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Archive for ottobre 2009

La stitichezza si accompagna sovente all’avarizia, all’introversione, alla malinconia, alla reticenza verbale, mentre la scioltezza di corpo si associa più facilmente alla generosità, all’estroversione, all’allegria, alla loquacità. Non a caso, all’inizio della sua brillante carriera il comico Roberto Benigni scrisse e dedicò un surreale inno al corpo sciolto intitolato, per l’appunto, “L’inno del corpo sciolto”.

Chi è sciolto di corpo è sciolto di mente e di spirito, ma è sciolto anche con il linguaggio. Chi evacua facilmente e frequentemente l’intestino è una persona ironica e spiritosa, che usa con facilità le parole ed è in grado di cogliere i concetti più sottili e raffinati.

A proposito di corpo sciolto vorrei soffermarmi sul tema del corpo-rativismo.

Qualche noto esponente governativo, facendo riferimento alle vertenze sorte nella scuola, ha rimproverato gli insegnanti di condurre una “battaglia corporativa”. Ebbene, se per costoro il posto di lavoro, i diritti e le regole sindacali sono una questione corporativa, è probabile che abbiano un urgente bisogno di un potente lassativo, non tanto per sciogliere e svuotare l’intestino, quanto per liberare la mente dai troppi pregiudizi e luoghi comuni che provocano la stitichezza e l’impaccio del pensiero.

E’ alquanto probabile che costoro confondano il “corporativismo” con lo “spirito di corpo”, e con ciò intendo dire che il loro spirito è stitico ed impacciato, ossia incapace di “andare di corpo”, allo stesso modo in cui il loro corpo è stitico ed impacciato, nel senso che è incapace di spirito, cioè di essere spiritoso, sciolto, ironico ed arguto.

A voler essere precisi anche sul piano lessicale, il vero corporativismo corrisponde ad un atteggiamento sistematico volto a conservare e perpetuare i privilegi esclusivi della propria categoria professionale.

Mi chiedo: è “corporativismo” anche l’ostinata lotta di chi vuole salvaguardare la propria salute fisica o tutelare l’integrità del proprio ambiente e del proprio territorio? Secondo tale logica la dura vertenza condotta, ad esempio, dagli abitanti della Val di Susa contro l’alta velocità sarebbe una “battaglia corporativa”? E altrettanto corporativi sarebbero gli scioperi e le lotte sostenute dagli operai per difendere i propri posti di lavoro contro la crisi economica e i licenziamenti di massa? Certamente, mi sembrano battaglie assolutamente giuste e dignitose, sacrosante e necessarie.

Probabilmente si crede che il “corporativismo” degli insegnanti costituisca una tendenza conservatrice e piccolo-borghese, ossia classista ed opportunistica, in quanto finalizzata esclusivamente alla preservazione dei privilegi economici (ma quali sono questi privilegi?) di una sola categoria professionale, cioè il corpo docente. Al contrario, il “corporativismo” degli operai avrebbe maggior dignità e valore in quanto potrebbe trasformarsi (ma in virtù di quale meccanismo o processo?) nella lotta di classe.

Pertanto, il corporativismo operaio corrisponderebbe all’operaismo rivoluzionario, alla lotta di classe contro il capitalismo, spettante alle masse operaie. Di conseguenza, la lotta di classe sarebbe il risultato di un processo storico determinato dalle tendenze economiche, sindacali e politiche di origine operaia? Non mi pare proprio. Basta vedere come vota una parte cospicua degli operai nel nostro Paese.

Riassumendo in breve il pensiero stitico ed impacciato di taluni esponenti governativi “anti-statalisti”, questo sarebbe il loro schema di ragionamento “anti-corpo-rativista”:

– corporativismo operaio = lotta di classe rivoluzionaria;

– corporativismo degli insegnanti = tendenza egoistica e classista in difesa dei propri privilegi economico-professionali = opportunismo piccolo-borghese.

Complimenti, dunque, ai suddetti ministri, che dimostrano di non possedere idee molto chiare e molto sciolte, ossia hanno poche idee, oltretutto confuse. Suggerirei di assumere un efficace lassativo per sciogliere il loro pensiero dai tanti impacci mentali che ne impediscono le capacità di analisi e di ragionamento. Ovviamente non alludo ai metodi purgativi di stampo fascista, in modo particolare alle soluzioni a base di olio di ricino adottate da quel regime politico dittatoriale che, per un ventennio, ha dispensato “purghe” in tutta Italia, non certo per sciogliere o liberare la mente degli italiani. Anzi!

