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Archive for the ‘corruzione e parassitismo sociale’ Category

Chiarisco subito che il presente articolo è a sfondo eroicomico e satirico, e come tale va letto. Un adagio recita “la realtà supera la fantasia” e a volte la realtà supera persino la satira. La saggezza popolare ci assiste soprattutto in tempi di campagna elettorale.

 Fatta questa premessa, introduco l’argomento. Anni fa, parafrasando una frase di Lenin sull’estremismo come “malattia infantile del comunismo”, ebbi modo di intuire che “il demitismo è la malattia senile di un certo tipo di marxismo”. In un quadro di tatticismi, acrobazie ed equilibrismi politici che si sono intensificati a livello locale, mi pare di dover aggiornare la battuta nel seguente modo: “il demitismo senza De Mita è la malattia senile di un certo tipo di ex marxismo”.

A proposito di demitismo non si può non ricordare il piano di finta industrializzazione imposto negli anni della ricostruzione post-sismica, che ha rovinato l’ambiente e l’economia locale. In Irpinia venne importato un modello di sviluppo calato da una realtà che non ci appartiene, per cui si è rivelato fallimentare. E non poteva essere altrimenti. Per inciso, ricordo le tante ”cattedrali nel deserto” come l’ESI SUD, la IATO e altre industrie fallite, i cui dirigenti, in gran parte provenienti dal Nord Italia, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone sfruttando i finanziamenti previsti dalla Legge 219/1981 varata per l’industrializzazione e la ricostruzione delle aree terremotate. Quel disegno si basava su una strategia miope poiché non teneva conto del mercato locale e delle peculiarità del nostro territorio.

Riprendendo il discorso iniziale occorre notare come in questo turno elettorale, a contendersi la carica di sindaco di Lioni siano due figure tra loro diverse, ma speculari, della politica locale: l’uno si proclama di centro-sinistra, l’altro fa riferimento ad una “lista civica” che è il travestimento di una coalizione di centro o centro-destra, o viceversa. Non voglio affermare in modo qualunquistico che le posizioni siano intercambiabili, ma non nascondo una certa tentazione a farlo. Probabilmente la differenza tra i due candidati, per certi versi casuale, è la seguente: l’uno è un ex marxista, ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ex anti demitiano, l’altro è una sorta di outsider, la cui candidatura a sindaco è emersa all’ultimo minuto, come impone ormai la tradizione lionese, ma non è esattamente un neofita, ma uno degli esponenti relativamente più giovani della “vecchia guardia” socialista che a Lioni ha sempre avuto una presenza politica di rilevo, quindi anch’egli è, a suo modo, un ex.

Nella precedente campagna elettorale il professore ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ricevette l’investitura dall’alto del Monte ed è stato per un periodo il referente ufficiale di De Mita sul territorio comunale, oggi è il candidato alla poltrona di sindaco di una coalizione di centro-sinistra che orbita nel campo di attrazione gravitazionale del PD con una formazione di gregari che ruotano alla stregua di vari satelliti attorno all’”astro” della politica lionese. E’ innegabile che tale ”squadra” sia imperniata sulla figura centrale del “capitano” ed è altrettanto evidente che risenta di un’egemonia personalistica esercitata dal suo “narcisismo intellettuale”. L’altro candidato alla poltrona di sindaco è, ripeto, un “outsider” che non è accreditato come il più autorevole fra gli esponenti politici lionesi, cioè un demitiano a denominazione d’origine controllata. In ogni caso non si tratta di un novizio sprovveduto ed ha alle spalle un gruppo agguerrito di “vecchie volpi” della politica locale. A questo punto la situazione relativa alla campagna elettorale per le amministrative lionesi, è ufficiale e definitiva.

