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Archive for aprile 2009

E’ IL MOMENTO DELLA SOLIDARIETA’, MA ANCHE DI UNA PRIMA RIFLESSIONE

Di fronte all’ennesima “sciagura naturale” (ma esistono davvero calamità naturali esenti da qualsiasi responsabilità di ordine politico-economico e antropico-culturale?) che ha investito il nostro popolo e il nostro territorio, già straziato da lunghi decenni di scempio e devastazione ambientale, di pessima e dissennata gestione politica del territorio e delle sue ingenti risorse, anzitutto sul versante delle amministrazioni locali e quindi sul piano nazionale, un’antica storia contrassegnata da pericolose connivenze e complicità con il cinismo, la spregiudicatezza e il malaffare della criminalità economica privata a beneficio esclusivo di pochi speculatori avidi e arroganti e totalmente privi di scrupoli, questo è comunque il momento dei soccorsi e della solidarietà verso le popolazioni colpite dal sisma. In seguito verrà anche il tempo delle polemiche e delle critiche costruttive, ossia delle proposte. Pertanto, voglio esprimere subito tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà morale ed umana a chi sta soffrendo in queste ore a causa del terremoto in Abruzzo, anche perché ho direttamente conosciuto il dramma provocato da una scossa sismica estremamente distruttiva, avendo vissuto personalmente la terribile esperienza del 23 novembre 1980 in Irpinia. Tuttavia, una prima analisi critica, benché ancora a caldo, si può e si deve tentare, almeno per provare a comprendere quanto sta accadendo e cosa si potrebbe fare in futuro. Il bilancio delle vittime, dei feriti, dei senzatetto, dei danni alle persone e alle abitazioni, è ancora provvisorio e si va aggiornando in modo lugubre e agghiacciante ora dopo ora. Un dato sembra certo e inoppugnabile: si tratta di uno degli episodi sismici più violenti e catastrofici degli ultimi anni, inferiore (per magnitudo Richter) solo ai terremoti che prostrarono il Friuli nel 1976, l’Irpinia e la Basilicata nel 1980. Un evento sconvolgente che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Per questo, e a maggior ragione, so di cosa parlo. Alla devastante potenza si aggiunga anche l’orario notturno in cui si è manifestato il sisma: a quell’ora assai inoltrata solo i più incalliti nottambuli erano ancora svegli e in circolazione. Non c’è dubbio che il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo è stato geograficamente più circoscritto, nonché più limitato nella sua durata temporale rispetto a quello che la sera del 23 novembre 1980 rase al suolo interi paesi dell’Irpinia e della Lucania, estendendosi in un’area estremamente vasta e profonda, al punto che la scossa maggiore (durata all’incirca un minuto) fu avvertita a centinaia di chilometri di distanza. Ma l’ultimo evento sismico, per gli effetti di distruzione provocati, risulta molto più grave e drammatico di quello che colpì l’Umbria e le Marche nel 1997 e il Molise nel 2002. Tali riferimenti alle esperienze pregresse non sono un puro ed inutile esercizio di contabilità statistica, ma un modo per cercare di comprendere chiaramente l’effettiva portata dell’evento tellurico che ha sconquassato e stremato le popolazioni dell’Abruzzo. Non a caso, partendo dal terremoto dell’Irpinia e dalla Basilicata nel 1980, giungendo a quello dell’Umbria e delle Marche nel 1997, a quello del Molise nel 2002, ed infine oggi in Abruzzo, l’area geografica direttamente interessata e minacciata dai fenomeni sismici più frequenti e dannosi, è esattamente quella lunga striscia di territorio che attraversa la catena dell’Appennino centro-meridionale. Si tratta di una delle zone a più alto rischio sismico dell’intera penisola, probabilmente del mondo. E questo è un elemento di verità assolutamente innegabile e incontrovertibile. Dunque, per quanto concerne il rischio sismico, l’Italia centro-meridionale è comparabile al Giappone e alla California. Invece, per quanto attiene agli interventi di prevenzione sul territorio, che richiedono soprattutto un’opera di educazione, ossia di sensibilizzazione e preparazione culturale (da affidare non solo alle istituzioni scolastiche che dovrebbero essere deputate a tale compito, ma pure ad altre agenzie formative presenti sui territori), siamo purtroppo paragonabili