Concludo dicendo che una coscienza di classe matura anche attraverso battaglie che sorgono inizialmente come “corporative”, laddove una mente originariamente corporativistica riesce a liberarsi, ad acquisire e ad esprimere una crescente capacità di analisi e di critica della società nel suo insieme. Il salto di qualità politico-intellettuale avviene nel momento in cui da uno stato di “autocoscienza individuale”, il soggetto si evolve verso un livello superiore di “autocoscienza universale”.

Mi accorgo di essere diventato un pò troppo astruso e complicato, per cui i poveri esponenti del governo potrebbero sentirsi ancora più ingolfati nel loro cervello oltremodo stitico ed impacciato.

Lucio Garofalo

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L’ennesima vicenda “scandalistica” e “gossippara” che coinvolge Piero Marrazzo, così come lo scandalo Berlusconi/escort, tutto sommato ci investe e ci tocca da vicino, malgrado la gente sia interessata direttamente da questioni più concrete, ossia da priorità di ordine evidentemente economico.

A mio parere, gli scandali politici e morali si intrecciano con quelli economici e con le pesanti ingiustizie sociali e materiali che investono la condizione delle classi lavoratrici e subalterne nel nostro Paese. 

Il tema della moralità pubblica, così pure la crisi della democrazia liberale borghese, che sta spingendo il nostro paese ad assomigliare ed avvicinarsi sempre più ad un regime di stampo sudamericano, sono tutte emergenze reali ed importanti che pesano ed incidono direttamente anche sul versante sociale.

Dunque, non si tratta di questioni distinte e separate come si vuol far credere.

La riduzione degli spazi di agibilità democratica, la carenza di un minimo di opposizione in ambito parlamentare, non dico di segno “comunista” ma persino di natura “socialdemocratica” e riformista, la mancanza di un quadro politico che sia minimamente “di sinistra”, l’inesistenza di un soggetto politico interessato a salvaguardare e preservare la sfera dei diritti e delle garanzie costituzionali che appartengono e si riferiscono ad una mera democrazia formale e rappresentativa, sono intimamente legate all’assenza di una forza politica e sindacale in grado di tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori.

In effetti, sia a livello politico nazionale, come pure sul piano internazionale, è in atto uno scontro aspro e feroce per il potere, condotto anche con il ricorso a vicende scandalistiche e di gossip o di altro genere.

Lucio Garofalo

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Riporto in breve due inquietanti ed emblematici casi di cronaca della scorsa settimana.

Il primo episodio si è verificato a Milano lunedì 12 ottobre. Un uomo di origini libiche ha fatto esplodere un ordigno rudimentale di bassa potenza, contenente all’incirca due chili di esplosivo artigianale, all’ingresso della caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell’esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, nella zona di San Siro, provocando una violenta esplosione. Una compagnia di questo reggimento è attualmente dislocata in Afghanistan. Il bilancio dell’attentato è di due feriti: oltre all’attentatore, che versa in gravissime condizioni, è rimasto coinvolto un caporale di 20 anni, che ha riportato solo lievi ferite.

Il secondo episodio è accaduto a Napoli sabato 17 ottobre. In una casa del rione Sanità, nel centro storico di Napoli, un bambino di 6 anni è morto asfissiato dal monossido di carbonio generato da un braciere che la madre aveva acceso in camera per vincere il freddo. Da due settimane l’Enel aveva staccato i fili della corrente elettrica perché i genitori non riuscivano nemmeno a pagare la bolletta. Il corpo esanime del bambino è stato rinvenuto accanto alla madre agonizzante, anche lei intossicata dalle esalazioni di gas velenoso prodotto dal legno bruciato nella piccola stanza. Entrambi sono originari delle isole di Capo Verde, situate al largo delle coste del Senegal, in Africa Occidentale.

Questo tragico e raccapricciante avvenimento denuncia in modo crudo e inequivocabile la triste realtà in cui sono costretti a vivere molti stranieri immigrati nel nostro Paese.

