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Archive for gennaio 2008

INDIANI D’AMERICA E BRIGANTI MERIDIONALI

Premessa

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni e delle valutazioni storiche, a maggior ragione nell’ambito dell’insegnamento della storia, sarebbe opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, enfatici e dogmatici, per adottare un approccio possibilmente critico e problematico verso le questioni, i personaggi e i processi storici sottoposti allo studio e all’attenzione degli alunni.Faccio tale puntualizzazione per far comprendere chiaramente il mio punto di vista rispetto alla materia. In classe non bisogna mai cercare di plagiare o manipolare le fragili menti (sempre aperte e ricettive) dei ragazzi, ma occorre assumere una posizione il più possibile lucida, serena e distaccata, per abituare le nuove generazioni ad esercitare l’arte benefica del dubbio e della critica. Una dote che in genere manca alle menti già formate, quindi chiuse e poco ricettive, degli adulti. Questo è il compito precipuo delle istituzioni educative che concorrono alla formazione del libero cittadino, per mettere l’individuo in condizione di esprimere autonomamente i propri giudizi e compiere le proprie scelte. La scuola assume un ruolo che è ancora centrale e privilegiato in questa opera educativa, malgrado le enormi pressioni e la spietata concorrenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa, a cominciare dalla televisione e da Internet. Le cui potenzialità espressive, comunicative ed informative devono essere abilmente e sapientemente sfruttate dagli insegnanti.

Il Giorno della Memoria

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che in tal modo ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come data per la commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e dell’Olocausto. La scelta del giorno intende rievocare il 27 gennaio 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa giunsero ad Auschwitz, scoprendo il famigerato campo di concentramento, rivelando al mondo intero l’orrore del genocidio nazista. Il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo Ebreo, è celebrato il 27 gennaio anche da altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005. Il termine olocausto (dal greco holos “completo” e kaustos “rogo” come nelle offerte sacrificali) venne introdotto alla fine del XX secolo per indicare il tentativo compiuto dalla Germania nazista di sterminare tutti quei gruppi di persone ritenuti “indesiderabili”: Ebrei ed altre etnie come Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, disabili e malati di mente, Testimoni di Geova, russi, polacchi ed altre popolazioni slave. Il termine Shoah, che in lingua ebraica significa “distruzione” (o “desolazione”, o “calamità”, con il senso di una sciagura improvvisa e inaspettata), è un altro vocabolo usato per definire l’Olocausto. Molti Rom adoperano la parola Porajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») per designare lo sterminio nazista. Aggiungendo agli Ebrei questi gruppi di persone il numero di vittime causate dal regime nazista è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni di prigionieri di guerra. Oggi il termine “olocausto” viene impiegato anche per indicare altri casi di genocidio, avvenuti prima e dopo la seconda guerra mondiale, o più in generale, per designare qualsiasi strage volontaria e pianificata di vite umane, come quella che potrebbe risultare da un conflitto atomico, da cui deriva l’espressione “olocausto nucleare”. Il termine olocausto viene talvolta adoperato per descrivere altri esempi di genocidio, specialmente quello armeno e quello ellenico che portò all’uccisione di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923.

Pellerossa e Meridionali

Con questo articolo vorrei rievocare la memoria di altre terribili esperienze storiche in cui sono stati consumati veri e propri eccidi di massa, troppo spesso dimenticati o ignorati dalla storiografia e dai mass-media ufficiali. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e ai massacri perpetrati a danno dei “Pellerossa” del Sud Italia, vale a dire i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo nel 1492, quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù e in circa 300 famiglie linguistiche. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, praticarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente e drasticamente rischiando l’estinzione totale. I cacciatori bianchi contribuirono così allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce ed altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu operata soprattutto dall’esercito statunitense che pur di espandersi all’interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi i Pellerossa non formano più una nazione, sono stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, anche se in momenti e con dinamiche diverse, accomuna i Pellerossa d’America e i Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, vennero trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini e anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi ad asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d’Europa. Nessuno venne in nostro soccorso. Soltanto alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all’ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che invece era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe così inizio la rivolta dei Briganti Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a scapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false e ingannevoli promesse concesse dal pirata massone e mercenario Giuseppe Garibaldi. Contrariamente ad altre interpretazioni storico-meridionaliste, non intendo equiparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale alla Resistenza partigiana del 1943-45. Per vari motivi, anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una guerra di conquista violenta e sanguinosa (come è stata del resto anche la guerra tra fascisti e antifascisti), ma che ha avuto una durata molto più lunga (un intero decennio) dal 1860 al 1870. Una guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi, massacri di massa in cui sono stati trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra che si è conclusa tragicamente dando inizio al fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali. Un esodo di proporzioni bibliche, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi e presenti nel mondo ad ogni latitudine, in ogni angolo del pianeta, hanno messo radici ovunque, facendo la fortuna di numerose nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Australia, eccetera. Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e della brutale repressione subita dal popolo meridionale, con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto da suggerire sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute proprio nello stesso periodo storico, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre feroci e sanguinose che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi nordamericani. Un genocidio troppo spesso ignorato e dimenticato, come quello a danno delle popolazioni dell’Italia meridionale.

Nel contempo condivido in parte il giudizio (forse troppo perentorio) rispetto al carattere anacronistico, retrivo e antiprogressista, delle ragioni politiche, storiche, sociali, che stanno alla base della strenua lotta combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è (quasi) sempre reazionario. Tuttavia, inviterei ad approfondire meglio le motivazioni e le spinte ideali che hanno animato la resistenza e la lotta di numerosi briganti contro i Piemontesi invasori. Non voglio annoiare i lettori con le cifre relative ai numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due Sicilie in vasti ambiti dell’economia, della sanità, dell’istruzione eccetera, né intendo in tal modo esternare sciocchi sentimenti di inutile nostalgia rispetto ad una società arcaica, di stampo dispotico e aristocratico-feudale, ossia ad un passato che fu prevalentemente di barbarie e oscurantismo, di ingiustizia ed oppressione, di sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Meridione. Ma un dato è certo e inoppugnabile: la monarchia sabauda era molto più retriva, molto più rozza, ignorante e dispotica, meno illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era indubbiamente molto più ricco, avanzato e sviluppato del Regno dei Savoia, tant’è vero che esso rappresentava un boccone assai invitante ed appetibile per tutte le maggiori potenze europee, Inghilterra e Francia in testa. Tuttavia, questo è un argomento vasto e complesso che richiederebbe un approfondimento adeguato.