 Dunque, una cosa è certa: a Lioni dobbiamo rassegnarci all’assenza di un’autentica forza di alternativa al sistema di potere vigente. A Lioni manca da tempo un’opposizione seria e credibile per cui si registra un disavanzo di democrazia, trasparenza e vigilanza che favorisce l’arbitrio di chi detiene le redini dell’Amministrazione. Al di là dei singoli episodi l’analisi si può sintetizzare nel modo seguente: la differenza tra il contesto odierno e il passato consiste nell’assenza di un soggetto di opposizione politica. Oggi il dissenso stenta a tradursi in un progetto di trasformazione dell’assetto politico e sociale lionese. Aggiungo che la mancanza di diritti e tutele a favore di chi non dispone di amicizie politiche non investe solo la realtà di Lioni. Anche in passato, se una persona non poteva affidarsi al ”santo in paradiso” in quanto non aveva agganci con il notabile che deteneva l’esercizio del potere, non contava nulla. Per quanto concerne l’orientamento da seguire, non ci sono dubbi: o si accettano ingiustizie, soprusi e prepotenze, comportandosi in modo vile e conformista, o si inizia ad agire in termini incisivi, provando ad organizzare pratiche di resistenza collettiva con tutti quelli che si dichiarano propensi ad un’azione antagonista per contrastare l’arbitrio vigente. Sono da evitare le iniziative isolate per non rischiare di subire la classica fine di Don Chisciotte (l’eroe comico per antonomasia) che pretendeva di battersi contro i mulini a vento.

 Potrei soffermarmi sulla portata storica del demitismo e sulle responsabilità del sistema politico rispetto al mancato sviluppo delle nostre zone, rispetto al miraggio dell’industrializzazione, rispetto alla disoccupazione diffusa tra i giovani, costretti ad una nuova emigrazione, rispetto allo spopolamento e al degrado delle nostre comunità. Certo, non tutti i mali sono imputabili al signore di Nusco, tuttavia esistono verità che nessuno può smentire se non in mala fede. De Mita è stato il massimo vertice istituzionale di una classe dirigente locale e nazionale che ha dominato la fase della ricostruzione post-sismica, la cui gestione è stata quantomeno discutibile nei metodi e nei fini. De Mita è tuttora in auge ed ha perpetuato il suo potere a livello locale. In Irpinia, il vero problema non è tanto la destra berlusconiana, quanto il centro demitiano. Si pensi ai guasti arrecati da un sistema imperniato sul cinismo di logiche affaristiche, clientelari e paternalistiche riconducibili alla ”scuola” di Nusco, che ha istruito diversi allievi che hanno superato il loro maestro. Senza fare nomi, questi epigoni, veri campioni del demitismo senza De Mita, sono presenti in modo trasversale.

 Uscendo fuor di metafora, cioè fuori dal linguaggio ironico e surreale della satira, provo a sintetizzare il mio “atto d’accusa”. Al sistema berlusconiano si rimprovera il conflitto d’interessi che privilegia B. e la sua cricca. Ciò è un dato di fatto. Eppure, quanti conflitti d’interessi sono evidenti, o latenti, nel campo delle amministrazioni locali? E nel caso di Lioni? Un conflitto d’interessi riguarda il commercio, che è da sempre l’ossatura dell’economia locale. Ebbene, colui che presiede la gestione di tale settore è coinvolto direttamente in quanto commerciante. Cos’è questo se non un conflitto d’interessi in piena regola? Insomma, la Pubblica Amministrazione è ormai ridotta ad un comitato d’affari. Ma la cosa più grave è che è mancata una degna opposizione tra i banchi del Consiglio municipale. E quando manca un soggetto che garantisca un’azione di controllo, trasparenza e denuncia amministrativa, il rischio è una deriva autoritaria e una degenerazione morale della Pubblica Amministrazione, che scade nel regno degli abusi e delle ingiustizie a danno della comunità e a vantaggio di affaristi senza scrupoli.

Chiudo con una provocazione finale. Affarismo, assistenzialismo, clientelismo, parassitismo e paternalismo, sono l’essenza di un potere criminogeno che incoraggia comportamenti disonesti, seminando il germe dell’illegalità. Esempi in tal senso sono il berlusconismo e il demitismo. L’aspetto più inquietante è che tali sistemi esistono indipendentemente dai loro iniziatori grazie a discepoli in grado di scalzare i “maestri”.

Lucio Garofalo

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Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti “poteri forti”, soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.

Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell’establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema “democratico” in cui ci concedono semplicemente la “libertà” di votarli, ovvero la “libertà” di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare. Un regime corrotto fin nel midollo, che si è sempre mostrato “forte con i deboli e debole con i forti”, aduso cioè a colpire i soggetti più indifesi, a cominciare dai più disperati, come i terremotati abruzzesi o i migranti visti come “indesiderabili” da perseguire alla stregua dei peggiori criminali, mentre sono ben accetti solo in quanto merce umana, cioè manodopera da sfruttare a bassissimo costo.

Un regime che ha già evidenziato una matrice autoritaria e sovversiva nella volontà (spesso dichiarata) di sfasciare le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo al potere, si presenta in misura più grave ed inquietante rispetto al passato, specie se si considera il mix di populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza il blocco sociale che fa capo a Berlusconi, per la semplice ragione che esso si maschera sotto una veste solo apparentemente legale e democratica. Oltre 35 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che “Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. La citazione rispecchia esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la “metamorfosi” della destra neofascista e leghista per accedere al governo della nazione, sdoganata e traghettata al potere dal populismo berlusconiano.

Quello di Berlusconi è apparso sin dalla nascita come un regime isterico e demagogico, pronto a cavalcare gli umori delle masse inferocite da campagne xenofobe che istigano i peggiori istinti umani. Ma soprattutto pronto a servire ed ossequiare gli interessi che fanno capo ai centri capitalistici e finanziari dominanti, legali o illegali che siano. Altro che “governo forte”! Nella storia italiana non c’è mai stato un governo davvero forte e coraggioso, capace di contrastare e ridimensionare i poteri più influenti e determinanti. Sin dagli albori post-unitari, durante la cosiddetta “età liberale”, quindi nel periodo giolittiano, successivamente nel ventennio fascista, infine nell’epoca repubblicana, nessun governo ha avuto la forza e il coraggio di affrontare le sfide più ardue e decisive, provando a combattere in modo drastico lo strapotere della finanza massonica e della malavita mafiosa, evidentemente colluse con il potere politico istituzionale.

La stessa dittatura di Mussolini esercitò un intervento repressivo solo verso le fasce più deboli della società, emarginando e perseguitando i dissidenti, mettendo al bando ogni opposizione politica, sociale e sindacale. Mentre fallì miseramente nel tentativo di combattere il banditismo  e la mafia siciliana. A tale proposito è opportuno ricordare l’impegno militare svolto dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che fu la carta giocata da Mussolini, ma che presupponeva una lotta inflessibile contro le più alte gerarchie dell’apparato fascista. Un progetto impossibile, o velleitario, in quanto conteneva sin dall’inizio le criticità e le debolezze che ne avrebbero comportato l’insuccesso finale. Il prefetto Mori adottò una strategia che infierì soprattutto sulla mafia rurale e sugli strati inferiori, lasciando intatto il sistema di potere dei grandi latifondisti agrari che avevano usato i mafiosi per soffocare nel sangue le rivolte e le rivendicazioni delle masse contadine, così come si avvalsero dello squadrismo fascista e dello stesso Mori. Il quale nel 1927 fu nominato senatore del regno mentre Mussolini dichiarava solennemente alla Camera che “la Mafia è sconfitta”. In effetti, i metodi brutali usati da Mori suscitarono un diffuso malcontento nella popolazione siciliana, che identificò nelle forze di polizia un esercito di occupazione e nello Stato un nemico straniero di cui diffidare a futura memoria. Una diffidenza acuta e viscerale che si è perpetuata nel tempo fino ad oggi.

Dunque, il neoduce di Arcore non è stato capace di sottrarsi ad una logica di servilismo verso il sistema di potere massonico e mafioso che condiziona la vita del Paese. Nel contempo, oggi quel sistema cerca di sbarazzarsi di un personaggio che, dopo aver svolto il “lavoro sporco”, è diventato scomodo e ingombrante per molti. Tra i limiti della leadership di Berlusconi, al di là delle barzellette da viaggiatore di commercio, delle macchiette da avanspettacolo, dei comportamenti da camorrista e gestore di night club, affiora soprattutto un’immagine populistica, narcisistica e personalistica.

