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Archive for ottobre 2010

Da tempo esiste oggettivamente un’allarmante vertenza in Irpinia, che si estrinseca in una serie di gravi emergenze di natura ambientale, sociale, economica e politica. Si pensi anzitutto alla cosiddetta “emergenza demografica”, cioè al calo inarrestabile della popolazione irpina, provocato non solo dalla drastica diminuzione delle nascite, ma anche dal nuovo fenomeno dell’emigrazione giovanile, di tipo intellettuale. Tali fattori concorrono allo spopolamento crescente dei paesi irpini, tranne pochi casi virtuosi ma isolati, che appaiono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori immigrati extracomunitari o provenienti da altre province, soprattutto dall’hinterland napoletano.

Si pensi al problema della disoccupazione (il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia ha superato il 50 per cento), della precarietà economica sempre più estesa, di cui nessuno si preoccupa e che nessuno a livello istituzionale è intenzionato ad affrontare.

Ma su tutte le questioni spicca la cosiddetta “emergenza sanitaria”, che si traduce nell’infausta decisione di sopprimere i presidi ospedalieri di Sant’angelo dei Lombardi e di Bisaccia, che servono un bacino di utenza pari ad almeno cinquantamila abitanti.

Queste e altre emergenze irrisolte, come quella scolastica o quella esistenziale (si pensi all’aumento delle tossicodipendenze e dei suicidi giovanili), al di là delle molteplici responsabilità locali, si possono ridurre ad un comune denominatore, identificabile nell’assenza, o nella riduzione, degli spazi di agibilità democratica avvertita nel nostro Paese. Si tratta di un fenomeno preoccupante che va ascritto a livelli sovrapposti di responsabilità, derivanti dalle iniziative demagogiche assunte dal governo in carica. 

Si pensi alla pesante emergenza ambientale, che riesplode in Campania a causa del mancato smaltimento dei rifiuti napoletani: si pensi dunque al problema delle discariche di Savignano Irpino, dell’altopiano del Formicoso ed altri siti della nostra provincia.

A questo punto è il caso di soffermarsi a riflettere con lucidità intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti riesplosa drammaticamente a Napoli, per smaltire anzitutto le (eco)balle, cioè le menzogne che ci stanno di nuovo propinando senza risparmio. Balle gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa borghese, sia dalle forze politiche formate da varie aggregazioni, che si tratti di coalizioni targate centro-destra, o si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare.

La madre di ogni quesito è la seguente: cui prodest? A chi giova la logica emergenziale che ogni tanto riaffiora e si tenta di imporre con ogni mezzo, ricorrendo sia alla disinformazione di massa, alla manipolazione quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista, sia al ricatto e alla violenza repressiva istituzionalizzata?

Perché si insegue ad ogni costo lo scontro fisico con le popolazioni locali e non il dialogo pacifico? A chi conviene provocare uno stato di conflittualità permanente? A chi fa comodo creare una situazione così assurda e caotica, al limite della dittatura, peggiore di ogni fascismo conclamato e di ogni aperto totalitarismo perché più ipocrita e subdolo, esercitato in concreto, ma formalmente riparato sotto le vesti di una falsa “democrazia”?

Ormai è evidente che la cosiddetta “emergenza rifiuti” è solo un facile pretesto per instaurare nel paese una drastica svolta in senso autoritario. E’ in atto uno stato di polizia permanente che fa capo ad un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova “strategia della tensione”, che mescola istanze e pulsioni xenofobe, urgenze di stampo sicuritario, con vertenze esplosive quali la drammatica questione dei rifiuti.  

Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia è anzitutto quella democratica. Ormai è un dato di un’evidenza assolutamente innegabile: non si può fare a meno di constatare l’assenza di un’autentica forza di opposizione politica e sociale, in grado di costruire un’alternativa seria e credibile al sistema di potere imposto dal berlusconismo.

In un contesto di crescente regressione autoritaria e populista sul piano nazionale si va delineando  una tendenza storica involutiva causata dalla recessione economica internazionale, a sua volta riconducibile alla crisi strutturale e senza precedenti che coinvolge il sistema capitalistico su scala planetaria, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree più arretrate e depresse del Meridione, in modo particolare sul mondo del lavoro produttivo, a scapito quindi della classe operaia, cioè di quel proletariato composto in modo crescente da lavoratori immigrati, un proletariato sempre più precario e malpagato, escluso dalla sfera del potere politico ed economico.

