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Archive for the ‘globocolonialismo’ Category

Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovranazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale. L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovranazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geo-politico, che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovranazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia. I popoli finora oppressi e tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, relegati ai margini della storia,  dissanguati dall’usura finanziaria internazionale, non resteranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di inerzia in cui sono sprofondati, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti. 

Lucio Garofalo

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In prossimità del 25 aprile mi piacerebbe sollecitare un’ampia riflessione prendendo spunto dal tema della Costituzione, visto che il momento attuale ci consegna un quadro politico di segno neoconsociativo e un clima di feroce ostilità e di seria minaccia per la democrazia italica, da sempre fragile e mutilata, sancita solo sulla Carta Costituzionale.

Personalmente sono convinto che la Costituzione del 1948 non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, e tantomeno abolita, come insinuano i suoi detrattori, ma deve essere semplicemente e finalmente applicata. Solo concretizzando i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il Paese, sarà possibile promuovere un’effettiva emancipazione in senso espansivo e progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili e culturali, etiche e spirituali in essa presenti, ma anche le forze produttive imprigionate ed umiliate nell’attuale fase storica di regressione e di imbarbarimento politico, morale e culturale.

Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista. In primo luogo perché temo che la nostra bellissima Costituzione sia in qualche misura eversiva e inapplicabile nell’attuale ordinamento economico, politico e sociale, segnato da profonde e insanabili contraddizioni, che si possono eliminare solo abbattendo e superando il sistema capitalistico che le ha generate e che contribuisce a perpetuarle.

In secondo luogo, con il quadro parlamentare e governativo uscito rafforzato dalle recenti elezioni regionali, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulle effettive possibilità di applicare finalmente il dettato costituzionale. Invece, mi pare più facile immaginare e prevedere un’iniziativa per stravolgere il testo costituzionale mediante una sorta di “grande inciucio”, ossia un’ampia intesa parlamentare di stampo neoconsociativo sul tema delle cosiddette “riforme costituzionali” (ma sarebbe più corretto definirle “controriforme”), tanto attese e invocate non solo dalla coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi.

Occorre ricordare la matrice sovversiva e criminale della banda filo-berlusconiana giunta stabilmente al governo, che sta sfasciando le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo, dalle forze che governano l’Italia, è persino più grave del passato, considerando il mix di populismo, razzismo e affarismo sfrenato che ispira il blocco politico e sociale che fa capo al bandito di Arcore.

Dunque, in Italia incombe una vera emergenza democratica. Persino in Parlamento è stata eliminata ogni forma di dissenso e libera opposizione. Tranne forse Di Pietro, resta in campo la finta ed evanescente “opposizione” di D’Alema, Bersani e soci, dietro cui si annida una pratica neoconsociativa. Suggerirei di riflettere su quanto scriveva Antonio Gramsci a proposito del “sovversivismo delle classi dirigenti”. Inoltre, 35 anni fa Pasolini aveva preconizzato l’avvento di un nuovo fascismo, a condizione che questo si auto-proclami “democratico” e si ripari sotto le mentite spoglie dell’“antifascismo”. Mi pare che ciò rispecchi esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la “metamorfosi” della destra neofascista (ex MSI) per accedere al governo del Paese, sdoganata e traghettata verso il PDL dal populismo berlusconiano. Ma la citazione di Pasolini si adatta anche per inquadrare la “metamorfosi” degli eredi del PCI, in primo luogo il PD.

Il sottoscritto si schiera tra quanti sono convinti che non esista alcuna differenza tra PD e PDL, eccetto la “L” in  più nella sigla del partito di plastica di Berlusconi. Per il resto conviene stendere un velo pietoso. Non a caso fu coniata la formula “Veltrusconismo” per designare la funzionalità di entrambi (PD e PDL) ad un progetto neogolpista attuato in forme apparentemente soffici e indolori, un disegno di stabilizzazione neocentrista e neoconservatrice che fa capo ai due soggetti “protagonisti e antagonisti” della scena politica nazionale, destinati a governare insieme la fase della “Terza Repubblica”.