Infatti, il sultano di Arcore ha una visione del potere politico molto originale, secondo cui contano solo i voti. La conta dei voti è essenziale in una democrazia parlamentare ed elettorale, ma non è determinante come aggiudicarsi l’appoggio dei poteri forti. Questa verità era evidente anche per la Dc. Non a caso i volponi democristiani si assicurarono un’alleanza stabile e duratura con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che esprimeva gli interessi del gruppo Fiat, della Massoneria, dei servizi anglo-americani (CIA in testa), della Nato, di Mediobanca di Enrico Cuccia e di altri poteri centrali. Tutti sanno che è praticamente impossibile governare senza instaurare un rapporto organico con tali poteri, che Berlusconi ha sempre temuto e ossequiato, ma di cui ora vorrebbero disfarsi.

Questo dato Berlusconi non sembra averlo compreso, o non sembra tenerne conto, anzi pare che abbia rifilato troppe “fregature” in virtù di un eccesso di megalomania e di narcisismo personale, per cui rischia di essere a sua volta investito da vendette e ritorsioni che potrebbero rivelarsi fatali. In tal senso vanno interpretate le recenti dichiarazioni rese da Licio Gelli contro Berlusconi, nonché alcuni atteggiamenti ostili e negativi provenienti da elementi della mafia e di altre associazioni occulte e criminali.

Lo scenario politico che maggiormente si affaccia all’orizzonte, ossia un esecutivo utile a guidare la difficile transizione verso la fase post-berlusconiana e della Terza Repubblica, un’ipotesi prospettata nell’ottica della borghesia padronale italiana, sarebbe quella di un governo tecnico trasversale, appoggiato sia a destra che a manca. Per scongiurare la minaccia, già paventata da qualcuno, di elezioni politiche anticipate, si prospetterebbe l’ipotesi di un governo istituzionale per gestire l’attuale crisi economica ed approvare qualche riforma istituzionale ed eventualmente una nuova legge elettorale. L’ipotesi è caldeggiata dalle forze politiche che operano in modo trasversale per la formazione di un nuovo “grande centro politico” consacrato dai poteri forti, con in testa la Confindustria, il Vaticano e la Nato. Si tratta di un’ipotesi che procurerebbe solo iatture, lacrime e dolori alle classi lavoratrici, come dimostra la storia recente del Paese. Come insegnano le esperienze dei primi anni ’90 con i governi presieduti da figure prestate non dalla politica ma dall’economia, quali Ciampi e Dini.

Occorre infine far presente che il berlusconismo è solo un effetto, non la causa del degrado antropologico, politico e culturale della società italiana, intossicata dai veleni generati da un capitalismo malato che non è più in grado di assicurare il benessere dei ceti medi che era fonte di consenso e stabilità sociale, ma al contrario sta accelerando e approfondendo la polarizzazione delle ricchezze e del potere ad esclusivo vantaggio delle oligarchie finanziarie e a discapito dei lavoratori. Perciò, l’unica alternativa utile agli interessi operai non può che essere un’opzione rivoluzionaria rispetto allo statu quo.

Lucio Garofalo

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Dopo Tangentopoli, Calciopoli, Vallettopoli, l’ultimo scandalo degno di una “Repubblica delle banane”, è Monopoli. Gli scandali emergono in modo frequente a riprova che il Belpaese è da tempo “un popolo di ladri, furbetti, finanzieri rampanti, calciatori, veline, excort, magnacci, paparazzi, manager falliti, spie e giocatori di Monopoli”.

La retorica nazionalpopolare esaltava la nostra “amata Patria” come “un popolo di santi, poeti, eroi e navigatori”. Oggi gli unici “navigatori” che l’Italia vanta sono gli utenti della Rete, i “navigatori solitari” del World Wide Web, che sta per “ragnatela grande come il mondo” e si configura appunto come un’enorme “ragnatela”, anche nel senso di una “trappola gigantesca” in cui possono cadere i “navigatori”. Perciò, Internet rischia di diventare, se già non lo è, un terreno di caccia dello spionaggio planetario.

Ma torniamo alle vicende di “cosa nostra”. Francamente, l’aspetto più inquietante e grottesco è la conferma di essere tutti, tranne ovviamente gli spioni, puntualmente schedati e spiati, quindi coinvolti in un sistema salito alla ribalta come “la grande spiata generale”. Le vicende “scandalistiche” e “gossippare” che hanno coinvolto prima Marrazzo, poi il sindaco di Bologna, e lo scandalo Berlusconi/escort, tutto sommato ci investono da vicino, benché la gente sia toccata da questioni più concrete e prioritarie.

