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Archive for the ‘terre madri’ Category

In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all’ambiente e all’economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto” come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l’insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

Negli anni ’80 l’Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto “uomo del monte”, il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l’Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all’appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. All’interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all’inizio degli anni ‘90.

Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un’azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

Lucio Garofalo

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Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.

Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone.

Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia.

In Irpinia affiorano vari segnali che denunciano un impoverimento del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. L’Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive occupazionali per l’avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità ed agibilità democratica.

Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione.

E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell’emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale.

Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al “sovversivismo delle classi dirigenti” di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società.

Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un “liberismo” più di facciata che di sostanza, nel senso che sono “liberisti” a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono “antiliberisti”, “protezionisti” e “statalisti” quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell’odierna fase recessiva.

Tornando al quesito originario – quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico.

Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto.

La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all’impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.

In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.

Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.

Lucio Garofalo

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Il concetto di Shoah, che in lingua ebraica significa “distruzione”, o “calamità”, nell’accezione di una sciagura inattesa, è un’altra forma adottata per indicare l’Olocausto. Molti Rom usano il termine Porajmos, ”grande divoramento”, o Samudaripen, ”genocidio”, per definire lo sterminio nazista. Oggi la voce “olocausto” è impiegata anche per esprimere altri genocidi, avvenuti prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, e designare qualsiasi strage pianificata di vite umane, come quella causata da un conflitto atomico, da cui discende l’espressione “olocausto nucleare”. Talvolta la nozione di “olocausto” serve per descrivere il genocidio armeno e quello ellenico, che provocò lo sterminio di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923. Tuttavia, in questa occasione mi interessa resuscitare la memoria di altre esperienze storiche in cui furono consumati orrendi eccidi di massa troppo spesso dimenticati dai mass-media e dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e a quello dei “Pellerossa” del Sud Italia, cioè i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da un milione di Pellerossa riuniti in 400 tribù e circa 300 famiglie linguistiche. I coloni penetrarono nelle sterminate praterie e praticarono una spietata caccia ai bisonti, il cui numero calò drasticamente rischiando l’estinzione. I cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce e altro. Ma la strage degli Indiani fu espletata dall’esercito statunitense per espandersi all’interno e nel West del Nord America. I soldati cacciarono i nativi dalle loro terre compiendo orribili massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa furono letteralmente annientati. Oggi i nativi nordamericani non formano più una nazione, essendo stati espropriati della terra, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive ghettizzata in riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile accomuna i Pellerossa ai Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono uccisi, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma i Meridionali erano cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra e doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per asservirlo e invaderne il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d’Europa.

I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe inizio la rivolta dei Briganti e dei contadini. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a danno dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite dalle false promesse dell’“eroico” mercenario e massone, Giuseppe Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni, non intendo comparare il fenomeno del Brigantaggio post-unitario alla Resistenza partigiana del 1943-1945. Per varie ragioni, anzitutto perché nel primo caso si trattò di una vile aggressione militare, di una guerra di rapina e di conquista che ebbe una durata molto più lunga della guerra civile tra fascisti e antifascisti: l’intero decennio dal 1860 al 1870. I briganti meridionali furono costretti ad ingaggiare una strenua resistenza che provocò eccidi spaventosi, in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato contro le popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente, dando luogo al fenomeno dell’emigrazione di massa dei contadini meridionali. Un esodo biblico, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi ovunque nel mondo, facendo la fortuna di molte nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Australia, ecc.

Se si intende equiparare ad altre esperienze storiche la vicenda del brigantaggio e la feroce repressione sofferta dal popolo meridionale, credo che l’accostamento più giusto sia quello con i Pellerossa e le guerre indiane combattute nello stesso periodo, verso la fine del XIX secolo. Guerre sanguinose che causarono stragi e delitti raccapriccianti contro i nativi nordamericani. Un genocidio dimenticato, come quello a scapito del popolo del Sud Italia. Nel contempo condivido solo in parte il giudizio circa il carattere anacronistico e antiprogressista, delle ragioni storiche, politiche e sociali, all’origine della resistenza combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre retrivo e conservatore. E’ in parte vero che dietro le azioni di guerriglia compiute dai briganti si riparavano gli interessi di un blocco reazionario, filo-borbonico e sanfedista. Tuttavia, inviterei ad approfondire le motivazioni e le spinte che animarono l’aspra lotta dei briganti e dei contadini ribelli contro gli invasori sabaudi.

