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Archive for maggio 2009

… RI-FLESSIONI IRPINE 

Se in questa noiosa campagna elettorale si volesse discutere seriamente (per quanto possibile in una campagna elettorale) delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza quotidiana delle nostre popolazioni, si dovrebbe prendere spunto dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il discorso si potrebbe estendere facilmente a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al triste problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro decente e a una vita dignitosa per l’avvenire delle giovani generazioni. Dunque, proviamo a svolgere un’analisi il più onesta e obiettiva possibile sull’attuale situazione politico-sociale in Irpinia.

Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine.

Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è in fase di crescita esponenziale negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata quasi sempre a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che inevitabilmente ne pagano le conseguenze. Infatti,  anche in Irpinia si registrano percentuali davvero inquietanti di omicidi bianchi, vere e proprie stragi sul lavoro di cui quasi nessuno parla. In larga parte le vittime dell’infortunistica sul lavoro sono costituite da manodopera di origine straniera impiegata nel settore dell’edilizia.

Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione di emergenza già da qualche anno: “Purtroppo – così dichiara nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti – i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire ed ingannare  la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori.

Ma torniamo al punto di partenza di questa riflessione, vale a dire al tema della disoccupazione giovanile. Questa rappresenta in ogni caso una tragedia collettiva in quanto produce effetti di depressione e disgregazione che lacerano il tessuto sociale di una comunità, esponendo i soggetti più indifesi al ricatto politico-clientelare dei notabili locali e comprimendo gli spazi di libertà e convivenza democratica. Pertanto, è una conseguenza “inevitabile” che i migliori cervelli delle nostre zone siano condannati alla fuga, ad una sorta di esilio forzato che li obbliga ad emigrare oltre i confini del proprio territorio, in alcuni casi persino all’estero, per ottenere ed esercitare una professione adeguata alle proprie aspettative, per conquistare un lavoro dignitoso che li metta in condizione di affermarsi, seppure in un luogo distante dalla famiglia e dal paese d’origine. In molti casi, mettendo radici altrove, senza fare più ritorno nella terra natia.

Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti a dir poco sconcertanti, che sono totalmente ignorati o sottovalutati, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, un esodo di intere generazioni di giovani che mostrano notevoli percentuali e livelli di scolarità. Infatti, gli elementi più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere al ricatto clientelare imposto dai notabili locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che, invece, è un diritto che spetta a ogni cittadino, sancito nel dettato costituzionale. Ma i diritti sono un privilegio concesso a un’esigua minoranza di giovani appartenenti alle famiglie ricche e potenti. Invece, i figli delle classi popolari sono costretti a mendicare continuamente favori elargiti attraverso metodi arcaici che sono probabilmente un antico retaggio feudale. Una prassi esercitata sia per ottenere un lavoro miserabile (precario, mal pagato, privo delle tutele e dei diritti più elementari), sia per soddisfare ogni altra cosa, anche la più banale istanza di un certificato, svendendo i diritti come volgari elargizioni in cambio del voto a vita.

Questo è un malcostume intrinseco alla “normalità” della vita quotidiana, una situazione ritenuta “naturale”, ossia un dato immodificabile insito in un’ipotetica legge di natura che non esiste nella realtà. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica della storia umana, che invece è determinata da tendenze e controtendenze soggette a mutamenti, che si pongono in stretto rapporto di interazione e di reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno e immutabile nella realtà storico-sociale, come attestano, ad esempio, le rivoluzioni che in passato hanno soppresso il potere assoluto e i privilegi dell’aristocrazia feudale, eliminando lo sfruttamento del lavoro servile, abolendo la servitù della gleba e la schiavitù. Fenomeni che per secoli gli uomini hanno accettato come condizioni “normali”, recepite come situazioni “ineluttabili”.

Il “fatalismo”, così diffuso tra la gente irpina, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e tutto sia già stabilito da un destino superiore contro cui i proletari (gli “umili” di Manzoni, i “vinti” di Verga, i “miserabili” di Hugo) sarebbero impotenti, ma così non è. Il successo di alcune iniziative popolari dimostra, invece, che lo stato delle cose presenti può essere modificato e persino migliorato, basta agognare e perseguire un obiettivo con tutte le proprie forze.

Quindi, occorre riconoscere un dato di fatto talmente palese che indica l’inasprimento e il peggioramento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale, anche e soprattutto in seguito all’attuale crisi economica internazionale. Tali problemi esistono e si aggravano pesino nei piccoli centri della nostra provincia, che non rappresentano più le “oasi felici” di un tempo, oltretutto perché si è allentata quella secolare rete di reciproca solidarietà che in passato sorreggeva le nostre comunità, un tempo considerate (giustamente) a misura d’uomo.

Negli ultimi anni, a causa della globalizzazione economica neoliberista (contestata in tante parti del mondo) la realtà irpina ha accusato una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell’emigrazione, dell’emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali, le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo gli indizi più inquietanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto. 

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione (anche per le fasce sociali più scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l’assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche e strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero, sarebbero costrette ad umiliarsi, ad inchinarsi al solito “santo protettore”, oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Preciso altresì che l’espressione “disagio giovanile” è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è riconducibile ad un dato anagrafico. E’ invece più corretto riferirsi al “disagio sociale”, benché questo malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana impone agli esseri umani, offrendo scarse speranze e possibilità di superamento. Occorre aggiungere che anche un’elevata percentuale della popolazione senile sopporta stenti e privazioni derivanti soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme e nelle dimensioni di un tempo.

Oggi l’Irpinia è un vasto comprensorio di piccoli comuni di montagna, soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono più nulla o quasi ai giovani, sia sul versante delle prospettive e delle opportunità occupazionali, sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e di crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri tipi di locali pubblici in casi eccezionali, è una provincia ridotta ad essere un luogo di noia e desolazione esistenziale, per cui attecchiscono atteggiamenti insani e pericolosi, si affermano in misura crescente devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, abitudini impensabili fino a 25/30 anni fa.

Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo proporzioni e caratteristiche di massa che prima erano ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano in modo inequivocabile i mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali che si sono compiuti nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, vale a dire in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.

In questo ragionamento occupa una posizione centrale la mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria esistenza quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici. Tale mistificazione ideologica è funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad es., il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.

E’ estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi un po’ intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi della situazione delle tossicodipendenze in Irpinia perché in tali centri si recano generalmente quegli eroinomani che hanno necessità di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono obbligati a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (ovvero cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile.

Un dato certo e inoppugnabile è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità irpine si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, ossia altrove, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Tali dati, pur nella loro agghiacciante “asetticità”, ci consegnano un quadro allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani più validi ad allontanarsi dal posto in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi altrove, per realizzarsi non solo nell’ambito professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece finirebbe mortificato se restassero nella loro terra. Tali evidenze non possono non turbare la nostra coscienza, ma soprattutto dovrebbero indurre quanti sono deputati a livello politico-istituzionale ad adottare i provvedimenti più adatti a risolvere le drammatiche emergenze sociali come quella dei decessi per overdose, oppure dell’emigrazione e della disoccupazione giovanile, del lavoro nero e degli infortuni sul lavoro. Si tratta indubbiamente di questioni distinte, ma che esigono un’analisi lucida, razionale e unitaria, in grado di comprenderne e spiegarne le cause reali.

Ebbene, quali sono le proposte emerse in questa scialba campagna elettorale? Quale è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell’ordine, l’intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione idonea e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all’assenza di diritti e tutele, di speranze e possibilità per tanti giovani, e meno giovani, dell’Irpinia.

Lucio Garofalo

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