Infine, concludo con una breve chiosa a proposito della tesi circa le presunte spinte progressiste incarnate dai processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi abbiano garantito un reale, autentico progresso sociale, morale e civile, ma hanno favorito e generato quasi esclusivamente uno sviluppo prettamente economico. Voglio dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o addirittura globale, non coincide affatto con l’unificazione e con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali. Ovviamente, le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare a raggiungere il secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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All’incirca un anno fa scrissi il seguente articolo che vi propongo. Rileggendolo, io stesso mi sono impressionato per la mirabile ed inquietante “virtù” profetica (degna della mitica Cassandra o del geniale Pasolini) che ho dimostrato di possedere.
Spero che non venga scambiata per altro, ovvero per iettatura.
Ecco l’articolo.
Ricordate il DODECALOGO?
 
In un triste giorno di Quaresima dell’anno Duemilasette, sul monte Citorio, dio (alias la Curia vaticana) dettò a Mosè (alias Prodi bis-chero) i 12 comandamenti da impartire agli it-alieni. Vediamo quali erano nel dettaglio i 12 precetti neodemocristiani.
 
Io sono il tuo governo sovrano:
 
1) Non avrai altro governo al di fuori del bis-chero (tranne un esecutivo di coalizione neocentrista-piduista, vale a dire all’insegna della “Grande abbuffata moderata” o “Grande ammucchiata” di stampo massonico-mafioso).
 
2) Non nominare invano i DI.CO o i Pacs (ma neanche i fax, né i Thugs, i Flinstones, gli Adams e tanto meno i Simpson).
 
3) Ricordati di santificare le Ceneri (e di bruciare gli eretici e le streghe).
 
4) Onora Andreotti, Cossiga e Pininfarina (i veri padri della Patria democristiana).
 
5) Non uccidere i ricchi, ma soltanto i poveracci (vedi le stragi  e gli stillicidi sul lavoro).
 
6) Non fornicare con Mastella e Formigoni (ma nemmeno con Bindi, Moratti e Binetti).
 
7) Non derubare i padroni, ma soltanto gli operai (come la Democrazia Cristiana e i suoi degni eredi insegnano).
 
8) Non dire falsa testimonianza, ma nemmeno la verità (Andreotti docet).
 
9) Non desiderare la nostra poltrona.
 
 10) Non desiderare il nostro stipendio.
 
 11) Non desiderare la nostra pensione.
 
 12) Non desiderare soprattutto la nostra caduta anticipata (altrimenti perdiamo il diritto alla pensione).
 
Amen (una montagna di risate li seppellirà!)
 
I NUOVI DEMO(ni)CRISTIANI
 
I nostri ineffabili governanti, non solo ci mancano continuamente di rispetto offendendo la nostra intelligenza, ma violano il mandato elettorale che gli abbiamo conferito (ma quando ci toglieremo il brutto vizio di andare a votare?) contravvenendo ad un  patto siglato con chi li ha deputati in Parlamento. Ormai è fin troppo chiaro che questi nuovi democristiani ci hanno elegantemente raggirato, sfruttando il nostro voto solo per scalare il potere, facendoci credere di salvare l’Italia e la povera democrazia italica dall’insidia costituita dal “cavaliere nero”, che non è Zorro, il giustiziere dei poveri, bensì un bandito mascherato che vive ad Arcore e fa il giustiziere dei ricchi, ma soprattutto difende e persegue i propri interessi di arci-multimiliardario. Non certo in funzione antiberlusconiana, ma in chiave antioperaia ed anticomunista va interpretata la caduta e la (finta) crisi del governo Prodi, avvenuta il giorno delle Ceneri, data di inizio della Quaresima, nell’anno del Signore Duemilasette.
Per avere totalmente mano libera si sono inventati una grottesca crisi governativa, servita in realtà a camuffare e propiziare un golpe istituzionale (una sorta di blando e piccolo Termidoro italico), un “dolce regalo” che ha consentito di rapinare (ancora una volta) i lavoratori italiani: il Dodecalogo neodemocristiano che ha causato altri lutti e altre sciagure, altri scippi ed espropri di massa legalizzati, altre “missioni di pace”, altre nefandezze ed infamie, altre imboscate e altri inganni a scapito della classe operaia it-aliena, in barba alla tanto amata e bistrattata Carta costituzionale. Diamo definitivamente addio agli articoli 1, 2, 3, 4, 7, 11, … della nostra Costituzione. Basta leggerli con un minimo di attenzione per capire quanto sia inapplicata e disattesa (da sempre, cioè da quando fu promulgata) la Costituzione repubblicana del 1948.
Infatti, nei 12 punti della “svolta neodemocristiana” non si faceva più menzione dei DI.CO., quei ridicoli ed innocui (eppure assai invisi alle gerarchie vaticane) surrogati dei PACS, non si ravvisava più alcuna attenzione e sensibilità verso le gravi emergenze sociali che affliggono il Paese, in primis la precarietà del lavoro, ma venivano formulate poche enunciazioni assai vaghe e generiche, facilmente rinnegabili, nel senso che non significavano nulla di concreto, ma soprattutto nulla di sinistra!
Infine, gli ultimi due punti (11 e 12) del suddetto Dodecalogo, erano invece più netti e precisi, perciò più pericolosi, in quanto sancivano l’istituzione, in forma surrettizia ed anticostituzionale, di quel super-premierato che il bandito Berlusconi ha cercato invano di costruire in Italia. Ci voleva un governo sedicente di centro-“sinistro” per riuscire nell’impresa, che aveva il sapore di un vero “golpe istituzionale”, seppure attuato in maniera soffice e, apparentemente, indolore. Purtroppo per noi, per la fragile e incompiuta democrazia italiota. Nemmeno il bandito di Arcore era riuscito a fare tanto, cioè a realizzare una simile porcata anticostituzionale.
In seguito venne il V-DAY AFTER e tutti i potenti vissero felici e contenti.
Infine, giunse Madre Mastella da Ceppaloni a rovesciare il governo e sancire un’ulteriore svolta a destra…
 
