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Archive for the ‘terra e libertà’ Category

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

 Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Fenestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

 La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

 Io sono comunista e non credo negli stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale.

 Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

Lucio Garofalo

 

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Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

 

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

 Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all’interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

 I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze.

 Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

 Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

 Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

 In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

 Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all’attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un “effetto domino”, come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

 L’ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi.

Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo

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In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all’ambiente e all’economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto” come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l’insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

Negli anni ’80 l’Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto “uomo del monte”, il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l’Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all’appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. All’interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all’inizio degli anni ‘90.

Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un’azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

Lucio Garofalo

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All’alba del 31 maggio la marina militare israeliana ha lanciato un sanguinoso blitz contro il convoglio internazionale della Freedom Flotilla, allestito per trasportare un carico di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari destinati alla gente di Gaza, costretta da quattro anni a subire un assedio e un embargo illegale imposto da Tel Aviv. La spedizione era stata preparata da varie associazioni pacifiste con l’appoggio di un coordinamento di organizzazioni non governative (Ong) di 42 paesi. Nel corso dell’assalto al convoglio pacifista, su cui erano imbarcati circa 600 attivisti di oltre 40 nazionalità, i militari israeliani hanno ucciso 19 persone, ferendone almeno 26. È il tragico bilancio di un’aggressione lanciata mentre la flottiglia si trovava in acque internazionali. Si tratta di un’azione di pirateria che viola il diritto internazionale, un atto di terrorismo di Stato di cui il regime di Tel Aviv deve essere chiamato a rispondere.

Chiunque abbia difeso finora il governo di Israele, si arrampica sugli specchi in modo goffo e maldestro per avallare le assurde “ragioni” di uno Stato rivelatosi terrorista e criminale. Ma è impensabile, oltre che immorale, avallare una linea strategica priva di qualunque fondamento razionale, per cui rischia di ritorcersi contro chi la sostiene.

Nessuno che davvero conti all’interno della “comunità internazionale” ha osato condannare gli atti di terrorismo di Stato commessi da Israele contro popolazioni inermi come quelle presenti nella striscia di Gaza. Nemmeno l’attuale pontefice ha assunto una posizione di netta esecrazione morale e politica nei riguardi dell’aggressiva e spregiudicata politica israeliana che si è spinta davvero oltre ogni limite accettabile.

Quando si parla di “antisemitismo” ci si riferisce ovviamente all’antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, cioè al classico razzismo contro gli Ebrei, vittime dell’Olocausto nazista. Ma esiste anche un antisemitismo commesso contro il popolo palestinese, anch’esso appartenente alla stirpe “semitica”, anch’esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione imperialista, di atti ostili e terroristici, di cui si conoscono i responsabili. Il peggior “antisemitismo”, non semplicemente ideologico, ma brutalmente politico e militare, è quello messo in pratica da coloro che rappresentano i veri assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi soci anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi anni dallo Stato di Israele con l’appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e civili che vivono confinate nella striscia di Gaza?

Occorre ricordare alcune cifre impressionanti ed emblematiche che indicano lo stato di miseria e disperazione in cui versa la popolazione palestinese di Gaza. Secondo dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti giace sotto la soglia della povertà sopravvivendo a stento con meno di 2 dollari al giorno. Tali condizioni sono soprattutto la conseguenza dell’embargo economico imposto da Israele contro la gente di Gaza.

L’Occidente ha sempre decantato le virtù liberatorie della democrazia, ma quando un popolo decide di autodeterminarsi come è accaduto nel caso dei Palestinesi, e il risultato elettorale non è gradito alle potenze occidentali, queste intraprendono una serie di manovre per vanificare ogni fondamento di legalità. Dopo le elezioni palestinesi vinte da Hamas la comunità internazionale impose un ignobile embargo al fine di ricattare i palestinesi e costringerli a pentirsi di aver votato per Hamas.

La vittoria elettorale di Hamas fu ostacolata fin dall’inizio dai paladini della “democrazia”, gli Usa. I quali vantano una indiscutibile superiorità morale nel campo dei diritti e delle libertà democratiche. Basti pensare che la pena capitale, vigente in vari Stati della Confederazione Usa, è un “nobile” esempio della civiltà giuridica e politica statunitense, per cui hanno le carte in regola per “esportare la democrazia” nel mondo.