Non intendo annoiare i lettori con le cifre sui primati del Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione ecc., né mi sembra opportuno esternare sciocchi sentimenti di nostalgia verso una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, verso un passato di barbarie e oscurantismo, oppressione e asservimento delle plebi rurali del Sud. Ma un dato è certo: la dinastia sabauda era più rozza e ignorante, meno moderna di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno dei Savoia, tant’è vero che costituiva un boccone appetibile per le maggiori potenze europee del tempo, Francia e Inghilterra in testa. Questo è un tema complesso e controverso, che esige un approfondimento adeguato.

Concludo con una breve chiosa sulle presunte tendenze progressiste incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dell’odierno Stato europeo. Non mi pare che tali processi abbiano assicurato un autentico progresso sociale, ideale e civile, ma hanno favorito uno sviluppo economico ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti. Intendo dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale e ora a livello europeo, non coincide con l’integrazione dei popoli e delle culture, sia locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente progressiste e rivoluzionarie, devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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Se provassi a ragionare sui problemi concreti dell’Irpinia e mi addentrassi troppo nel merito, temo che rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un malcostume tipico dei politici è esattamente quello di sentirsi facilmente “diffamati” o “calunniati”, querelando chiunque osi affermare una verità riconosciuta da tutti, ma sottaciuta, sempre malintesa e confusa con la menzogna, respinta come una “accusa infamante”.

Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più “oasi felici”, oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  le nostre comunità.

I dati Istat, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli italiani poveri hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della povertà assoluta in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della povertà relativa negli ultimi anni, soprattutto al Sud, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.

Infatti, se in Italia le cose vanno male, al Sud vanno sempre peggio. “Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese”, spiega Nicoletta Pannuzi, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.

Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda  sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la povertà registra un incremento allarmante a causa della crisi: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.

In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.

Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.

Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell’interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L’imposizione di una visione  della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo. 

A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all’aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un’interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.

L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.

Il mio “pessimismo cosmico” è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.

Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.

L’attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.

L’Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l’autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all’esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il “pensiero unico” dell’homo economicus, tipico dell’ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all’interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d’uomo.

Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un’accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.

La schizofrenia e l’atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una  profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale. 

Lucio Garofalo

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Le occasioni sprecate

Il 23 novembre di quest’anno ricorre il 29esimo anniversario del terremoto che scosse con violenza un vasto territorio del Sud Italia, il cui epicentro fu individuato in un’area compresa tra l’Irpinia e la Lucania, precisamente a Conza della Campania. Il sisma, caratterizzato da una fortissima intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli e da una magnitudo 6,9 della scala Richter, investì con furia numerosi paesi, spazzando via in pochi attimi intere comunità e decimando le popolazioni locali. Per comprendere la devastante potenza sprigionata dal terremoto del 1980, basta compiere una semplice analisi comparativa con quello dell’Abruzzo, che ha raggiunto i 5,8 gradi della scala Richter. Nel complesso si contarono quasi 300 mila senzatetto, oltre 2 mila morti e quasi 10 mila feriti. Tra i centri maggiormente disastrati vi furono Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Caposele e Calabritto.

Dunque, 29 anni fa si è consumata un’immane tragedia, la peggiore sciagura che abbia colpito l’Italia meridionale nel secolo scorso. Si trattò di un cataclisma senza precedenti, le cui traumatiche conseguenze non furono provocate solo da cause naturali, ma anche da precise responsabilità umane, cioè da scelte di ordine politico, economico, antropico e culturale. Il fenomeno tellurico che sconvolse le nostre zone fu senza dubbio di una potenza inaudita, ma le speculazioni affaristiche, l’incuria e l’irresponsabilità degli uomini nella costruzione e nella manutenzione delle abitazioni e degli edifici pubblici, le lentezze, i ritardi, l’impreparazione della macchina organizzativa dei soccorsi statali nella fase dell’emergenza post-sismica (quando serviva rimuovere con urgenza i cumuli di macerie e salvare eventuali superstiti), contribuirono non poco ad aggravare i danni e ad accrescere in modo agghiacciante il numero dei morti e dei feriti.