Tuttavia, al di là di queste note pessimistiche, faccio prevalere ciò che Gramsci definiva “l’ottimismo della volontà”. Per cui, non solo in veste di cittadino, ma altresì di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione, di cui bisogna far conoscere ed apprezzare la bellezza poetica. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale parteciparono le migliori menti politiche e letterarie dell’epoca: su tutti cito la straordinaria figura di Piero Calamandrei.

La Costituzione è la madre della democrazia italiana, indubbiamente scalcagnata e malandata per varie ragioni storiche e politiche. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio valoriale, perciò leggerla è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.

Pertanto, approfitto per denunciare una grave mistificazione ideologica che si perpetua da anni nel nostro sciagurato Paese. Quella di occultare le origini della democrazia italiana, benché istituita solo sulla carta. E’ opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella Resistenza contro l’occupazione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Mussolini è nata la Costituzione ed è risorta la civiltà democratica del popolo italiano.

Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, cioè di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una “festa di tutti”, una sorta di ricorrenza “neutrale”, equivale a snaturare e azzerare il valore simbolico e politico di quella che è la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana e antifascista. Infatti, il 25 aprile si festeggia, ovvero si dovrebbe rievocare e, in qualche misura, rinnovare la vittoria della Resistenza popolare partigiana contro l’invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono l’Italia per un tragico ventennio, conducendo il Paese verso la rovina, costringendo il nostro popolo alla catastrofe della seconda guerra mondiale, in cui intere generazioni di giovani proletari furono sfruttati come carne da macello per arricchire e ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.

Da quella Liberazione nacque la Costituzione del 1948, scritta non tanto con la penna, quanto con il sangue di tante donne e uomini che sacrificarono la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati “partigiani” proprio perché schierati e militanti da una parte precisa, contro il fascismo, l’imperialismo e la guerra.

Il carattere apertamente antifascista e partigiano, egualitario, democratico e pluralista, pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, addirittura rivoluzionario sul piano internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è invisa, temuta e osteggiata nei settori più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è negata e disattesa nella realtà concreta. E’ superfluo elencare gli articoli della Costituzione reiteratamente violati e traditi, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito pacifista e internazionalista della Costituzione del 1948: “l’Italia ripudia la guerra (…), è l’incipit dell’articolo.

Questa è una preziosa lezione della storia che oggi, in tempi bui, dominati dall’indifferenza, dal fatalismo, dall’apatia e antipatia politica, si tenta di mettere in discussione e addirittura negare alle giovani generazioni. Questo “fatalismo”, assai diffuso tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, in quanto induce a pensare che nulla possa cambiare e tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui i miserabili sarebbero impotenti, ma così non è.

In materia di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire “Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia (…) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. Questo è il miglior messaggio che si possa trasmettere ai giovani, una sorta di inno che esprime in forma lirica e nel contempo in modo inequivocabile, l’amore per la vita e la libertà, tradotte in termini di partecipazione attiva alle decisioni che riguardano il destino della collettività umana.

Sempre in tema di assenteismo e non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertolt Brecht: “Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico”. Non c’è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l’analfabeta politico “non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.”. Ed io vorrei aggiungere: “delle imprese locali”.

Nella circostanza odierna mi preme rilanciare l’idea della Politica in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si concretizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali, ovviamente diverse sul versante spirituale e culturale. Inoltre, la Politica dovrebbe essere un mezzo di aggregazione e partecipazione sociale, uno strumento diretto e corale per intervenire concretamente sui processi decisionali che investono l’intera comunità, una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana. Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco “Polis” (città), indica il senso della più nobile attività dell’uomo, denota la somma manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto “animale politico”. Tale capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica come organizzazione dell’autogoverno della Città.

Il senso originario della Politica si è svuotato ed è degenerato nella più ignobile “professione”, nell’esercizio del potere fine a se stesso, riservato agli “addetti ai lavori”, ai carrieristi e affaristi della politica. Quella che un tempo era una “nobile arte”, la suprema occupazione dell’uomo, oggi è percepita e praticata come mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse territoriali, una squallida carriera per mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico comunale. Un bene che, invece, dovrebbe appartenere a tutti ed essere gestito dalla comunità dei cittadini.