Lucio Garofalo

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Vi segnalo il link relativo al neonato blog scolastico sul Brigantaggio meridionale.
Il titolo del blog è “Alunni Briganti”.
Segue una breve nota di presentazione del progetto e del blog.
LABORATORIO DELLA MEMORIA:
IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE E LA FESTA DELLA COSTITUZIONE
Tra le varie iniziative messe in campo dall’Istituto Comprensivo Statale “V. Criscuoli” di Sant’Angelo dei Lombardi, per il corrente anno scolastico, emerge un progetto relativo al “Laboratorio della Memoria”. 
Il progetto si articola in due attività didattico-formative che in qualche misura si vanno ad intersecare tra loro.
Il primo momento prevede un percorso di approfondimento storico dedicato al “Brigantaggio”, inteso come una straordinaria esperienza di lotta armata condotta dalle popolazioni dell’Italia meridionale (l’ex Regno borbonico delle Due Sicilie) per resistere all’occupazione militare imposta dalla monarchia sabauda. Tale vicenda storica ci tocca direttamente da vicino, fa parte della memoria collettiva della nostra gente, è presente e viva nei nostri luoghi, è insita nella nomenclatura di alcuni vicoli, strade, piazze, persino di alcune sedi municipali. Insomma, si tratta di un’esperienza storica che ha coinvolto e segnato profondamente le popolazioni locali. Si pensi soltanto alle formazioni e alle azioni di noti “briganti” che hanno avuto come scenario proprio il nostro territorio, quello dei monti irpini.
Trattandosi di un Laboratorio di ricerca sul Brigantaggio meridionale, è evidente che i destinatari dell’iniziativa sono alunni ed insegnanti delle classi terze della scuola secondaria di 1° grado, dato che l’argomento rientra formalmente nel programma curricolare di storia riservato a tali classi.
Inoltre, quest’anno ricorre il 60° anniversario della nostra Costituzione (in vigore esattamente dal 1° gennaio 1948), per cui si è ritenuto giusto cogliere l’occasione per allestire una manifestazione sull’argomento. Il progetto prevede una “Festa della Costituzione” da organizzare in concomitanza con la Festa della Liberazione, quindi intorno al 25 aprile. Senza dubbio, i 60 anni della Costituzione forniranno spunti preziosi per promuovere percorsi educativi di tipo trasversale e interdisciplinare, incentrati sull’Educazione alla convivenza democratica, nelle varie classi dell’Istituto.
Lo svolgimento del progetto richiede un arco di tempo compreso tra febbraio e aprile dell’anno in corso.
Infine, per esporre i contenuti prodotti dagli alunni, tra le varie modalità escogitate, oltre alle classiche mostre e alle consuete manifestazioni scolastiche finali, si è pensato di creare un blog interattivo, curato da alunni ed insegnanti, da riempire con i risultati delle ricerche e delle attività condotte durante il laboratorio.
Il titolo del blog è “Alunni Briganti”.

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Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di trapasso caotico  verso un mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o peggiore di quello esistente. Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti e isolati del pianeta, provengono segnali che inducono a pensare che stiamo vivendo una fase storica di transizione verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti categorie politiche, filosofiche, etiche e spirituali, potrebbero essere rovesciate, quantomeno di senso. Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di carattere (ottusamente) protestatario rischia di invertirsi nel suo valore opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si rovescia nel suo termine contrario, l’obbedienza. Il (falso) progresso nasconde in realtà un pericoloso regresso. La verità copre la menzogna. E via discorrendo.
A me pare che in questo discorso risuoni l’eco di “vecchie”, ma sempre attuali, riflessioni pasoliniane come quelle contenute negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”, pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita (nel 1975) Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia del suo tempo, “distrutta esattamente come l’Italia del 1945″, che per certi versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana. Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un inarrestabile degrado: “la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere; le distruzioni operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa “ansia di conformismo”; le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti.”  A conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società possono (purtroppo) regredire.
Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (e non mi riferisco solo alle attuali vicende, ossia alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una ben peggiore spazzatura, di natura morale e politica?
Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale (in Campania) e nazionale. Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come quello suggerito e proposto da Pasolini nelle “Lettere luterane”. Il grande Processo (la maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo” ), e rivolto contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne…”. Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo imperniato su tutto il mondo degli italiani del 1975 (e del 2008!).
Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale e disumanizzante, insomma distruttiva.
Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano — ossia simbolico, allegorico, letterario e immaginario — ad un Palazzo kafkiano (il Castello: un simbolo allegorico, letterario e immaginario). L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta-scandalo e in uno stile da poeta (iterazioni, anafore, iperboli), che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”
Mi domando cosa scriverebbe oggi lo “scandaloso” Pasolini contro gli scandali del nostro tempo, contro lo scandalo di un territorio sommerso ed infestato dagli scarti e dai veleni d’ogni genere, ma ancor più contro lo scandalo di un’immondizia ben più fetida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta e criminale d’Europa.
Riflettendo sulle possibili tecniche da adottare per risolvere l’angosciante problema che turba un pò tutti (chi per un motivo chi per un altro, chi perché inquisito e sotto inchiesta, chi perché sepolto da cumuli di pattume, e via discorrendo), ho pensato di proporre anche su questo blog un saggio filosofico che ho scritto alcuni anni fa sul modo di gestire e consumare il nostro tempo esistenziale, ossia sul modo di organizzare la nostra società. Ebbene, se la raccolta differenziata è il metodo più intelligente, facile, ecologico ed economico per smaltire i rifiuti, la vera rivoluzione da compiere in futuro investe il modo stesso di produrre beni di consumo, ridimensionando il tenore di vita materiale vigente nelle società occidentali, eccessivamente consumistiche e distruttive. Ovvero attuando una drastica riduzione dell’opulenza e della produzione di immondizia, che in tal modo è più facile da recuperare e valorizzare in termini di materiale riciclabile.

