni del mondo non solo occidentale. Gli anni ‘80 furono, invece, gli anni del disimpegno politico, del riflusso qualunquistico, della restaurazione, e non a caso furono contrassegnati da una vera e propria escalation della diffusione ed espansione del mercato e del consumo delle droghe, sia di quelle leggere che di quelle pesanti.

Le tossicodipendenze sono solo un sintomo di un malessere più grave e sotterraneo, che sembra affliggere soprattutto la condizione giovanile, ma in realtà investe la condizione umana complessiva, coinvolgendo l’universo sociale in modo trasversale. Naturalmente, i tossicomani che provengono dalle famiglie più abbienti possono usufruire dei privilegi derivanti dalla loro estrazione sociale, mentre i drogati che appartengono alle classi inferiori e più disagiate non riescono a godere dei medesimi vantaggi. Al contrario, sono duramente penalizzati e stigmatizzati, costretti a delinquere per procurarsi la “roba”, condannati a frequenti periodi di reclusione, per essere infine emarginati dalla società.

Dal punto di vista della classe sociale, non è affatto vero che un tossicomane proletario sia uguale a un tossicomane borghese, sia per la mancanza di possibilità materiali necessarie ad un’adeguata terapia disintossicante oppure ad acquistare la sostanza, sia per un diverso rapporto culturale e sociale con l’ambiente. Al contrario di un eroinomane borghese, quello di origine proletaria vive l’esperienza con la droga direttamente contro la sua classe di appartenenza, a favore del mantenimento dei rapporti capitalistici.

Non esito a pensare che le droghe non sono proibite perché pericolose, ma sono pericolose proprio perché proibite. Questo è il parossismo allucinante, la contraddizione inafferrabile che si annida persino nelle realtà ritenute (a torto) più “amene”. Il punto centrale del dibattito sulle droghe dovrebbe essere esattamente il regime proibizionista che ha deformato la visione delle cose, per cui un problema medico-sanitario, socio-educativo e culturale, è stato ridotto ad una questione di ordine pubblico, diventando una vera e propria “emergenza criminale”, strumentalizzata per scopi elettorali.

Ritengo necessario chiedersi onestamente se l’attuale normativa proibizionista riesca a debellare ed eliminare il “flagello” delle droghe. Di fatto, il regime proibizionista può a malapena scalfire la dura corteccia che avvolge la mala pianta. Lo confermano le più aggiornate stime statistiche che rivelano un costante incremento del consumo di sostanze tossiche (soprattutto di tipo sintetico) tra le giovani generazioni, segnalando in particolare una pericolosa tendenza verso la precocizzazione di tali abitudini.

Il proibizionismo è dunque più assurdo e nocivo del consumo stesso di droghe, in quanto tale sistema penale non risolve il problema, né lo intacca minimamente, ma si limita solo ad occultarlo in modo ipocrita e sciocco, negando l’evidenza, ossia che le droghe circolano ugualmente, anzi in misura maggiore rispetto a una legislazione più tollerante e permissiva, che provi a regolamentare e legalizzare il consumo depenalizzando i comportamenti che attualmente sono puniti come reati, così da alleggerire il carico di lavoro sopportato dal sistema giudiziario e penitenziario. Infatti, è proprio un regime di tipo proibizionista che permette in concreto, pur imponendo un divieto puramente rituale, una liberalizzazione crescente del consumo, un’espansione del narcotraffico e del mercato nero, gestito dalla criminalità mafiosa, che grazie a tali proventi fiorisce come una pianta malefica, con tutte le conseguenze devastanti in termini di costi umani, sociali, economici, politici e giudiziari, che inevitabilmente ne derivano.

Oggi è sempre più impercettibile, se non inesistente, il confine tra legalità e illegalità, in particolare tra economia legale e illegale, tra la “mafia capitalista”, inserita nei circuiti finanziari istituzionali, e la criminalità mafiosa convenzionalmente intesa. Il crimine è assunto al livello della legge su scala mondiale. Quella che prima si poteva considerare come una “devianza dalla norma” si è tramutata nel suo esatto contrario, giacché la devianza si è imposta come norma, intendendo per “devianza” soprattutto il delitto, a cominciare dai peggiori crimini commessi dal sistema capitalistico globale.