Il reato di “immigrazione clandestina” è stato introdotto dall’articolo 10 comma bis della Legge n. 94 del 15 luglio 2009 (facente parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio 2009, n. 170. Il Decreto Legislativo è in vigore dal 3 agosto. Tale provvedimento ha indotto molte procure a sollevare rilievi e dubbi di legittimità presso la Corte costituzionale. A Torino la Procura guidata da Gian Carlo Caselli ha scritto che le nuove norme prevedono sanzioni pecuniarie irragionevoli e inapplicabili e puniscono “una mera condizione personale dello straniero”.

Il 2 luglio su Micromega, vari intellettuali, tra cui Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia e Gianni Amelio, avevano sottoscritto un “Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa”, in cui si legge: “Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti”.

Come è noto, il tema della sicurezza collegato in termini strumentali al problema dell’immigrazione clandestina, è uno storico cavallo di battaglia della Lega, che istiga ed asseconda gli istinti e i sentimenti peggiori diffusi tra la popolazione, in modo particolare tra gli strati più insoddisfatti e frustrati sotto il profilo economico e sociale.

Di fronte all’enorme tragedia rappresentata dalle nuove povertà che affliggono soprattutto gli immigrati, ma anche i settori più degradati e marginali della società italiana, persino le fasce che un tempo godevano di un relativo benessere, le questioni securitarie cavalcate in chiave elettorale dalla Lega Nord passano inevitabilmente in secondo piano. La vera emergenza è costituita dalla guerra tra i poveri e contro i poveri, non dalle finte emergenze di ordine pubblico legate al bisogno di sicurezza urbana di natura privata ed egoistica o dalle false pandemie inventate ad arte dai mass-media.

Lucio Garofalo

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Mi soffermo ancora una volta sulla questione sollevata recentemente dall’assessore alla cultura del Comune di Lioni, Salvatore Ruggiero, in un articolo apparso sul blog Tele Lioni per provare ad approfondire alcuni aspetti relativi al fenomeno del “disagio”, più esattamente mi riferisco al problema delle dipendenze da alcool e droghe di vario tipo.

Anzitutto preciso che il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata nelle nostre zone, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.

Tale scelta, che sembra coincidere con l’orientamento autoritario ed ultra-proibizionista del governo Berlusconi, non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati. È indubbio che alcune sostanze come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente accresciuta.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, ossia vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti vandalici e criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e causando una spirale di violenza. Tale riflessione va senza dubbio approfondita in altre sedi, in maniera lucida e razionale, esente da qualsiasi tipo di condizionamento, specialmente di ordine emotivo.

Non si può rimanere indifferenti, delegando ogni responsabilità ed ogni onere esclusivamente alle forze dell’ordine. Penso che si debba rilanciare l’iniziativa politica democratica per sollecitare anzitutto un’opera di analisi e di riflessione collettiva, per costruire un vasto momento di confronto pubblico che coinvolga la nostra gente, i giovani, le varie agenzie politiche, istituzionali, sociali, culturali e formative, presenti sul territorio. Credo che si debbano sostenere tutte le idee, i progetti e le azioni tese ad indagare seriamente il fenomeno delle tossicodipendenze per conoscerlo nelle sue effettive dimensioni locali e nella sua reale consistenza e pericolosità sociale.

A tale scopo si dovrebbe finalmente porre in essere l’istituzione di un “osservatorio territoriale” formato soprattutto da elementi esperti, ossia da una serie di figure professionali – psicologi, sociologi, medici, educatori ed operatori di strada -, ma anche da rappresentanti della politica locale. Tale gruppo dovrà essere messo in condizione di studiare con efficacia il fenomeno, agendo con cautela nei riguardi delle famiglie interessate, per dare risposte incisive e concrete ai soggetti in difficoltà. Occorrerà discutere e decidere se questo “osservatorio” possa avere un raggio d’azione sovra-comunale, e da quali istituzioni potrebbe e dovrebbe essere promosso e finanziato.

Si tratta quindi di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte brutali, repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune – come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti” – , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere educativo e socio-culturale, da un lato, ed una grave emergenza medico-sanitaria, dall’altro.

Sulla base di quanto detto finora, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

1)    avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

2)    intraprendere una serie di azioni per mettere il nostro territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica nelle nostre zone, di fronte al degrado esistente. A tale riguardo si potrebbe chiedere all’ASL-AV1 l’istituzione di un Sert nel territorio dell’Alta Irpinia, dato che il più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di sollecitare un serio dibattito pubblico a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che richiede nuovi ed incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, che finora non sono ancora stati concepiti, e tantomeno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate. 