In realtà gli scandali politici e morali s’intrecciano con quelli economici e con le pesanti ingiustizie sociali che investono la condizione delle classi lavoratrici nel nostro Paese. Il tema della moralità pubblica, come la crisi della democrazia rappresentativa, che sta spingendo il nostro paese ad assomigliare sempre più ad un regime sudamericano, sono emergenze reali che pesano ed incidono direttamente anche sul versante sociale.

Non si tratta di questioni distinte e separate come si vuol far credere. Non a caso le vicende coinvolgono alcuni tra i maggiori esponenti della “casta politica”. Il dato va inquadrato nell’attuale contesto politico, nel quale si inserisce una prepotente campagna mediatica orientata in direzione anti-politica e filo-tecnocratica, in funzione antidemocratica e filo-confindustriale. Infatti, mi sembra poco casuale, ma molto ben calcolata la tempistica con cui gli scandali sono messi fuori, in un momento di grave imbarazzo e difficoltà per un settore vitale dell’industria e della finanza nazionali. In tal senso l’odierna campagna di anti-politica è senz’altro servita a distrarre l’opinione pubblica dallo stato di profonda crisi gestionale e finanziaria in cui versano alcune aziende italiane, per sferrare un violento attacco contro il ceto politico, ritenuto (non a torto) corrotto, colluso e connivente con il mondo degli affari, anch’esso corrotto.

A livello politico nazionale è in atto un aspro scontro per il potere, condotto anche con il ricorso a dossier scandalistici di gossip o altro genere. Insomma, in queste vicende è ravvisabile una sorta di “rivincita” della vera casta dominante contro la “casta” intesa come nomenclatura politica. Entrambe le caste fanno parte della stessa classe dirigente, ma è evidente che la prima, quella confindustriale, non si fida più della seconda, anzi sembra volersene sbarazzare per occuparsi liberamente dei propri affari senza fastidi o ingerenze, mettendo le loro luride mani sulle risorse pubbliche e sui “tesoretti” statali.

Riparato dietro gli scandali e protetto dall’oscurità, qualcuno trama per invocare e legittimare una svolta autoritaria del sistema politico, preparando una sorta di “golpe” morbido. Una chiave utile per interpretare l’uso strumentale che la lobby tecnocratica sta facendo dell’ennesimo scandalo, potrebbe rivelarsi in un’ipotesi relativa alla nascita di un esecutivo tecnico, molto spinto in senso moderato e antioperaio, peggiore di altri governi tecnocratici come quelli che, nella prima metà degli anni ’90, in piena bufera giudiziaria, gestirono il trapasso dalla prima alla seconda Repubblica.

Mi riferisco ai governi guidati da Giuliano Amato nel 1992-1993 (benché questi non fosse un tecnico, ma un politico di provata fede craxiana, il suo governo rivestì un ruolo favorevole al capitalismo della casta tecnocratica e finanziaria) e da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993-1994 (già governatore della Banca Centrale Italiana). I quali furono responsabili di accordi siglati a scapito dei lavoratori. E si pensi all’esecutivo presieduto nel 1995 da Lamberto Dini (uno dei massimi dirigenti del Fondo Monetario Internazionale) il cui governo fu artefice della prima “contro-riforma” del sistema pubblico previdenziale. Cito questi elementi storici per fornire un’idea di quanti sacrifici e iatture possa procurare un eventuale “governo tecnico” alle classi lavoratrici.

La riduzione degli spazi di agibilità democratica, la carenza di un minimo di opposizione parlamentare, non dico “comunista” ma persino “socialdemocratica” e riformista, la mancanza di un quadro politico che sia minimamente “di sinistra”, l’inesistenza di un soggetto politico interessato a salvaguardare la sfera delle garanzie costituzionali che appartengono ad una democrazia formale, sono intimamente legate all’assenza di una forza politica e sindacale in condizione di tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori.