LA RIDUZIONE DEL “TEMPO” AD OGGETTO DI BANALITA’

Un breve saggio filosofico sul modo di consumare e gestire il nostro tempo esistenziale

PREMESSA

“La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del sole”: questa è la definizione generica del concetto di “tempo” fornita da un comune dizionario della lingua italiana. Eppure, proprio attorno a tale categoria ed a ai suoi molteplici significati (di ordine storico, filosofico, o di natura astronomica) si è come addensata una coltre di fumo accecante, densa di luoghi comuni e rozze ovvietà, che sono persuasioni assai diffuse nella vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi sul “tempo” paiono proliferare senza soluzione di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei fenomenali campioni della lingua e del sapere umano, se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari per riempire il vuoto raccapricciante di certe conversazioni, in altre parole per coprire  i “tempi morti” della nostra esistenza. Sovente infatti, ci capita di ascoltare asserzioni totalmente insensate, che farebbero inorridire le nostre menti qualora fossimo soltanto un po’ più attenti e riflessivi, meno pigri o distratti. “Ammazzare il tempo”, tanto per citare uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire quantomeno sciocco perché non significa nulla se non che si uccide la propria esistenza. La persona che “ammazza il tempo”, cioè che impiega malamente il proprio tempo vitale, non sapendo cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni di tipo mentale (come leggere e scrivere) o di carattere fisico (come gli sport), tali da motivare il vivere quotidiano, non coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità del proprio tempo esistenziale, finisce per annichilire sé stessa, divenendo un essere ansioso, depresso, accidioso, ma non ozioso.

Prestiamo attenzione alle parole: chi parla bene pensa bene, ma soprattutto vive bene…

Invero, l’otium dei latini, per il cristianesimo più bigotto, influenzato da filosofie mistiche orientali e da una forma volgarizzata dello stoicismo, rappresenta il vizio supremo: infatti, l’accidia è compresa tra i “vizi capitali” osteggiati dalla tradizione giudaico-cristiana. Nondimeno, l’otium  era l’ideale  di vita proprio della cultura classica greco-romana, ispirata invece da una  concezione epicurea, nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali che privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere di vivere quali finalità somme da perseguire in quanto capaci di liberare l’intrinseca natura della persona umana. Dunque, l’otium era ed  è la condizione dell’individuo privilegiato, del ricco padrone di schiavi, padrone della propria e dell’altrui vita, della persona che non è costretta a lavorare per sopravvivere, che non deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche materiali necessarie al procacciamento del vitto e dell’alloggio, non ha bisogno di stancarsi fisicamente perché c’è chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze, il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire. L’ otium, in altre parole, è il modus vivendi del padrone aristocratico, del patrizio romano, del parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa nulla ed ha a sua disposizione tutto il tempo per poterlo occupare nella “bella vita”, ovvero in un’esistenza amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa per i miseri che nulla posseggono, neanche il proprio tempo, sprecato ed annullato per ingrassare e servire i propri simili!

Tutto ciò è vero, purtroppo…

È vero, infatti, che non tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir si voglia) di avere molto tempo libero disponibile, da poter spendere in diverse e divertenti attività. Rammento che la radice etimologica dei vocaboli “diverso” e “divertente”, è la medesima: entrambi derivano dal latino “di-vertere” che sta per “deviare”, ovvero “variare”. Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla Terra, ancora oggi è costretta suo malgrado a travagliare, a patire, insomma a lavorare per sopravvivere, chi cacciando e vivendo primitivamente, chi coltivando la terra, chi sprecando otto, nove ore a sgobbare in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio, chi occupandosi inutilmente di “affari”, ossia di faccende non gratificanti ma stressanti e frustranti, al solo scopo di lucrare e speculare. Pertanto, è d’uopo comprendere che il tempo (quello vitale) degli individui, dell’esistenza quotidiana di ciascuno di noi, rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non solo e non tanto sul piano economico-materiale, ovvero nel senso più venale e triviale del termine. Purtroppo, un altro luogo comune, assai vergognoso e detestabile, recita “il tempo è denaro” ed è abitualmente pronunciato dai cosiddetti “uomini d’affari”, i signori del denaro e della finanza, i paperon de’ paperoni, ovvero i parassiti e i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti e i carrieristi, gli approfittatori dell’altrui tempo, dell’altrui denaro e dell’altrui ingenuità, gli sfruttatori del lavoro sociale e dell’esistenza dei più miserabili e sventurati. Invece, il vero valore del tempo esistenziale emerge da un punto di vista più propriamente estetico-spirituale, che comprende la sfera del piacere, della bellezza, del godimento, della cultura, dell’arte, dell’amore, dell’immaginazione, della felicità, cioè la dimensione creativa, ludica e libidinosa della vita.

UNA CHIOSA CRITICA SUL “TEMPO ATMOSFERICO”

Il tempo, nella maggioranza delle esistenze individuali, viene sprecato e speso male, se non malissimo, ovvero viene “ammazzato”, svuotato di ogni senso  proprio, sicché è la propria vita ad essere abbruttita ed impoverita, e la persona umana si sente avvilita, inutile, quasi disperata, priva di stimoli, di interessi, di entusiasmo, di voglia di vivere. Il concetto stesso di “tempo”, nella fattispecie quello climatico, è frequentemente citato quale insulso e comodo oggetto di conversazione, nel desolante vuoto dell’incomunicabilità e dell’alienazione moderna, quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire, di quali argomenti chiacchierare, con un interlocutore qualsiasi o con un compagno d’occasione, o magari con una personalità oltremodo imbarazzante, la cui ingombrante presenza ci infonde soggezione, oppure quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è in grado di elaborare idee originali o di sostenere valide argomentazioni, ovvero perché non si è molto abili o educati all’arte della conversazione e della comunicazione.