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie, e tantomeno inutili o superflue.

È noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, della condizione esistenziale giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale. Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà e dell’adolescenza descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale.

Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto – sia esso il padre, il professore, il mondo degli adulti in generale – l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino.

Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione. 

E’ possibile che tale processo di maturazione ed emancipazione non si concluda mai, nel senso che una personalità davvero libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, ribellarsi e disobbedire, per difendere e riaffermare la propria dignità, libertà e vitalità.

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in generale, di un simile atteggiamento e un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e disobbedienza, un complesso di sentimenti ed attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della personalità umana. Mancando tali dinamiche psicologiche ed esistenziali, temo che ci si debba allarmare, in quanto non avremmo formato una personalità effettivamente autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può causare una situazione davvero preoccupante? Secondo gli psicologi, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, ossia in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando genera una condizione estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale. 

In questa visione complessiva, le tossico-dipendenze (intese in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituiscono una delle manifestazioni patologiche, devianti e autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, autonomo e maturo, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica e del soggetto in crisi. 

Anche nelle nostre comunità negli ultimi anni il fenomeno delle tossicodipendenze giovanili – che, ripeto, si configurano soprattutto nella forma dell’alcool-dipendenza, ma non solo – è cresciuto a dismisura ed è estremamente avvertito all’interno della nostra realtà quotidiana. Ciò vale per l’intero territorio circostante, che fa capo a Lioni.

A questo punto, proviamo ad esaminare le cause che si presume possano essere all’origine della condizione del “disagio giovanile”, nello specifico delle realtà locali. In linea di massima, i principali fattori che possono determinare situazioni di disagio e, degenerando, di devianza, sono riconducibili (sinteticamente e schematicamente):

  1)    alle problematiche ed alle contraddizioni familiari;
  2)    alla marginalità socio-economica;
  3)    alla deprivazione culturale;
  4)    alla carenza, sul territorio, di offerte di socializzazione e di aggregazione nel tempo libero;
  5)    all’assenza ed alla genericità dei programmi di formazione professionale;
  6)    ad atteggiamenti di emulazione di fronte alla devianza.

Le cause sopra elencate sono state rilevate e descritte in “Un’indagine sulla condizione giovanile nelle province di Avellino e Benevento”, un prezioso documento dal titolo “Giovani e condizionamenti ambientali”, patrocinato dal Consorzio Interprovinciale Alto Calore, la cui stampa risale al mese di Marzo 2000 (sono riuscito a leggerne una copia disponibile presso il servizio Informagiovani di Lioni). Tale analisi si conferma valida anche nell’odierna situazione, considerando i tragici episodi che hanno segnato la cronaca locale degli ultimi anni nelle zone dell’Alta Irpinia.

Non m’illudo di aver esaurito un argomento tanto vasto, complesso e difficile, né di aver fornito la soluzione “magica” per una simile emergenza sociale. Tuttavia mi auguro di riuscire a lanciare un input utile a promuovere una riflessione più ampia e approfondita, ma soprattutto corale, in merito a problematiche che ormai fanno parte della nostra realtà quotidiana, che lo si voglia riconoscere o meno.

Lucio Garofalo

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Con questo intervento vorrei contribuire, per quanto possibile, alla riflessione critica sollecitata da Salvatore Ruggiero sulla nostra realtà per provare a sensibilizzare le coscienze di tutti sulla questione del “disagio giovanile”, che purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso nelle zone interne del Meridione, anche in quelle comunità dell’Alta Irpinia troppo spesso considerate, a torto e superficialmente, come un’“oasi felice”.

Le nostre piccole comunità costituiscono un pezzo dell’Italia meridionale, un tessuto di relazioni apparentemente “normali” e “pacifiche”, ma che in realtà tradiscono un progressivo imbarbarimento dei comportamenti e dei rapporti sociali, di cui i recenti “atti vandalici” rappresentano un spia inequivocabile ed allarmante. Questi gesti, così come altri atteggiamenti riconducibili alla nozione delle “devianze giovanili”,  indicano un pericoloso arretramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in particolare delle giovani generazioni e degli anziani.