Inoltre, credo valga la pena di spendere alcune parole a proposito della cosiddetta “questione morale”. L’approccio risolutivo non può essere affidato semplicemente allo zelo moralizzatore di qualche onesto e laborioso magistrato di periferia, né alla solerzia repressiva di altri soggetti istituzionali, nella misura in cui non si tratta di un problema meramente penale e giudiziario, bensì va affrontato e risolto in sede politica e culturale, ponendola al centro di un incisivo e organico progetto di trasformazione radicale della società. La questione morale è una questione politica, intimamente legata alla società borghese, sempre più corrotta e putrescente. E come tale va affrontata alla radice, inserendola nel quadro di un’ipotesi di cambiamento totale della società, rimuovendo il ceppo, ormai deteriorato, del connubio tra politica e affari, un intreccio deleterio che è inevitabile perché insito nelle basi stesse dei rapporti capitalistici.

In conclusione, la questione morale non si può subordinare e vincolare ad un problema di ordine pubblico, ad iniziative, per quanto audaci e apprezzabili, di tipo giudiziario, ma deve rilanciarsi e ricollocarsi nella prospettiva di una più vasta azione di lotta e di trasformazione della società in un senso profondamente e decisamente anticapitalista.

Lucio Garofalo

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Una facile e comoda persuasione comune assegna ai politici l’etichetta di “Casta” per antonomasia, nel senso deteriore del termine. Non c’è nulla di più distorto che assecondare tale mistificazione, alimentando il qualunquismo che è più deleterio del male stesso, più nocivo della corruzione e dell’inettitudine del ceto politico.

I cittadini, indignati dai loro osceni “rappresentanti”, reagiscono con atteggiamenti di crescente distacco dalla vita politica. La conseguenza inevitabile per la democrazia è che l’esercizio della “professione” politica si fa un appannaggio riservato a una cerchia sempre più elitaria, dunque più corrotta e corruttibile dai grandi potentati economici sovranazionali, esenti da ogni azione di controllo esercitabile dalle masse popolari.

In tal modo le democrazie occidentali, esistenti solo sulla carta, degenerano in forme oligarchiche controllate da comitati d’affari formati dalle corporation multinazionali e dai padroni incontrastati del capitalismo bancario e finanziario.

Pertanto, di caste privilegiate e corrotte non c’è solo quella politica. Lungi da me l’idea di difendere la casta politica. Tuttavia, ci sono altre caste parassitarie che sono addirittura peggiori, molto più corrotte e potenti della casta politica.

Si pensi solo all’alto clero, che usufruisce di franchigie speciali quali l’esenzione da varie imposte, tra cui l’oscena dispensa dal pagamento dell’ICI sugli immobili ecclesiastici.

Si pensi alle colossali rendite godute dall’alta finanza, ai profitti totalmente detassati che causano la rovina di milioni di piccoli risparmiatori. In genere si tratta di onesti lavoratori, illusi e sedotti dalle “sirene mediatiche” degli investimenti in borsa, alla ricerca di “facili fortune”, mentre li attende solo la peggiore delle iatture: il crack finanziario. Si pensi alle grandi speculazioni borsistiche che, nel giro di pochi giorni, hanno mandato in rovina intere nazioni, intere regioni continentali come il Sud-Est asiatico o vaste aree dell’America Latina: si pensi al crack argentino di qualche anno fa.

Si pensi alle popolazioni dell’Africa, letteralmente stremate dallo sterminio alimentare, stritolate dai debiti su cui speculano i pescecani dell’alta finanza internazionale. Si pensi a queste inaudite forme di parassitismo generato dall’establishment capitalistico globale: un insieme di caste parassitarie e speculative che prosperano a spese della stragrande maggioranza del genere umano. Un sistema affaristico che schiaccia i diritti più elementari degli esseri umani, che stentano persino a sopravvivere fino al tramonto.

Nell’abbrutimento causato dall’alienazione, dalla servitù e dallo sfruttamento, nell’imbarbarimento provocato dalla logica criminale del profitto, miliardi di esseri umani sono costretti nella condizione più abietta e intollerabile, ridotti allo stato brado: l’uomo è condannato ad essere la più feroce tra le belve.

Lucio Garofalo

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