Se non si comincia a combattere in modo serio ed efficace le emergenze che affliggono le nostre comunità e soprattutto le classi lavoratrici, difficilmente si potrà estirpare alla radice il malessere sempre più diffuso che angoscia le giovani generazioni irpine. Sembra che l’ottimismo sia ormai un lusso riservato a pochi privilegiati, nella misura in cui le nuove generazioni, prigioniere dell’inquietudine e dello sconforto, non possono nutrire neanche la speranza verso un avvenire più sereno e soddisfacente, data la totale assenza di prospettive legate ad un lavoro decente e ad una vita degna d’essere vissuta. 

A causa della cittadinanza negata alle masse subalterne, i nostri giovani sono in gran parte costretti a mendicare favori che sono elargiti attraverso sistemi ereditati dal passato, sia per ottenere un lavoro a tempo determinato, precario e malpagato, privo di ogni diritto e tutela, sia per ricevere un normalissimo certificato, per cui i nostri diritti sono svenduti e sviliti in termini di volgari concessioni in cambio del voto politico a vita.

Questa mentalità clientelistica e fatalistica è un malcostume intrinseco alla “normalità” quotidiana, una situazione ritenuta “naturale” in base ad una legge di natura che in realtà non esiste. In effetti le leggi naturali non sono applicabili alla dialettica storica, che è segnata da tendenze e controtendenze sociali sempre mutevoli, che si intrecciano in un rapporto di reciproca interazione, per cui nulla è immutabile nella realtà storica e politica degli uomini, come si evince dalle esperienze rivoluzionarie del passato che hanno abolito i privilegi feudali e lo sfruttamento della servitù della gleba. Condizioni che per secoli gli uomini hanno accettato e riconosciuto come “giuste” e “ineluttabili”.

Purtroppo, anche in Irpinia la classe operaia conosce percentuali sconcertanti di omicidi bianchi, che denunciano un vero e proprio stillicidio di cui nessuno osa parlare. In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, in quanto asserviti ai notabili locali, dato che le assunzioni in fabbrica sono ancora decise secondo metodi clientelari. I segnali di una ripresa dell’iniziativa proletaria sono assai deboli, parziali e slegati tra loro; non vi sono attualmente organizzazioni politiche in grado di favorire un’accelerazione dei processi di presa di coscienza e di auto-organizzazione. Il proletariato (non solo quello irpino) non ha ancora acquisito fiducia in se stesso e non ha ancora rinunciato alle vane illusioni propinate dai mass-media e dai partiti borghesi.

Lucio Garofalo

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Come volevasi dimostrare. Alla prima verifica parlamentare i finiani sono rientrati puntualmente nei ranghi, come era prevedibile. Dopo aver abbaiato nel periodo estivo, muovendo accuse (senza dubbio giuste) contro Berlusconi, criticando apertamente il suo modo di intendere la politica e i rapporti di governo, gestiti alla stregua di un’azienda, è bastata la minaccia di elezioni anticipate, pronunciata dalla voce del padrone, per metter loro la museruola. L’asprezza degli attacchi sferrati dai finiani (cito su tutti il più agguerrito, Fabio Granata) faceva immaginare chissà cosa, invece la polemica si è spenta alla prima prova dei fatti, dimostrando che si trattava di chiacchiere fumose.

Pareva che l’antipatia verso Berlusconi e il suo strapotere politico-economico fosse diventato un sentimento diffuso anche in settori della destra, ma ogni veleno si è dissolto in una semplice verifica parlamentare. Pur volendo ammettere la serietà delle posizioni dei finiani, è evidente che la netta presa di distanza sulle questioni etiche e legalitarie non ha impedito agli esponenti di Futuro e Libertà di rinnovare la fiducia a Berlusconi, perseverando in un errore riconosciuto apertamente dagli stessi. La coerenza dei finiani è venuta meno nel momento decisivo della fiducia concessa al governo.

Pertanto, risultano astruse e bizantine le giustificazioni di chi ha prima criticato duramente il premier e gli aspetti più discutibili della politica del governo, inducendo a credere che fosse nata una vera e credibile forza di opposizione interna al centro-destra, mentre ha semplicemente illuso l’opinione pubblica con un fuoco di paglia, in quanto alla prima importante verifica parlamentare le lacerazioni sono state ricucite.