Dopo questa premessa, intendo puntualizzare che la categoria del “disagio giovanile” è una formula linguistica senza dubbio errata e fuorviante visto che il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di “disagio sociale”, sebbene il malessere investa soprattutto le fasce dei giovani e degli anziani, cioè i settori più fragili della società in quanto più esposti alle difficoltà, di ordine anzitutto materiale, che il vivere quotidiano frappone sul cammino delle persone, senza concedere una possibilità e, in qualche caso, nemmeno la speranza di superamento.

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione che turba persino le fasce sociali maggiormente scolarizzate, il ricatto anacronistico, ma sempre incombente, delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei rapporti e dei contratti di lavoro ed in generale della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e di ogni tutela sociale, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono probabilmente le condizioni più drammatiche e dolorose, le cause strutturali che generano il malessere materiale ed esistenziale dei nostri giovani.

Intere generazioni nascono, crescono, studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere il proprio talento, per scoprire un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi a livello professionale e relazionale. Se invece restano, i nostri giovani sono costretti a “scelte” umilianti, come inchinarsi al solito “santo protettore” o farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Tali esperienze non sono per nulla dignitose e in ogni caso non consentono di affermare la propria indipendenza economica, né di raggiungere la piena autonomia umana, sociale e politica. Si tratta di condizioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Per queste ragioni mi sembra inevitabile “scagliarmi” contro l’ipocrisia, l’apatia e l’indifferenza, lo strabismo,  l’impotenza e l’inefficienza delle istituzioni locali, incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del “fenomeno”, ossia le ragioni di questa diffusa disperazione sociale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, di solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti – e sembrano destinati ad aumentare, purtroppo – sono i lavoratori già “anziani” che si trovano improvvisamente senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento brutale.

Per cogliere la drammaticità della situazione basterebbe segnalare un dato davvero impressionante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ognuno di noi: anche quest’anno il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha segnato un triste primato per l’Italia meridionale. Per non parlare del numero dei decessi causati da overdose.

Queste cifre sono davvero raccapriccianti e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a prendere qualche provvedimento tutti coloro che sono deputati a livello politico istituzionale per rispondere a simili “emergenze” sociali, come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di questioni distinte, che richiedono interventi separati, ma esigono comunque un’analisi razionale ed unitaria che inquadri i problemi nella loro totalità, un’indagine in grado di spiegarne le cause oggettive.

E’ lecito chiedersi quale sia stata finora la “risposta” messa in atto dalle istituzioni politiche locali. Semplicemente il ricorso alle forze dell’ordine, all’inasprimento dei controlli e dei posti di blocco, insomma alla repressione, come se tali metodi fossero in grado di rimediare al malessere che dilaga nelle nostre comunità e che scaturisce da “emergenze” sociali che non hanno ancora ricevuto una soluzione adeguata ed efficace.

Lucio Garofalo

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Nel corso dei primi anni ‘80, grazie agli ingenti fondi economici assegnati dal governo per la ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso e controverso esperimento, quello dell’industrializzazione delle aree interne di montagna. Si decise di trasferire le fabbriche (le stesse installate, ad es. nella pianura padana) in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all’emergenza post-sismica stentarono ad arrivare a destinazione. Un’impresa velleitaria, se non impossibile, senza dubbio perdente dalla nascita. E non poteva essere altrimenti, dati i presupposti. Abbiamo patito un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva arrecando guasti irreparabili all’ambiente, al territorio e all’economia locale, prettamente agricola e artigianale. Basta farsi un giro in Irpinia per scoprire un paesaggio sfigurato per sempre.

Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica legato alla trasformazione post-industriale delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari ed attrezzature industriali ormai superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalistiche più evolute del Nord Italia. Pertanto, quel progetto di (sotto)sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui era stato concepito e gestito con metodi clientelari, favorendo l’insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze territoriali, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere e valorizzare le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando in tal modo un circolo vizioso e rovinoso, come si è dimostrato alla prova dei fatti. 

