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Archive for the ‘etnocentrismo’ Category

La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.

Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.

La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell’ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe. 

Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.

Per comprendere tali  fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.

In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.

Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.

Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.

Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.

Lucio Garofalo

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La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dell’occidente. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i “buoni” e i “cattivi”. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della “fede religiosa” (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della “civiltà” e del “progresso” (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della “libertà” e della “democrazia” in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo

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