A tale riguardo gli islamisti non hanno torto quando accusano la “democrazia” di essere una “foglia di fico” utilizzata per occultare le nefandezze e la matrice tirannica e sanguinaria dell’imperialismo occidentale. D’altronde, gli stessi concetti sono formulati dai marxisti, sia pure in chiave comunista e sulla base di un’impostazione ateistica e storico-materialistica. In particolare Lenin e Rosa Luxemburg definivano la democrazia parlamentare come un “involucro” dentro cui si annida la violenza della dittatura di classe della borghesia imperialista. La logica manichea che pretende di contrapporre la “democrazia” borghese alla “teocrazia” islamista è l’ennesima trappola ideologica escogitata dalle potenze imperialistiche per mistificare la verità ed ingannare l’opinione pubblica internazionale, distraendola dai problemi reali e dalle contraddizioni esistenti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in altre aree strategiche del pianeta.

Non c’è alcun dubbio che Hamas sia un’organizzazione culturalmente retrograda e politicamente reazionaria, diciamo pure islamico-fascista. Ma è altrettanto ineccepibile che la politica praticata dal governo israeliano nei confronti della gente di Gaza sia di natura aggressiva, criminale e terroristica, non certo democratica e progressista.

A questo punto chiedo: i Palestinesi, come le popolazioni di stirpe araba, non sono di origine “semitica” come gli Ebrei? Secondo il racconto biblico, il genere umano si dividerebbe in tre grandi “razze”, o macrogruppi etnici, discendenti dai figli di Noè: Sem, da cui deriverebbero i popoli “semiti”, Ebrei e Arabi; Cam, da cui discenderebbero i popoli “camiti”, Egiziani e altri popoli africani; infine Ar, da cui trarrebbero origine i popoli di stirpe “ariana”, detti anche “indoeuropei”, incluse le popolazioni italiche, e così via. Quanto finora spiegato, sarebbe accreditato dall’antica tradizione biblica.

Da questo punto di vista, ciò che comunemente è identificato come “antisemitismo”, cioè il razzismo e la persecuzione contro gli Ebrei, dovrebbe ricevere un’estensione semantica, oltre che storico-politica, nella misura in cui dovrebbe includere anche gli atteggiamenti di ostilità e la politica terroristica condotta da Israele, con l’appoggio anglo-americano, ai danni di un altro popolo di stirpe “semitica”: i Palestinesi. I principali responsabili di questa nuova versione dell’antisemitismo sono il governo israeliano, il sionismo internazionale e i suoi tradizionali alleati anglo-americani.

In effetti credo (e temo) che il nuovo “antisemitismo” consista e risieda proprio nella politica di sterminio, di pulizia etnica e di persecuzione criminale condotta dal governo israeliano e dall’establishment sionista che fa capo alle ricche e potenti lobbies ebraiche sparse ovunque nel mondo, nonché al famigerato Mossad, gli efficienti servizi segreti israeliani, ai danni di un altro popolo anch’esso di origine “semitica” presente sul nostro pianeta: gli Arabi, e nella fattispecie particolare i Palestinesi Cisgiordani confinati all’interno di un immenso lager circondato da un gigantesco  muro di cinta.

Lucio Garofalo

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Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.

Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.

La rivoluzione antropologica della mafia

Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.

Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.

Mafia S.p.A.

La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.

“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.

In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.

Non vedo, non sento, non parlo

In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell’Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.

Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.

Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.

Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.

La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.