Sempre negli anni ’80 l’Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste primato soprattutto se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i posti migliori, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari del capo, il potente “uomo del monte”. Sin dai primi anni ’80 la nostra era la provincia in cui si contavano più pensioni Inps che nell’intera regione Lombardia, con la percentuale più alta nel paese. Nelle nostre zone l’Inps era divenuto il maggior erogatore di reddito per migliaia di famiglie. In passato, soprattutto nel corso degli anni ‘80, il 50 per cento della popolazione irpina era formata da invalidi civili, in buona parte giovani con meno di 30 anni. Ciò era possibile grazie a manovre politiche clientelari e all’appoggio decisivo di altre figure e altri pezzi rilevanti di società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Negli anni ‘80 il sistema clientelistico, protezionistico e assistenzialistico in Irpinia era in pratica onnipresente e totalitario, nella misura in cui seguiva e condizionava la vita quotidiana delle persone, devote al santo di Nusco, dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui veniva (e viene) richiesto, ossia ad ogni tornata elettorale a livello locale, regionale e nazionale. Ancora oggi sindaci e amministratori dei Comuni irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa la politica a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. Ancora oggi, all’interno del blocco demitiano si riflettono, si risolvono e dissolvono tutte le contraddizioni e i contrasti tipici della dialettica democratica tra governo e opposizione, tra sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento radicale della politica irpina, che non a caso è tuttora sottoposta ai ricatti, alle influenze, ai capricci, ai condizionamenti esercitati dall’uomo del monte. 

La rete dell’assistenzialismo era un apparato scientificamente organizzato, volto a garantire la conservazione perpetua di un sistema politico clientelare simile ad una piovra, che con i suoi lunghi e complessi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando in modo permanente la macchina statale, scongiurando ogni rischio di instabilità e di crisi, quindi di cambiamento reale della società irpina. La grande piovra del potere demitiano ha sempre distribuito posti, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutti i paesi della provincia avellinese, favorendo e gestendo un vasto e capillare sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio impiegatizio, di coltivatori diretti, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, investendo sempre su San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra tentacolare. Ecco perché tale struttura di potere si è preservata in modo integro sino ad oggi, resistendo ad ogni sussulto, sopravvivendo persino al furioso cataclisma politico giudiziario provocato dalle inchieste di Mani Pulite, mentre altrove si è dissolta sotto i colpi inferti dalla magistratura milanese all’inizio degli anni ‘90.

Negli anni ‘90 abbiamo assistito ad un nuovo processo di trasformazione del sistema economico produttivo, di mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, contestata ovunque, la società irpina ha subito un’improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell’emigrazione, della precarizzazione. Rispetto a tali condizioni, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono solo i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere sociale.  L’attuale processo di (sotto)sviluppo ha generato anche mostruosità, veleni e contraddizioni, favorendo atteggiamenti tipici di un filone teatrale classificabile tra la tragedia e la commedia umana, dando origine a nuove sacche di miseria, sfruttamento ed imbarbarimento all’interno di comunità sempre più disumanizzate e disgregate, massificate e omologate a livello etico-spirituale. Tale fenomeno di standardizzazione dei corpi e delle menti è peggiore di ogni forma di totalitarismo precedente, in quanto più subdolo, non apertamente autoritario poiché non si avvale di istituzioni repressive come l’esercito, la polizia, il carcere, ma ricorre soprattutto ai mezzi di comunicazione e persuasione occulta di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva. Tale ragionamento vale anche per le comunità irpine, un tempo a misura d’uomo.