Il “tempo atmosferico”, come tema di dialogo e di confronto interpersonale, risulta perciò una sorta di via di scampo o di “uscita di sicurezza” dall’imbarazzo, dalla stanchezza e dal vuoto dell’incomunicabilità, dalla povertà intellettuale, ma in realtà conduce all’abisso dell’ovvietà e della noia, allo squallore dell’ipocrisia, precipitando infine nel baratro dell’angoscia e dell’ignoranza più becera. Frasi trite e ritrite del tipo “che tempo fa oggi?” o “il tempo minaccia… ecc., talvolta sono spie inequivocabili che tradiscono la soggezione emotiva, la goffaggine e l’imbarazzo  personale, l’incapacità e l’ingombrante difficoltà di comunicare, il conformismo esistenziale e culturale, oppure indicano un atteggiamento di astuzia, di falsità, di “temporeggiamento” (paradossalmente, il “tempo”, inteso come categoria atmosferica, è in taluni casi adoperato quale espediente per “temporeggiare”, vale a dire “prendere tempo”, così da poter pensare ad altro, in attesa che qualcosa accada), ovvero esprimono il desiderio di indugiare oltre, l’ansia di “guadagnar tempo” (appunto), magari perché si tenta di approfittare di qualcosa o di qualcuno. Da questo punto di vista, i luoghi comuni e le convenzioni sul “tempo”, inteso nella più comune accezione meteorologica, si sprecano a dismisura, e quel concetto , sì tanto nobile e complesso, finisce per essere assurdamente involgarito e banalizzato come in nessun altro caso, al solo fine di camuffare un pauroso vuoto di idee, per dissimulare propositi malvagi, per mascherare, in modo maldestro, emozioni, intenzioni, stati d’animo o quanto possa apparire indice di vulnerabilità. Intorno al senso meteorologico-atmosferico del concetto di “tempo”, si “addensano” (tanto per usare una metafora in tema) “nuvole” di inanità linguistiche, vere e proprie “tempeste” di frasi convenzionali, “uragani” di luoghi comuni.

Dietro il facile espediente del “tempo” quale argomento di conversazione fin troppo scontato ed ordinario (esiste una sfilza di sinonimi altrettanto prevedibili, da sputare sulla carta, a riguardo), sovente si annidano secondi fini o cattive intenzioni, oppure motivi di timidezza, ingenuità, goffaggine, se non proprio un’ignoranza abissale, magari anche un’indolenza mentale, un’abitudine al conformismo ed alla miseria intellettuale, una carenza di idee proprie ed originali, uno stato di profonda immaturità culturale. Si potrebbe ironicamente (o cinicamente) osservare che, in questi casi, il “tempo” (vale a dire il “clima”, quale banalissimo oggetto di conversazione) può “annebbiare” la mente e “ottenebrare” lo spirito, nella misura in cui ci si abitua sciaguratamente alla più deteriore condizione esistenziale, ossia alla pigrizia intellettuale, che è l’esatto contrario dell’otium di cui si è già spiegato il senso più vero e più nobile, che non è “sfaccendare” o “non fare nulla”, ossia non equivale a “sprecare il tempo”, all’ “oziare” nel senso borghese  di non esercitare negotium”, che è l’attività per accumulare denaro, intraprendere imprese  lucrose, siglare “affari d’oro”, e via discorrendo in questa teoria di lessico aziendalista e capitalista. L’otium non è propriamente lo stato  del “fannullone”, quantunque si sia già spiegato che esso rappresenta una condizione privilegiata, appartenente ad un’élite aristocratico-classista che non deve fronteggiare le difficoltà quotidiane della sopravvivenza materiale. In un certo senso, l’otium (in quanto negazione del negotium) è una virtù, un talento, che presuppone molteplici e diverse qualità creative, anzitutto l’abilità e la capacità di impiegare il proprio tempo libero realmente disponibile, per migliorare e valorizzare progressivamente e costantemente la qualità della propria esistenza, grazie ad una serie di impegni gratificanti quali la lettura di bei libri, la visione di bei film, l’ascolto di buona musica, l’amore (in tutte  le sue dimensioni, compreso quello carnale), le buone amicizie, la buona gastronomia, le belle arti, il godimento delle bellezze naturali e di ogni altra gioia o piacere che la vita è in grado di offrirci, soltanto se lo volessimo, solamente se sapessimo organizzare il nostro tempo, e se davvero ne avessimo la possibilità.

IL TEMPO NON ESISTE OPPURE TUTTO ESISTE GRAZIE AL TEMPO?

Il “tempo” è stato e può essere concepito in quanto “durata”, “successione”, in maniera “lineare” o “circolare”, come “finito” o “infinito”, “assoluto” oppure “relativo”, “oggettivo” e “soggettivo”, “unico” o “molteplice”, e via discorrendo, ma una cosa è certa: senza il “tempo” non esisterebbe nulla. Difatti, se non ci fosse ciò che definiamo “tempo” o, per meglio dire, se noi  non tenessimo più conto del flusso del tempo, dell’esperienza vissuta, dei giorni e delle notti, dei cicli stagionali, degli anni, della nascita e del tramonto solari, dell’età che avanza inesorabilmente, della vita e della morte, insomma se noi vivessimo a prescindere dal “tempo”, se noi fossimo ad esempio immortali, molto probabilmente non sapremmo che fare, ci annoieremmo “a morte”, non potremmo e non sapremmo affatto apprezzare i veri ed essenziali valori della vita e del mondo, dunque saremmo persi, condannati ad un cieco destino senza fine.

Immaginiamo, per un momento, che la Terra fosse circondata da una sorta di immenso “guscio” astronomico che oscurasse il Sole, impedendo così la nostra percezione o coscienza, del “divenire” e dello scorrere del ”tempo”, che fine faremmo? Oppure, cosa accadrebbe se, per ipotesi, noi abolissimo tutti gli orologi, i pendoli, le clessidre, i calendari, ed ogni criterio o strumento di misurazione temporale (per quanto relativa, finita, storica e terrestre, possa essere, secondo la teoria einsteniana della “relatività” del “tempo oggettivo”, scientificamente e matematicamente misurabile)? Probabilmente, non ci sarebbe stato e non sarebbe affatto possibile alcun “progresso”, e noi non avremmo mai potuto realizzare tutto quanto l’umanità ha saputo compiere : l’invenzione della scrittura; la scoperta del fuoco e dell’agricoltura; la lavorazione dei metalli; la costruzione delle piramidi in Egitto, del Partenone, del Colosseo, dei grattacieli; l’invenzione dell’energia elettrica e dei calcolatori elettronici; la scoperta della matematica; la produzione di inestimabili capolavori artistici e letterari, nel campo della pittura, della scultura, della poesia, della musica, del romanzo, del teatro, del cinema (e perché no, anche del fumetto) e via discorrendo; l’invenzione della ruota, del motore a scoppio, dei sottomarini, degli aerei supersonici, delle astronavi spaziali, dei satelliti artificiali; l’invenzione del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione, del fax, della trasmissione via Internet; l’invenzione dell’aria condizionata, di tutti quegli elettrodomestici che hanno alleviato e reso più comodo l’impegno quotidiano delle massaie e delle casalinghe (svolto sempre più, per fortuna, anche dagli uomini); la scoperta dell’America, l’esplorazione degli oceani e degli spazi interstellari ; la scoperta della penicillina e degli antibiotici, l’invenzione dei vaccini immunizzanti e tutti i grandi, preziosi sviluppi avvenuti nel campo medico-sanitario, legati non solo alla medicina tradizionale, a quella farmacologica propria della scuola occidentale, ma anche ad altre forme di medicina, di matrice orientale, in particolare a quella araba, a quella cinese, a quella indiana; è così via, l’elenco dei “progressi”  e della “conquiste” compiute dall’umanità nel corso del tempo (che meriterebbero una menzione), non avrebbe termine…