Lucio Garofalo

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Ricordate le polemiche sollevate dall’indulto concesso dal Parlamento italiano nel 2006? Ebbene, alla luce dei recenti episodi di cronaca, credo che non ci siano dubbi sul suo fallimento. Le tragiche vicende di questi giorni hanno riportato alla ribalta dell’attualità politica nazionale il tema, sempre rovente, della giustizia e della sicurezza carceraria in Italia, ossia la questione della giustizia borghese, dei diritti e della giustizia in una società ancora classista come la nostra, forse più che nel passato. A tale proposito credo valga la pena di spendere qualche parola, riflettendo a partire da alcuni dati di fatto.

Anzitutto, il provvedimento d’indulto approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano il 29 luglio 2006, venne spacciato come un legittimo e doveroso atto di clemenza e giustizia compiuto dallo stato italiano per sanare la gravissima emergenza in cui tuttora versano le strutture penitenziarie del nostro paese. Non è un caso che gli unici voti nettamente contrari siano venuti da Antonio Di Pietro e dai suoi fedelissimi iper-giustizialisti, dai codini della Lega e dai post-fascisti, ossia dai settori più apertamente reazionari e forcaioli ad oltranza presenti nel panorama politico italiano.

Il provvedimento emesso all’epoca era appunto una misura tampone, destinata a sospendere il problema in maniera temporanea, quasi a rimuovere i pesanti sensi di colpa che turbavano la coscienza sporca della classe politica dirigente, sensi di colpa derivanti dalle inaccettabili e vergognose condizioni di vita in cui è costretta la popolazione carceraria. Insomma, prima che esplodesse qualche rivolta sanguinosa si è ritenuto opportuno prevenire i danni, anziché affrontarli in seguito, quando è più difficile rimediarvi. Di primo acchito si potrebbe convenire con lo spirito di saggezza e di indulgenza che pare avesse ispirato e dettato la suddetta disposizione legislativa.

Si trattava di una misura puramente emergenziale, che tuttavia non ha risolto nulla, dato che gran parte dei detenuti rimessi in libertà nei mesi successivi all’indulto, sono progressivamente rientrati in galera, avendo ripreso a delinquere, come d’altronde era prevedibile che facessero. Arrestati e condannati una prima volta, se non più volte, molti detenuti sono stati scarcerati grazie all’indulto, per essere nuovamente arrestati, condannati e reclusi, in attesa di un nuovo sconto di pena. E’ chiaro allora che il vero scopo del condono da parte dello Stato era un altro, molto più subdolo ed ingannevole.

Alla base di un simile gesto di “clemenza” risiedeva la volontà politica di occultare la natura reale, autoritaria e repressiva dello Stato quale detentore del monopolio della forza pubblica. In quanto tale, esso impone con la violenza e con la minaccia di ritorsione, le sue leggi, le sue strutture e le sue istituzioni, le sue ingiustizie e le sue contraddizioni, facendole accettare come “diritto”, cioè come “giustizia”, “ordine costituito”, ecc. Ma il delitto non può essere trasfigurato come “regola”, l’ingiustizia non può essere spacciata come “legge”, la violenza dell’oppressione, dello sfruttamento, della miseria, dell’emarginazione, non può essere camuffata sotto la veste ipocrita del “diritto” e di un “ordine costituito”, che pertanto non possono essere messi in discussione né essere sottoposti a critica, e tanto meno essere modificati.

La logica e l’ideologia imperanti nella nostra società pretendono che si consideri la violenza, l’ingiustizia, lo sfruttamento materiale, la guerra, quali forme e fenomeni di un “ordine naturale” del mondo, che è dunque inevitabile e permanente, ossia uno stato di cose assolutamente immutabile. Eppure la società borghese in cui viviamo è totalmente sorretta ed incentrata sulla violenza e sul delitto, tutti i suoi rapporti economici e sociali sono imperniati sull’ingiustizia, sull’ipocrisia, sulla mistificazione.

Pertanto, il senso recondito di un provvedimento di indulto come quello adottato dal Parlamento nel 2006, è senza dubbio un obiettivo ideologico e strumentale. Si è trattato di un’operazione di propaganda e di mistificazione politica, tesa ad esibire il volto “buonista” e “garantista” dietro cui si ripara il vero volto del potere, l’anima brutale della violenza poliziesca e della repressione carceraria, dell’ingiustizia e della ritorsione di classe, la natura lugubre ed oscena, cinica e perversa degli aguzzini in divisa, una realtà turpe e criminale che è venuta fuori in questi giorni, per cui non si può ostentare con eccessiva disinvoltura, ma al contrario deve essere opportunamente nascosta.