ad altri Stati, che noi riteniamo siano più arretrati e sottosviluppati del nostro paese, invece ci sarebbe da chiedersi chi è il vero “Terzo Mondo”… Si pensi che la terra d’Abruzzo è stata dichiarata una zona ad alto livello di pericolosità rispetto al rischio sismico sin dagli anni ’60, per cui si presume che la normativa antisismica in materia di edilizia abitativa fosse stata adottata (evidentemente solo sulla carta) sin da quegli anni lontani. Invece, dalle notizie appena trasmesse veniamo a scoprire che, ancora oggi, a causare il maggior numero di morti sono stati i palazzi di quattro piani ed oltre (e c’è chi legifera, tramite decreti d’urgenza, per incentivare la cementificazione del territorio e l’ampliamento dell’edilizia abitativa) costruiti col cemento (dis)armato, così come è accaduto in precedenti esperienze. Un dato davvero inquietante e raccapricciante. Insomma, la memoria storica che dovrebbe essersi formata nella coscienza delle persone del nostro paese, sembra non valere proprio a nulla. In questi giorni si viene ad apprendere (per chi non lo sapesse) che in Italia la normativa antisismica più stringente e rigorosa è stata varata (e non parliamo della giusta e doverosa applicazione della legge) solo dopo il terremoto del Molise nel 2002, esattamente con l’Ordinanza n. 3274 del 20 Marzo 2003. Sembra incredibile ed assurdo, ma è così. Checché ne dicano i sepolcri imbiancati presenti in maniera trasversale nella politica nostrana, nonché i loro servi e padroni. Comunque, si sa che in Italia una cosa sono le leggi, ben altra cosa sono l’osservanza e l’applicazione delle leggi soprattutto da parte di chi dovrebbe eseguirle e farle rispettare. Nonostante la storia sismica del territorio italiano avrebbe dovuto insegnarci a costruire le case, gli ospedali e le scuole, non dico come in Giappone, ma molto meglio di quanto non avvenga in realtà, e avrebbe dovuto abituarci ad una politica educativa e culturale di prevenzione, per scongiurare simili eventi catastrofici, invece la realtà raccapricciante dell’ultima tragedia ci dimostra che le esperienze precedenti non sono valse proprio a nulla. Si continua a far finta di nulla, come se l’Italia fosse immune da ogni rischio sismico e ambientale. Dunque, un altro elemento di critica, non polemica o gratuita, bensì costruttiva, da proporre sin da subito, è il seguente. Viene giustamente da chiedersi come mai in un paese ad elevato rischio di catastrofi sismiche e ambientali, quale l’Italia, in cui periodicamente si verificano “disastri naturali” (terremoti, alluvioni, frane ecc., possono davvero essere considerati come semplici “disgrazie” o “iatture” dovute alla furia della natura, oppure esistono precise responsabilità storiche da ascrivere all’uomo, ovvero alla gestione politica, all’incuria e allo scempio del territorio?), il governo nazionale ragiona insieme ai governatori delle regioni su come incentivare l’edilizia abitativa oppure sull’ipotesi di costruzione del ponte sullo stretto di Messina, invece di dedicarsi seriamente alla progettazione e alla realizzazione di un piano di risanamento ambientale e antisismico, da varare ed attuare finalmente su scala nazionale. La risposta sarebbe scontata e banale: gli affari d’oro che scaturiscono dalle speculazioni edilizie, o di altro tipo, sono indubbiamente maggiori rispetto ad un’opera di risanamento antisismico e ambientale su tutto il territorio nazionale, che ridurrebbe gli spazi di agibilità e le possibilità di profitto economico per gli speculatori e gli affaristi, ed ovviamente per i loro complici e protettori, vale a dire i referenti politici e istituzionali. Questa è una verità storica ormai assodata da tempo, eppure sembra che venga scoperta per la prima volta. La mia riflessione non vuole fornire un facile e comodo pretesto per una strumentalizzazione di parte a livello politico, né intende prestarsi ad interventi di “sciacallaggio politico”, come potrebbero banalmente obiettare i detrattori più faziosi e in malafede, ma si propone di offrire un ragionamento il più possibile onesto e obiettivo, utile e costruttivo per l’avvenire, affinché le future generazioni non debbano subire sulla loro pelle le dolorose esperienze vissute in passato dalle genti irpine e lucane, ed oggi dalle popolazioni dell’Abruzzo.