D’altronde cosa ci si poteva attendere da un politico machiavellico ed opportunista come Fini, ex delfino di Giorgio Almirante (fondatore e leader del Movimento Sociale Italiano, erede del fascismo repubblichino), poi di Berlusconi, che negli anni ’90 sdoganò e traghettò i fascisti al governo, oggi Fini è diventato una sorta di animale anfibio.

Malgrado le atrocità e i misfatti del regime mussoliniano, gli odi generati dalla guerra civile, i contrasti e i veleni del dopoguerra, la repressione contro i movimenti sociali degli anni ’60 e ’70, quando lo squadrismo neofascista fu determinante, malgrado le porcate legislative varate dai post-fascisti al governo (cito solo le leggi che recano il nome del Presidente della Camera: la “Bossi-Fini” sull’immigrazione e la “Fini-Giovanardi” sul tema delle tossicodipendenze), i sentimenti antiberlusconiani ridestati in gran parte del cosiddetto “popolo di sinistra” oltrepassano i sentimenti antifascisti.

Negli ultimi mesi il quadro politico nazionale ha accusato un’escalation di dossier, polemiche, ricatti, scandali, fino alla reiterata minaccia di elezioni anticipate, lo scontro aperto tra finiani e berluscones, sguazzando tra la compravendita di deputati e l’incalzante squadrismo mediatico della stampa filo-berlusconiana, che hanno suscitato reazioni di sdegno. E’ evidente a tutti chi ha voluto scatenare una feroce campagna infamante contro il presidente della Camera, diventato un facile bersaglio per le sue esplicite divergenze con le posizioni del premier. Questo è un dato di fatto oggettivo.

Un tempo erano frequenti i contrasti tra i rivali interni alla Democrazia Cristiana, si pensi ai dissidi fra Andreotti e Fanfani, che si contendevano la leadership del partito e del governo azzuffandosi a colpi di ricatti e dossier predisposti da giornalisti prezzolati o dai servizi segreti deviati, ma la dialettica, pur aspra e spregiudicata, si sviluppava in modo sobrio e velato, ricorrendo ad un codice cifrato ed allusivo, mai troppo esplicito.

Il clima già acceso della bagarre politica si è ulteriormente acuito per alcuni episodi. In uno scenario di tensioni e contestazioni a leader sindacali e politici (si pensi a Bonanni e Schifani), in una commedia di finta dialettica parlamentare, segnata da aspetti surreali e grotteschi, “casualmente” si è offerto l’attentato (fallito) contro Belpietro, una vicenda che per certi versi rasenta la farsa. E’ noto che la storia si ripete sempre, la prima volta in tragedia, la seconda in farsa. E’ la storia della “strategia della tensione”, la cui logica cinica e criminale si rivela nello slogan “destabilizzare per stabilizzare”.

E’ ormai accertato che la “strategia della tensione” costituisce un rimedio portentoso per un governo in crisi. Per riacquistare i consensi basta un semplice attentato fallito, la minaccia di una bomba, o l’ipotesi di un’escalation terroristica, l’importante è allestire una campagna mediatica che esageri ed insista nei toni allarmistici. Come accadde a favore della Dc, che intorno alla metà degli anni ’70 era travolta dagli scandali ed era precipitata in una crisi irreversibile che avrebbe condotto al crollo, eppure il sequestro Moro riuscì a salvare il sistema di potere politico-affaristico imperniato sulla Dc.

Oggi la parabola del berlusconismo sembra essere sprofondata in una fase discendente con un’improvvisa accelerazione temporale, per cui solo una sorta di accanimento terapeutico potrebbe prolungare la sopravvivenza del governo nei prossimi mesi. Tuttavia, il potere di Berlusconi rischia di durare almeno fino a quando l’evanescente opposizione parlamentare insisterà sulle battute volgari e sulle bestemmie, sugli scandali e sulle abitudini sessuali del premier, invece di coniugare i sentimenti antiberlusconiani con l’antifascismo e l’anticapitalismo, per avanzare una critica radicale ed alternativa rispetto ad un modello di società, di Stato  e di democrazia di matrice autoritaria e populista, insomma ad un regime neoimperialista e neofascista.

Lucio Garofalo

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