In altre parole, non esisterebbe alcuna traccia di civiltà, di cultura, di intelligenza dell’uomo, e non vi sarebbe alcun segno della nostra stessa presenza sulla Terra. Perciò, grazie di esistere al “tempo”, a ciò che, convenzionalmente, definiamo tale, alla vita e alla morte, nella misura in cui senza la morte, ovvero senza il “tempo”, non potrebbe esserci nemmeno la vita, e noi non sapremmo come e quanto apprezzare, riconoscere e consolidare i valori, i beni, le ricchezze, le bellezze, i piaceri e le gioie che l’esistenza medesima è in grado di offrirci, proprio in ragione del fatto che possiamo e sappiamo riconoscere e disprezzare (e, paradossalmente, apprezzare) il male, la violenza, l’orrore, l’ingiustizia, le bruttezze, la malvagità, la prepotenza, i dispiaceri, il dolore, la morte…

Da quanto esposto finora può discendere un’estrema (ma non conclusiva) valutazione.

Banalmente, ciò che davvero conta, non è tanto la durata, ossia la quantità del nostro tempo vissuto, bensì la sua qualità. A riguardo, mi sovviene un altro, diffusissimo luogo comune, il quale si può così tradurre: ”Ho cinquanta anni, ma me ne sento venti”. In verità, potrebbe persino essere l’esatto contrario: ”Ho venti anni, ma ne sento cinquanta”. Forse, la soluzione del dilemma risiede (banalmente?) nel mezzo, ossia nella giusta misura, nel senso che le risposte ad ogni domanda  dell’esistenza, richiedono una sintesi tra due opposti estremi, per sanarne le contraddizioni, anche per ricomporre le più irriducibili e radicali fra le antitesi. Questo ragionamento (di matrice hegeliana) ha sicuramente un senso, quantomeno per il quesito prima formulato. Voglio dire che, indubbiamente (e fortunatamente) l’età anagrafica esiste, nella misura in cui il tempo scorre ed avanza in modo implacabile e ineluttabile. Ma è altrettanto vero  ed innegabile  che non sempre l’età mentale e soggettiva (cioè il tempo interiore, spirituale, qualitativo) corrisponde  all’età anagrafica, vale a dire al tempo cronologico, esteriore, oggettivo, assoluto, matematicamente misurabile e quantificabile. Ed è altresì vero e inoppugnabile che tutto ciò che ha a che fare col “tempo”,  è assolutamente storico, relativo, personale, quindi effimero, fugace, transitorio e mutevole, nel senso che io potrei avere (anagraficamente parlando) trent’anni e sentirmene, in un dato momento o in un altro contesto, appena diciotto, mentre in un’altra situazione o in un altro frangente addirittura settanta!…

Tutto è assolutamente relativo e storicizzabile, soprattutto il “tempo”. Ciò che appare oggettivo e reale, può diventare soggettivo, grazie al “tempo”, ed è sempre il “tempo” che rende finito e mortale ciò che appare o crediamo infinito ed immortale, e viceversa. Dunque, il “tempo” costituisce la misura del valore che ha la nostra esistenza, che è unica e sola, fino a prova contraria (nel senso che possiamo vivere una volta sola), a meno che non sia vera la dottrina della “metempsicosi”. Tuttavia, il “tempo”, quantunque possa apparire un problema oltremodo astratto e cerebrale, quasi incomprensibile per certi versi (pensiamo, ad esempio, all’analisi heideggeriana), non può assolutamente essere banalizzato, perché rischieremmo di banalizzare la nostra stessa esistenza, il che vuol dire rischiare di vivere inconsciamente, ciecamente, vanamente, ossia banalmente!

RIFLESSIONE FINALE
Sovente penso a un paradosso di portata storica globale che pure mi riguarda personalmente, ma che investe direttamente ciascun essere umano. Mi riferisco a un’oggettiva contraddizione tra il crescente progresso tecnico-scientifico compiuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere molto meglio, e la realtà planetaria che evidenzia un sensibile peggioramento delle condizioni economiche, materiali e sociali, soprattutto dei produttori e dei lavoratori salariati (anzi sotto-salariati) che vivono anche nel mondo occidentale cosiddetto “avanzato”. Ebbene, grazie alle più recenti conquiste dello sviluppo tecnico e scientifico, la grandiosa, nobile, quanto antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità (tutta l’umanità) dal bisogno di lavorare e, quindi, dallo sfruttamento materiale, è teoricamente (ossia virtualmente) realizzabile, oggi più che nel passato, nel senso che sarebbe oggettivamente possibile, oltre che necessaria, ma nel contempo è impraticabile, almeno nel quadro dei rapporti giuridici ed economici esistenti, che si basano sulle leggi e sulle tendenze classiste insite nel sistema capitalistico-borghese, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi strutturale.Pertanto, l’idea dell’affrancamento definitivo e totale dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si compiono durante il tempo di lavoro, appare molto prossima alla sua attuazione. Pur tuttavia, ciò non potrebbe compiersi senza una violenta rottura rivoluzionaria rispetto al predominio capitalistico-borghese vigente su scala planetaria. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economico-materiale che è detenuta dalla borghesia capitalistico-finanziaria.