La nuova Resistenza è l’opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere come appannaggio di un’esigua minoranza di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e combattuta con fermezza, perché il soggetto che si organizza in comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente”, non appena conquista il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa del bene comune per occuparsi dei loschi affari della casta, o dei singoli individui. Questo stato di corruzione della politica, che non coincide con un’esperienza di autogoverno dei cittadini, ma risponde agli interessi egoistici e corporativi di una cerchia elitaria e circoscritta, è la causa principale che genera un sentimento di indifferenza e disaffezione dei cittadini verso la politica, cioè il governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi privati di pochi affaristi, nella misura in cui tali vicende sono recepite come estranee agli interessi della gente.

Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione e dell’autogoverno dei cittadini, sperimentando nelle comunità locali l’idea della politica come rifiuto radicale del potere scisso dalla collettività, come partecipazione diretta della popolazione ai processi decisionali, ai canali di controllo e gestione del bilancio economico comunale.

L’utopia della democrazia diretta non è solo possibile e praticabile localmente, ma è necessaria di fronte all’avvento di un fenomeno autoritario globale che minaccia quel poco di sovranità democratica vigente in alcuni Stati nazionali. I quali sono soppiantati da organismi economici sovranazionali che dirigono le dinamiche dell’economia e dei suoi assetti bancari e finanziari. Questo fenomeno di globo-colonizzazione ha favorito l’ascesa dei gruppi finanziari più forti e delle corporation multinazionali, con danni irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema produttivo, la cui condizione si fa sempre più precaria e ricattabile.

Lucio Garofalo

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Nel famoso libro “Della guerra”, pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle guerre napoleoniche (le prime dell’era capitalistica contemporanea), elaborò un’analisi seria del problema, di cui seppe cogliere l’essenza più recondita, applicando una logica hegeliana.

Tra le altre cose, Karl von Clausewitz scrisse la celeberrima frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”; ed ancora: “La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.

Hegel, dal canto suo, affermò che “La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche”, nel senso che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia.

Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introdusse ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l’essenza profonda dei conflitti bellici e sociali all’economia in quanto motore della storia, che è “storia di lotta di classe”.

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell’umanità, ma soprattutto nell’epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti del capitalismo e dell’imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l’analisi critica suggerita dal marxismo, hanno avuto un riscontro effettivo.

Nelle sue fasi cicliche di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cento anni di decadenza del capitalismo, che ormai è in una fase di putrefazione avanzata e irreversibile.

In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929, il sistema capitalistico ha escogitato diverse soluzioni praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte neoimperialiste per conservare e consolidare lo statu quo, l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di nuove aree di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone del mondo in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore.

Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metal-meccanica, siderurgica e petrolifera, fu la via scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del 1929, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla servì la tragica lezione impartita dalla prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di risposta, di segno apertamente reazionario, delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica esplosa nel primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti interni alle potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale.

Durante i 25 anni successivi alla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, inclusa l’Italia, si verificò un ciclo di espansione economica diffusa, un periodo storico indicato con l’espressione “boom economico”. Nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita venne frenata dalla crisi del dollaro e del sistema monetario internazionale, che portò nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro, ma soprattutto dalla crisi petrolifera del ‘73 determinata dalla guerra del Kippur, combattuta in Medio Oriente, che causò un pauroso innalzamento del prezzo del barile.

E veniamo all’odierna catastrofe economica e sociale.

L’attuale crisi investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione, nel senso che negli anni si è determinato un ciclo di sviluppo e di accumulazione smisurata dei profitti, derivanti da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè gli operai. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo senza dubbio elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, per effetto di un processo di globalizzazione economica imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria, precarietà e sfruttamento, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche facciano più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi umani e sociali, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la crisi recessiva, sino al tracollo definitivo e globale del capitalismo, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi finora conosciuti.

A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali la riduzione dei megacompensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla “moralizzazione” (si fa per dire) e alla regolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione dei paradisi fiscali. Tutte misure annunciate enfaticamente, ma che non sono state ancora applicate, essendo di fatto inapplicabili.

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Ovviamente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica, turba non poco i capitalisti e i loro servi. Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico imperialistico, ad un lungo periodo di guerre sanguinose su scala internazionale.