La falsa clemenza, la falsa giustizia, e più un generale la falsa democrazia, servono solo a dissimulare il carattere più atroce, cruento e sanguinoso che appartiene ad una società in cui la violenza, il delitto e lo sfruttamento sono all’ordine del giorno, anzi stanno all’origine stessa della società, e si estrinsecano abitualmente in tutti i rapporti concreti della vita quotidiana degli individui, in carcere, in fabbrica, a scuola, in famiglia, dappertutto, persino nei più consueti rapporti d’amore e d’amicizia. In tal senso, l’indulto ha esibito il lato ipocrita e perbenista del sistema attualmente vigente. Non mi riferisco solo al sistema carcerario, ma all’intero sistema sociale, dominato da interessi di profitto, arricchimento e potere, che coinvolgono un’esigua minoranza di soggetti, la cui ferrea volontà condiziona pesantemente lo Stato, la legge e l’ordine, che sono una diretta emanazione storica della classe sociale al potere.

Recentemente, su un canale televisivo satellitare, hanno riproposto uno stupendo film di Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti” del 1971, interpretato da due attori straordinari, Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, calati nei panni dei due anarchici. E’ un capolavoro cinematografico di gran pregio, impreziosito da una superba colonna sonora composta da Ennio Morricone, la cui interpretazione canora è stata affidata all’incantevole voce di Joan Baez, la più importante cantautrice pop statunitense.

Al termine della visione del film, dopo essermi commosso ancora una volta, ho pensato alla dolorosa ingiustizia sofferta dai due anarchici italiani (riabilitati tardivamente, ossia post-mortem, dalle autorità nordamericane, vale a dire dagli stessi carnefici), una violenza perpetrata dal sistema politico giudiziario statunitense, da quella che viene abitualmente osannata come la più grande ed antica “democrazia” del mondo.

Che si tratti della sedia elettrica o di un’impiccagione, della ghigliottina o della fucilazione, di una decapitazione a colpi d’ascia o un’iniezione letale, ogni modalità tecnica di esecuzione della pena capitale è indubbiamente legata alle condizioni temporali e spaziali in cui vive un determinato ordinamento statale. E’ altrettanto indubbio che persino la civiltà giuridicamente più avanzata, che escluda dal suo codice penale la condanna a morte, sostituendola con un più “umano” ergastolo, e che ogni tanto conceda un’amnistia, un condono, uno sconto di pena, una grazia, mostrando in tal guisa un volto di “clemenza”, in realtà si propone solo di camuffare ipocritamente la sua natura feroce e reazionaria, mistificando l’autoritarismo e l’iniquità di fondo su cui si regge un sistema di tipo classista che ha bisogno di “normalizzare” e “legalizzare” le contraddizioni e le sperequazioni sociali e materiali esistenti.

Restando in tema, mi sovviene un altro film diretto da Luigi Magni, intitolato “Nell’anno del Signore”, uscito nel 1969. In questo film il personaggio principale è Cornacchia/Pasquino, interpretato da Nino Manfredi, uno dei migliori interpreti della commedia all’italiana. Pasquino incarnava la voce del popolo nella Roma papalina, un autore clandestino di versi satirici e irriverenti, scritti sulla statua dell’imperatore Marco Aurelio e rivolti contro il potere temporale della chiesa. Pasquino, a un certo punto del film, afferma in dialetto romanesco: “A noi rivoluzionari ce frega er core!”. Una frase ad effetto che si inquadrava nel contesto storico del biennio 1968/69, con le inevitabili implicazioni che il concetto esprimeva in un momento critico della storia italiana.

Personalmente non concordo con la tesi racchiusa nella frase di Pasquino, che probabilmente parlava a nome del regista Luigi Magni. Non sono d’accordo soprattutto per innegabili ragioni storiche. Infatti, tutti coloro che hanno messo in pratica un tale orientamento politico, attenendosi alla lettera al modello e allo spirito rivoluzionario incarnato da Pasquino e riassunto nella sua frase, hanno miseramente fallito. Si pensi, ad esempio, alle Brigate Rosse in Italia, alla RAF nella Germania Ovest, a tutte le formazioni combattenti emuli delle Br, che hanno adottato una strategia di lotta armata ferrea ed inflessibile, senza “cuore” e senza “pietà”: hanno tutti perso tragicamente.