Lucio Garofalo

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Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale. Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super-pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali. La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”. In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

Una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo

Dunque la crisi odierna investe l’apparato politico-economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria. Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati, generati da un eccessivo sfruttamento materiale dei produttori, ossia degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti e indeboliti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globo-colonizzazione economico-imperialistica che ha generato condizioni sempre crescenti di miseria, sottosviluppo, sfruttamento e precarietà materiali, permettendo o imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro (vale a dire dei salari) su scala planetaria, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere. Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili e drammatiche conseguenze in termini di costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, sino al tracollo e al fallimento definitivo del capitalismo su scala globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora. A nulla servirà l’assunzione di rimedi ormai inutili e tardivi, ovvero di provvedimenti di pura facciata quali, ad esempio, l’autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari, la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali. Se è vero che i capitalisti sono i principali responsabili della crisi odierna, è altresì vero che nemmeno i politici, servi e funzionari del capitale, possono dirsi estranei o innocenti, anzi. La demagogia e l’ipocrisia, oltre all’inettitudine e all’improvvisazione messe in mostra dai ceti politici dirigenti, nonché la manipolazione e la disinformazione esercitate dai mass-media ufficiali, sono la controprova e la conferma dell’ipocrisia, dell’inganno e della menzogna insite nella realtà e nella natura stessa dell’economia capitalistico-borghese.

Era già tutto previsto

La principale causa delle crisi economiche che investono periodicamente il capitalismo è da individuare, secondo l’analisi fornita da Karl Marx ne Il Capitale, nel crollo periodico del saggio (o tasso) di profitto. Lo stesso processo di espansione, accumulazione e concentrazione monopolistica del capitale, accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto (tendenziale nel senso che si tratta di una tendenza che entra in contrasto con altre forze e controtendenze intrinseche al sistema economico-capitalistico). Tuttavia, Marx non esclude altre cause che possono essere all’origine delle crisi. La ragione ultima, che spiega le crisi capitalistiche, risiede nel progressivo impoverimento dei lavoratori e nel crescente indebolimento del loro potere d’acquisto, quindi nel crollo dei consumi delle grandi masse, un dato che contrasta con la necessità, connaturata al sistema capitalistico, di espandere i mercati ed accrescere sempre più il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente anche i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo non può non incidere anche sui profitti capitalistici, che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa, di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia economico-imprenditoriale, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti.

Crisi precedenti e soluzioni

In passato, per scongiurare altre dure recessioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave depressione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Ovvero ha intrapreso risposte in chiave neoimperialistica e neoconservatrice, per difendere e consolidare lo statu quo, ossia l’ordine padronale esistente. Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un mercato di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo molto efficace per conquistare aree in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta soprattutto dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera ecc., fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla valse la lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di “boom economico”. Ma nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta da Egitto e Siria contro Israele), che determinò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile.

Fuoriuscire dalla crisi

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico-borghese. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica e concreta, turba non poco i capitalisti (nonché i loro servi e lacchè) del mondo intero. E ciò vale anche per il capitalismo di stato del gigante cinese, che non esita a fare affari e a stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti per schiacciare la concorrenza europea. Per arginare l’esplosione di rivolte, disordini e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico-imperialistico, ossia ad un lungo periodo di guerre brutali e sanguinose sulla scena internazionale.

Una seria alternativa al capitalismo

Pertanto, l’unica alternativa possibile e praticabile per evitare e scongiurare simili scenari di catastrofica auto-dissoluzione del genere umano, è solo quella di una fuoriuscita globale e definitiva dal sistema politico-economico vigente, retto su un capitalismo ormai franato in una crisi irreversibile e, dunque, destinato al collasso. Ciò significa restituire al lavoro collettivo il valore e l’importanza che gli spetta, recuperare la centralità e il primato del lavoro produttivo e sociale in un assetto economico di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori (chiamatelo comunismo, socialismo, collettivismo o nel modo che vi pare). Tuttavia, è evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. E’ la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l’autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, ovvero sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto economico privato. Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, ovvero chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare e rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la competitività e la produttività il sistema risulta invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di “sviluppo” non presuppone affatto un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri “quantitativi” (quali, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo di una nazione, o quello pro-capite, ecc.) per calcolare e definire il tasso di eguaglianza e di giustizia sociale, di progresso e di democraticità di un paese.

Lucio Garofalo

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