Come gli antichi greci si occupavano liberamente, e amabilmente, di politica, di filosofia, di poesia e delle belle arti, e godevano di tutti i piaceri offerti dalla vita, in quanto erano esonerati dal lavoro materiale svolto dagli schiavi, così gli uomini e le donne di oggi potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro affidato esclusivamente ai robot e condotto grazie a crescenti processi di automazione e informatizzazione della produzione di beni materiali. Questo traguardo storico rivoluzionario è oggi raggiungibile, almeno in teoria, proprio in virtù delle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” offerte dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

Lucio Garofalo

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LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Provo ad annotare altri commenti in merito all’ormai abusato tema che ci affligge da troppo tempo: i rifiuti di Napoli e della Campania. A riguardo, penso che le responsabilità politiche e morali (ma anche penali)  siano molteplici e complesse, ed investano vari livelli di gestione: locale, regionale e nazionale. Senza dubbio Prodi non è l’ultimo ma nemmeno il primo colpevole. Poiché la gestione del problema è stata affidata ad un livello di natura commissariale, le responsabilità dipendono anche e soprattutto, ma non solo, dal governo nazionale. Inoltre, poiché la cosiddetta “emergenza” dura e si trascina ormai da anni, esattamente da oltre un decennio, è evidente che le responsabilità non sono da ascrivere soltanto al governo Prodi, bensì anche ai governi precedenti.
Fatta questa doverosa premessa, non penso di dire una banalità quando affermo che i principali responsabili del disastro sono gli amministratori locali, dal momento che la gestione di un problema come quello dei rifiuti e del ciclo dei rifiuti, è di ordine territoriale, ossia locale.
Pertanto, le principali responsabilità vanno ascritte agli esponenti di maggior spicco delle amministrazioni locali in Campania, vale a dire Rosa Russo Iervolino in qualità di sindaco del Comune di Napoli, e Antonio Bassolino nella triplice veste di commissario straordinario dell’emergenza, sindaco della città partenopea e governatore della regione.
Precisate le responsabilità storico-politiche e morali (che, ripeto, sono molto più vaste e complesse rispetto a quelle sopra enunciate), la soluzione più razionale, più giusta e compatibile con le esigenze ambientali e sanitarie, è una sola: la raccolta differenziata.
Gli inceneritori non risolvono affatto la questione, ma la aggravano ulteriormente, introducendo altri pesanti fattori di inquinamento e devastazione ambientale, sociale e di corruzione politico-economica. I sistemi di incenerimento dei rifiuti rappresentano un’imperdibile e preziosa occasione per accumulare enormi fortune economiche, a cominciare dalle ditte appaltatrici che si occupano della costruzione degli impianti stessi, che in Campania sono affari gestiti dai clan camorristici. Aggiungo che i profitti non sono una prerogativa riservata esclusivamente al sistema imprenditoriale criminale, ma anche un appannaggio del circuito economico “legale”.
Sta di fatto che i mass-media ufficiali (stampa e televisione, pubblica e privata) stanno cercando di imporre, attraverso ripetuti bombardamenti di inganni e menzogne, la logica degli inceneritori quale unica soluzione possibile e praticabile, mentre la strada da percorrere è soltanto una, la più semplice, facile, ecologica ed economica: quella della raccolta differenziata. Da promuovere attraverso campagne capillari di educazione civica ed ambientale (nelle scuole ed ovunque sia opportuno e necessario), mediante appelli, assemblee ed altre iniziative di informazione e sensibilizzazione  morale, ma anche con il ricorso a strategie eventualmente “repressive” (ovvero multe e sanzioni amministrative), se necessario. Sempre meglio delle infiltrazioni camorriste, dell’inquinamento ambientale, sempre meglio della corruzione politica, dello scempio e della devastazione del territorio, sempre meglio del pericolo sanitario costituito dalle epidemie e dalle affezioni tumorali.
Infine, vi propongo un video molto interessante filmato da un ragazzo di Biella, che ci spiega le ragioni del NO agli inceneritori e le reali motivazioni che spingono i politici e la stampa di regime ad imporceli come soluzione unica.
Il link è

http://www.youtube.com/watch?v=lId0B8N1Etw

Lucio Garofalo

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Notizie dall’Irpinia – Un appello

Una tac per

la salute e il paesaggio

Non ci facciamo ingannare dalle sirene mediatiche. Sappiamo che quando si spegneranno i riflettori sul problema dei
rifiuti, non vorrà dire che il problema sarà stato risolto. Non possiamo in questo momento di militarizzazione immaginare
di bloccare le scelte governative, ma chiediamo al Governo e alle altre autorità competenti quanto segue.

1. Negli anni scorsi anche l’Irpinia è stata interessata allo smaltimento di varie sostanze tossiche. Chiediamo che venga
avviata immediatamente un ricognizione capillare del nostro paesaggio per individuare e rimuovere queste sostanze. In caso
contrario consideriamo le decisioni del governo gravemente lesive del nostro diritto alla salute proporremo l’astensione
dal pagamento della tassa sui rifiuti.

2. Chiediamo le dimissioni dei vertici delle due ASL irpine, dell’Arpac e dei Consorzi Rifiuti, in quanto non hanno svolto
adeguatamente le attività di controllo che avrebbero dovuto svolgere.

3. Se le discariche ben controllate non presentano rischi particolarmente gravi non è necessario allocarle in ambiti poco
urbanizzati e così distanti dai luoghi di raccolta.

4. Chiediamo che d’ora in avanti ci sia un controllo severissimo di tutte le fasi del ciclo dei rifiuti. Siamo indignati
per quanto è accaduto in tutti questi anni e per la mancata assunzione di responsabilità da parte di quanti hanno gestito
la materia.

5. La colpa dell’attuale situazione non è, come è stato scritto in questi giorni, di “preti e vescovi, giovani e donne e
pensionati e intellettuali e poeti e cantastorie”, ma di chi si ostina a rimanere al suo posto (Bassolino, in primo luogo)
umiliando in tal modo la democrazia, la civiltà e i cittadini onesti.

La prossima assemblea è fissata per MERCOLEDI’ 16 GENNAIO a CARPIGNANO.