Lucio Garofalo

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Il concetto di Shoah, che in lingua ebraica significa “distruzione”, o “calamità”, nell’accezione di una sciagura inattesa, è un’altra forma adottata per indicare l’Olocausto. Molti Rom usano il termine Porajmos, ”grande divoramento”, o Samudaripen, ”genocidio”, per definire lo sterminio nazista. Oggi la voce “olocausto” è impiegata anche per esprimere altri genocidi, avvenuti prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, e designare qualsiasi strage pianificata di vite umane, come quella causata da un conflitto atomico, da cui discende l’espressione “olocausto nucleare”. Talvolta la nozione di “olocausto” serve per descrivere il genocidio armeno e quello ellenico, che provocò lo sterminio di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923. Tuttavia, in questa occasione mi interessa resuscitare la memoria di altre esperienze storiche in cui furono consumati orrendi eccidi di massa troppo spesso dimenticati dai mass-media e dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e a quello dei “Pellerossa” del Sud Italia, cioè i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da un milione di Pellerossa riuniti in 400 tribù e circa 300 famiglie linguistiche. I coloni penetrarono nelle sterminate praterie e praticarono una spietata caccia ai bisonti, il cui numero calò drasticamente rischiando l’estinzione. I cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce e altro. Ma la strage degli Indiani fu espletata dall’esercito statunitense per espandersi all’interno e nel West del Nord America. I soldati cacciarono i nativi dalle loro terre compiendo orribili massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa furono letteralmente annientati. Oggi i nativi nordamericani non formano più una nazione, essendo stati espropriati della terra, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive ghettizzata in riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile accomuna i Pellerossa ai Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono uccisi, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma i Meridionali erano cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra e doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per asservirlo e invaderne il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d’Europa.

I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe inizio la rivolta dei Briganti e dei contadini. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a danno dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite dalle false promesse dell’“eroico” mercenario e massone, Giuseppe Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni, non intendo comparare il fenomeno del Brigantaggio post-unitario alla Resistenza partigiana del 1943-1945. Per varie ragioni, anzitutto perché nel primo caso si trattò di una vile aggressione militare, di una guerra di rapina e di conquista che ebbe una durata molto più lunga della guerra civile tra fascisti e antifascisti: l’intero decennio dal 1860 al 1870. I briganti meridionali furono costretti ad ingaggiare una strenua resistenza che provocò eccidi spaventosi, in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato contro le popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente, dando luogo al fenomeno dell’emigrazione di massa dei contadini meridionali. Un esodo biblico, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi ovunque nel mondo, facendo la fortuna di molte nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Australia, ecc.

Se si intende equiparare ad altre esperienze storiche la vicenda del brigantaggio e la feroce repressione sofferta dal popolo meridionale, credo che l’accostamento più giusto sia quello con i Pellerossa e le guerre indiane combattute nello stesso periodo, verso la fine del XIX secolo. Guerre sanguinose che causarono stragi e delitti raccapriccianti contro i nativi nordamericani. Un genocidio dimenticato, come quello a scapito del popolo del Sud Italia. Nel contempo condivido solo in parte il giudizio circa il carattere anacronistico e antiprogressista, delle ragioni storiche, politiche e sociali, all’origine della resistenza combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre retrivo e conservatore. E’ in parte vero che dietro le azioni di guerriglia compiute dai briganti si riparavano gli interessi di un blocco reazionario, filo-borbonico e sanfedista. Tuttavia, inviterei ad approfondire le motivazioni e le spinte che animarono l’aspra lotta dei briganti e dei contadini ribelli contro gli invasori sabaudi.

Non intendo annoiare i lettori con le cifre sui primati del Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione ecc., né mi sembra opportuno esternare sciocchi sentimenti di nostalgia verso una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, verso un passato di barbarie e oscurantismo, oppressione e asservimento delle plebi rurali del Sud. Ma un dato è certo: la dinastia sabauda era più rozza e ignorante, meno moderna di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno dei Savoia, tant’è vero che costituiva un boccone appetibile per le maggiori potenze europee del tempo, Francia e Inghilterra in testa. Questo è un tema complesso e controverso, che esige un approfondimento adeguato.

Concludo con una breve chiosa sulle presunte tendenze progressiste incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dell’odierno Stato europeo. Non mi pare che tali processi abbiano assicurato un autentico progresso sociale, ideale e civile, ma hanno favorito uno sviluppo economico ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti. Intendo dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale e ora a livello europeo, non coincide con l’integrazione dei popoli e delle culture, sia locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente progressiste e rivoluzionarie, devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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