Lucio Garofalo

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Ripropongo un mio articolo scritto alcuni mesi fa per discutere delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza delle nostre popolazioni a partire dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il ragionamento si potrebbe estendere a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro decente e a una vita dignitosa per l’avvenire delle giovani generazioni. Dunque, proviamo a svolgere un’analisi onesta e obiettiva sull’attuale situazione politica e sociale in Irpinia. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine. Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è in fase di crescita esponenziale negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata quasi sempre a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che inevitabilmente ne pagano le conseguenze. Infatti, anche in Irpinia si registrano percentuali davvero inquietanti di omicidi bianchi, vere e proprie stragi sul lavoro di cui quasi nessuno parla. In larga parte le vittime dell’infortunistica sul lavoro sono costituite da manodopera di origine straniera impiegata nel settore dell’edilizia. Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione di emergenza già da qualche anno: “Purtroppo – così dichiara nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti – i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire ed ingannare la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori. Ma torniamo al punto di partenza, vale a dire al tema della disoccupazione giovanile. Questa rappresenta in ogni caso una tragedia collettiva in quanto produce effetti di depressione e disgregazione che lacerano il tessuto sociale, esponendo i soggetti più indifesi al ricatto politico clientelare dei notabili locali e comprimendo gli spazi di libertà e convivenza democratica. Pertanto, è “inevitabile” che i migliori cervelli siano condannati alla fuga, ad una sorta di esilio forzato che li obbliga ad emigrare oltre i confini del proprio territorio, in alcuni casi persino all’estero, per ottenere ed esercitare una professione adeguata alle proprie aspettative, per conquistare un lavoro dignitoso che li metta in condizione di affermarsi, seppure in un luogo distante dalla famiglia e dal paese d’origine. In molti casi, mettendo radici altrove, senza fare più ritorno nella terra natia. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti a dir poco sconcertanti, che sono totalmente ignorati o sottovalutati, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, un esodo di intere generazioni di giovani che mostrano notevoli percentuali e livelli di scolarità. Infatti, gli elementi più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere al ricatto clientelare imposto dai notabili locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che, invece, è un diritto che spetta a ogni cittadino, sancito nel dettato costituzionale. Quindi, occorre riconoscere un dato di fatto talmente palese che indica l’inasprimento e il peggioramento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale, anche e soprattutto in seguito all’attuale crisi economica internazionale. Tali problemi esistono e si aggravano pesino nei piccoli centri della nostra provincia, che non rappresentano più le “oasi felici” di un tempo, oltretutto perché si è allentata quella secolare rete di reciproca solidarietà che in passato sorreggeva le nostre comunità, un tempo considerate (giustamente) a misura d’uomo. Negli ultimi anni, a causa della globalizzazione economica la realtà irpina ha accusato un’improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell’emigrazione, dell’emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali, le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo gli indizi più inquietanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione anche per le fasce sociali più scolarizzate, il ricatto sempre più anacronistico delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l’assenza di tutele e diritti: queste sono le cause strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero sarebbero costrette ad inchinarsi al solito “santo protettore”, oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori. Preciso altresì che l’espressione “disagio giovanile” è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è riconducibile ad un dato anagrafico. E’ invece più corretto riferirsi al “disagio sociale”, benché questo malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana impone agli esseri umani, offrendo scarse speranze e possibilità di superamento. Occorre aggiungere che anche un’elevata percentuale della popolazione senile sopporta stenti e privazioni derivanti soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme e nelle dimensioni di un tempo. Oggi l’Irpinia è un ampio comprensorio di piccoli comuni di montagna soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono quasi nulla ai giovani, sia sul versante delle prospettive occupazionali sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri locali pubblici nella migliore delle ipotesi, è una provincia ridotta ad un luogo di noia e desolazione, per cui attecchiscono atteggiamenti insani, si affermano devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, abitudini impensabili fino a 25 anni fa. Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo dimensioni di massa un tempo ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano i mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali verificatisi nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, ossia in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente detto “moda”. In questo ragionamento occupa una posizione centrale la mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria esistenza quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ai consumi economici. Tale mistificazione ideologica è funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero”, divenuto un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Tali fenomeni di massificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia. E’ estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti) non sono affatto rappresentativi della situazione delle tossicodipendenze in Irpinia, per cui stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Un dato certo e inoppugnabile è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità irpine si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, ossia altrove, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano. Tali dati, pur nella loro agghiacciante “asetticità”, ci consegnano un quadro allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani più validi ad allontanarsi dal posto in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi altrove, per realizzarsi non solo nell’ambito professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece finirebbe mortificato se restassero nella loro terra. Tali evidenze non solo turbano la nostra coscienza, ma dovrebbero indurre quanti sono deputati a livello politico-istituzionale ad adottare i provvedimenti più adatti a risolvere le drammatiche emergenze sociali come quella dei decessi per overdose, oppure dell’emigrazione e della disoccupazione giovanile, del lavoro nero e degli infortuni sul lavoro. Si tratta indubbiamente di questioni distinte, ma che esigono un’analisi lucida, razionale e unitaria, in grado di comprenderne e spiegarne le cause reali. Ebbene, qual è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell’ordine, l’intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione efficace e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all’assenza di diritti e di tutele, di speranze e di possibilità per i tanti giovani, e meno giovani, dell’Irpinia. Lucio Garofalo

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