E’ evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze primarie delle persone. E’ la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l’autoconsumo delle unità produttive create su territori geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta, prevalga sulle false esigenze consumistiche, cioè sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, eliminando la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi istanza di sinistra che proponga finanziamenti alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, chiedendo di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza propugnare o rivendicare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per rilanciare la competitività economica delle imprese private, ma devono dimostrare che nonostante la competitività e la produttività il sistema non funziona e risulta invivibile ed inaccettabile per tutti i lavoratori del mondo.

In altri termini, bisogna rimettere in seria discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di “sviluppo” non presuppone un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adottare criteri “quantitativi” quali, ad esempio, il PIL di una nazione, o quello pro-capite, per misurare il tasso di eguaglianza e giustizia sociale, di progresso e democraticità di un paese. Sono necessari altri parametri e altri indicatori di ordine sociale, etico e culturale, che esprimono valori umani in termini di qualità della vita, e non più solo di quantità e di sviluppo economico.

Lucio Garofalo

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Una facile e comoda persuasione comune assegna ai politici l’etichetta di “Casta” per antonomasia, nel senso deteriore del termine. Non c’è nulla di più distorto che assecondare tale mistificazione, alimentando il qualunquismo che è più deleterio del male stesso, più nocivo della corruzione e dell’inettitudine del ceto politico.

I cittadini, indignati dai loro osceni “rappresentanti”, reagiscono con atteggiamenti di crescente distacco dalla vita politica. La conseguenza inevitabile per la democrazia è che l’esercizio della “professione” politica si fa un appannaggio riservato a una cerchia sempre più elitaria, dunque più corrotta e corruttibile dai grandi potentati economici sovranazionali, esenti da ogni azione di controllo esercitabile dalle masse popolari.

In tal modo le democrazie occidentali, esistenti solo sulla carta, degenerano in forme oligarchiche controllate da comitati d’affari formati dalle corporation multinazionali e dai padroni incontrastati del capitalismo bancario e finanziario.

Pertanto, di caste privilegiate e corrotte non c’è solo quella politica. Lungi da me l’idea di difendere la casta politica. Tuttavia, ci sono altre caste parassitarie che sono addirittura peggiori, molto più corrotte e potenti della casta politica.

Si pensi solo all’alto clero, che usufruisce di franchigie speciali quali l’esenzione da varie imposte, tra cui l’oscena dispensa dal pagamento dell’ICI sugli immobili ecclesiastici.

Si pensi alle colossali rendite godute dall’alta finanza, ai profitti totalmente detassati che causano la rovina di milioni di piccoli risparmiatori. In genere si tratta di onesti lavoratori, illusi e sedotti dalle “sirene mediatiche” degli investimenti in borsa, alla ricerca di “facili fortune”, mentre li attende solo la peggiore delle iatture: il crack finanziario. Si pensi alle grandi speculazioni borsistiche che, nel giro di pochi giorni, hanno mandato in rovina intere nazioni, intere regioni continentali come il Sud-Est asiatico o vaste aree dell’America Latina: si pensi al crack argentino di qualche anno fa.

Si pensi alle popolazioni dell’Africa, letteralmente stremate dallo sterminio alimentare, stritolate dai debiti su cui speculano i pescecani dell’alta finanza internazionale. Si pensi a queste inaudite forme di parassitismo generato dall’establishment capitalistico globale: un insieme di caste parassitarie e speculative che prosperano a spese della stragrande maggioranza del genere umano. Un sistema affaristico che schiaccia i diritti più elementari degli esseri umani, che stentano persino a sopravvivere fino al tramonto.

Nell’abbrutimento causato dall’alienazione, dalla servitù e dallo sfruttamento, nell’imbarbarimento provocato dalla logica criminale del profitto, miliardi di esseri umani sono costretti nella condizione più abietta e intollerabile, ridotti allo stato brado: l’uomo è condannato ad essere la più feroce tra le belve.

Lucio Garofalo

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La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.

Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.

La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell’ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe. 

Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.

Per comprendere tali  fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.

In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.

Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.

Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.

Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.

Lucio Garofalo

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La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dell’occidente. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i “buoni” e i “cattivi”. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della “fede religiosa” (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della “civiltà” e del “progresso” (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della “libertà” e della “democrazia” in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo

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A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.

E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.

Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.

Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.

Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.

In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: “una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni”. Questo è un modello  di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.

Dunque, l’antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Brunetta e i loro lacchè.

Lucio Garofalo

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