Le prime adesioni:

franco arminio, angelo verderosa, antonio romano, michele fumagallo, alfonso nannariello, tonino la
penna, antonio morgante, lucio garofalo, enzo luongo, gaetano calabrese, michele ciasullo, luciana cerreta, dario bavaro,
giovanni vuotto, mariarosaria vaiano, franco archidiacono, giovanni maggino, enzo filomena, michele giammarino, angelo
cataldo


Tutte le firme sono su http://comunitaprovvisoria.wordpress.com

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La questione dei rifiuti non riguarda solo Napoli e la Campania, anzi. Il problema non è semplicemente locale o regionale, e nemmeno solo nazionale, ma è di portata globale. Esso investe la natura e la struttura stessa di un intero modo di produzione, eccessivamente energivoro e consumistico, un sistema economico imposto a livello planetario che, per produrre merci di consumo su scala industriale e soddisfare le richieste di un mercato di massa in costante crescita (basti pensare, ad esempio, al mercato cinese in fase di netta espansione), brucia e divora ogni giorno ingenti risorse energetiche, alimentari ed ambientali che non sono inesauribili, generando una quantità abnorme di rifiuti, scarti, ciarpame, ma anche scorie e sostanze altamente tossiche che l’ambiente stenta a smaltire.
Lo stesso processo di smaltimento dei rifiuti è diventato una vera e propria merce, un “business”, un affare d’oro che ha assunto proporzioni gigantesche, un’attività estremamente lucrosa e redditizia che consente l’accumulazione di colossali fortune economiche a vantaggio di organizzazioni economico-imprenditoriali di stampo criminale. Il problema mette dunque in luce tutti i limiti, i conflitti e le contraddizioni sociali e strutturali del sistema complessivo, ponendo seriamente in discussione la validità e la razionalità dell’attuale modello di sviluppo (e sottosviluppo) che possiamo definire tardo-capitalistico.
Le drammatiche vicende di questi giorni hanno fatto emergere dalle macerie sociali e dai cumuli di spazzatura, dove qualcuno intendeva tenerle sepolte, le gravissime responsabilità storico-politiche, locali e nazionali, che hanno condotto all’attuale situazione di esasperazione, rabbia e rivolta popolare. E’ necessario spiegare e far comprendere all’opinione pubblica le ragioni che hanno spinto (e spingeranno) la gente a ribellarsi. Occorre contrastare con fermezza gli squallidi tentativi mediatici di disinformazione e di criminalizzazione di una giusta vertenza di massa. Altrimenti si rischia di tacere le reali responsabilità politiche (che sono criminali) assecondando il meccanismo di propaganda che punta ad affermare la linea (filo-camorrista) degli inceneritori come soluzione della “emergenza”. Un problema esploso drammaticamente negli ultimi anni, ma che affonda le sue radici in tempi indubbiamente più remoti.
Pertanto, è ovvio che il problema riguarda tutti, non solo le popolazioni di Napoli e della Campania, non solo le comunità meridionali, e nemmeno solo gli italiani, ma tutti gli abitanti del pianeta. La questione non può essere ridotta ad un ragionamento circoscritto che asseconda gli istinti più egoistici e particolaristici, per cui nessuno vuole la spazzatura altrui, in questo caso l’immondizia di Napoli, ma è necessario vincere ogni campanilismo e localismo, per promuovere ed impostare, invece, un discorso di solidarietà, di educazione e di sensibilizzazione culturale, morale e civile, di natura sovracomunale e intercomunitaria. Oltretutto, la spazzatura in questione non appartiene solo ai napoletani, ma probabilmente proviene in gran parte da fuori, anche e soprattutto dal Nord Italia e dal Nord Europa. Per decenni il territorio di Napoli e della Campania ha ospitato (ed ospita tuttora) numerose discariche abusive, gestite come tutti sanno dalla camorra, discariche dove vengono riversati i residui e i veleni più nocivi e pericolosi, di tipo chimico e persino nucleare, provenienti dalle zone più sviluppate e industrializzate del Nord Italia e del Nord Europa.
Questa piaga decennale è una delle conseguenze e degli scotti che paghiamo a causa di un processo di sottosviluppo storico coloniale favorito dall’occupazione militare e politica del Regno delle Due Sicilie da parte dello Stato “unitario” italiano, sorto in seguito alle cosiddette “guerre di indipendenza” (o “guerre risorgimentali”) che furono guerre di conquista e di rapina economica e culturale, condotte dalla monarchia sabauda con la complicità di alcune potenze europee (Francia e Inghilterra in testa), della massoneria anglo-francese e piemontese, nonché grazie all’apporto decisivo di squallidi e ambigui personaggi tra cui il pirata-massone-carbonaro Giuseppe Garibaldi, esaltato come “eroe nazionale” dalla falsa e mistificante mitologia filo-risorgimentale.
La soluzione estrema escogitata dal governo Prodi per rispondere al problema che ormai sembra essergli sfuggito di mano, è stata la nomina del “prefetto di ferro” Gianni De Gennaro (famigerato “manganellatore” responsabile della mattanza di Genova nel luglio 2001) in qualità di “Commissario straordinario per l’emergenza”, dotato di superpoteri e delegato a “risolvere” il problema così come è stato abituato a fare finora, ossia ricorrendo alla brutalità poliziesca.
Insomma, se ancora ci fossero dubbi, la risposta adottata dal governo è precisamente una reazione di segno colonialista, che si traduce nell’invio dell’esercito guidato da un “uomo forte”, così come fanno da sempre tutti gli Stati colonialisti di fronte ad una rivolta che esplode in una colonia. L’uso della forza e della repressione militare è esattamente nello stile, nella natura e nella storia dello “sbirro” De Gennaro.  Infatti, come hanno riportato diverse fonti ufficiali di stampa, il premier Romano Prodi, al termine di un vertice tenuto a Palazzo Chigi e durato oltre tre ore, ha annunciato che per superare “l’emergenza” dei rifiuti in Campania “ci si avvarrà del concorso qualificato delle Forze armate per le situazioni di straordinaria necessità e urgenza”. Tradotto in altre parole, c’è da aspettarsi una nuova mattanza sociale, come quella vista a Genova durante le “roventi” giornate del G8?
Come ha scritto Franco Berardi, in arte Bifo, in un bell’articolo apparso su vari siti web, “la scelta di spedire De Gennaro a Pianura trasforma il governo dell’impotenza in un governo di polizia”. A questo punto, con tale scelta scellerata cade anche l’ultima differenza che si poteva scorgere, benché faticosamente, con l’esperienza del governo Berlusconi.
Lucio Garofalo

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