Persino le rivoluzioni sociali e politiche inizialmente vincenti, quali la rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia, hanno condotto ad esiti rovinosi. Come mai? A mio avviso, il problema di fondo sta nel fatto che quando si rimuove “er core”, cioè l’umanità, dalla lotta e dal movimento di una rivoluzione, il rischio che si corre è esattamente quello isolarsi dal carattere e dallo spirito delle masse popolari, per diventare aridi e cinici, più crudeli e spregiudicati del potere che si intende rovesciare. Non si può sconfiggere il nemico emulandolo, altrimenti si rischia di assomigliargli troppo e si finisce per creare un sistema di potere e di oppressione più cruento ed efferato rispetto a quello abbattuto. Io credo che non si debba cercare di sovvertire e conquistare il potere, ma bisogna semplicemente negarlo e ripudiarlo tout-court, senza emularlo o eguagliarlo, evitando di farsi plagiare o sedurre, quindi corrompere, dal suo fascino malefico.

Lucio Garofalo

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Barbarie in carcere e fuori

Il barbaro assassinio di Stefano Cucchi, un giovane di 31 anni arrestato per 20 grammi di fumo e pestato a sangue dai suoi carcerieri, è assai simile alle vicende di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e ad altri casi del genere:

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html

http://www.reti-invisibili.net/aldrovandi/

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10283.

Segnalo altri link riguardanti l’assassinio di Stefano Cucchi:

http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/18667

http://www.beppegrillo.it/2009/10/stefano_cucchi.html

http://napoli.indymedia.org/node/10583

Non si tratta di episodi sporadici ed isolati, ma di sanguinosi pestaggi riconducibili ad una “regola” non scritta, una consuetudine ritenuta “normale”, praticata impunemente dai cosiddetti “tutori dell’ordine”, ossia i tutori dell’ordine costituito, di una società malata, retta sul delitto, sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla violenza legalizzata.

L’usanza squadrista di malmenare in caserma o in galera il poveraccio di turno, un’abitudine criminale che talvolta conduce alla morte del malcapitato, è un “rito” incivile e rozzo, un’“istituzione” barbara, indegna di uno Stato di diritto, che appartiene alla realtà dei regimi fascisti e dittatoriali. Si tratta notoriamente di una “prassi” seguita impunemente da chi, almeno sulla carta, dovrebbe garantire la legalità costituzionale e democratica. Invece, coloro che detengono ed esercitano il monopolio della forza pubblica, ovvero le cosiddette “forze dell’ordine”, fanno parte di una macchina repressiva costruita a scapito dei più deboli, degli oppressi e degli emarginati.

Il brutale omicidio (un omicidio di Stato, altro che “caduta accidentale”!) di Stefano Cucchi, su cui la magistratura ha aperto un’inchiesta, dimostra ancora una volta che le forze dell’ordine si accaniscono in modo vile e crudele contro gli elementi più deboli e indifesi della società, i reietti e gli emarginati, i diseredati e i miserabili, gli ultimi nella scala e nella considerazione sociale, i vinti nella spietata competizione per la sopravvivenza, vittime della disapprovazione e della condanna sociale, vittime della repressione poliziesca e carceraria, mentre non perseguono, anzi favoriscono e proteggono gli sfruttatori della povera gente, i veri corrotti e criminali, i veri aguzzini:

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10350.

Viviamo in un paese in cui i corruttori, i ricchi e i potenti fanno e disfanno ciò che vogliono e restano puntualmente impuniti: sfruttano ed umiliano il lavoro altrui, ingannano e derubano il prossimo, truffano lo Stato, evadono sistematicamente il fisco, guadagnano e riciclano denaro sporco e lo trasferiscono all’estero, e tutto ciò impunemente, beneficiando dell’ennesimo atto di amnistia offerta dallo “scudo fiscale”:

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/scudo-fiscale/scudo-fiscale/scudo-fiscale.html.

Il nuovo condono fiscale è un provvedimento varato da un governo composto da una banda filo-criminale che si conferma forte con i deboli e debole con i forti, ma che è stato approvato anche grazie alla colpevole complicità ed alla tacita connivenza di alcuni rappresentanti dell’opposizione parlamentare:

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/fisco-2/bagarre-in-aula/bagarre-in-aula.html

http://www.facebook.com/note.php?note_id=143877846601.

Lucio Garofalo

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