Per gli abitanti dell’Irpinia il terremoto del 1980 rievoca emozioni intense, un misto di cordoglio, tristezza e turbamento, di angoscia, inquietudine e rabbia. Il ritorno ad una vita “normale” è stato un processo assai lento ed ha richiesto lunghi anni trascorsi in una condizione di permanente provvisorietà emergenziale, che ha visto numerose famiglie crescere i propri figli fino alla maggiore età, se non addirittura oltre, nei container con le pareti rivestite d’amianto. Il completamento della ricostruzione, lo smantellamento e la bonifica delle aree prefabbricate sono interventi che appartengono alla storia recente. Inoltre, l’opera di ricostruzione degli alloggi e degli agglomerati urbani non è stata accompagnata da un’effettiva volontà e capacità di ricostruzione del tessuto della convivenza civile e democratica, da un indirizzo politico che contenesse scelte mirate a ricucire una rete di sane relazioni interpersonali, a recuperare gli spazi di aggregazione e di partecipazione sociale che rendono vivibili le strutture abitative.

Il terremoto del 1980 ha straziato e scompaginato l’esistenza di intere generazioni di giovani, ha impressionato le percezioni più elementari, imprimendosi nella memoria e nelle coscienze individuali, agendo nella sfera più nascosta delle sensazioni interiori. I cambiamenti prodotti dalle viscere della terra, intesi soprattutto in termini di abiezione e degrado sociale, si sono insinuati nell’intimità degli affetti, nei gesti e negli atteggiamenti più comuni, penetrando negli stati d’animo e nelle normali relazioni quotidiane, degenerando in una sorta di imbarbarimento e regressione antropologica.

A distanza di anni, continuano a perpetuarsi l’organizzazione e l’arroganza del potere politico clientelare che continua a ricattare i soggetti più fragili e indifesi, condizionando e riducendo la libertà di scelta delle persone, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli individui e creando vasti serbatoi di voti tra le masse popolari. Tali rapporti di forza si sono conservati in modo cinico, sopravvivendo indisturbati alle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e agli scandali dell’Irpiniagate.

A partire dagli anni ‘80, attingendo ampiamente agli ingenti finanziamenti stanziati dal governo per la ricostruzione, fu varato un folle piano di industrializzazione forzata delle zone di montagna. Si progettò la dislocazione di macchinari installati nel Nord Italia all’interno di territori tortuosi, difficilmente accessibili e praticabili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e di comunicazioni, in cui i primi soccorsi inviati dallo Stato nella fase dell’emergenza stentarono ad arrivare.

Si è innescato in tal modo un processo di perenne sottosviluppo economico e sociale che nel tempo ha rivelato la propria natura sinistra ed alienante, i cui effetti hanno arrecato guasti irreparabili all’ambiente e all’economia locale, che era prevalentemente agricola e artigianale. Occorre ricordare che sul versante strettamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso, maldestro ed irrazionale. Tale risultato si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico globale, cioè in una fase di ristrutturazione tecnologica post-industriale delle economie più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e macchinari ormai obsoleti nelle aree economicamente più depresse e sottosviluppate come, ad esempio, il nostro Meridione.

A scanso di eventuali equivoci, chiarisco che non intendo affatto proporre un’esaltazione acritica del feudalesimo o delle società arcaiche ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare solo barbarie e sottosviluppo, né intendo esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu di pena ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine. Invece, mi interessa comprendere l’attuale società a partire da un’analisi storica onesta, lucida ed obiettiva. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico, da una democrazia pseudo liberale e solo formale, da un benessere artefatto, in quanto corrotto e mercificato, di tipo prettamente consumistico.

Infatti, non si può negare che la “modernizzazione” delle zone terremotate sia stata una conseguenza ritardata e regressiva del processo di ristrutturazione tecnico-produttiva delle economie capitalisticamente più forti del Nord Italia e del Nord del mondo, la cui ricchezza e il cui potere derivano da un sistema di sviluppo che genera solo fame e miseria, guerra ed oppressione, inquinamento, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, identificate come “Sud del mondo”, in cui occorre includere anche il Mezzogiorno d’Italia. A maggior ragione il ragionamento è valido se riferito alla modernizzazione fittizia come quella avvenuta nella fase storica della ricostruzione in Irpinia. Sotto il profilo economico quella irpina non è più una società rurale, ma non è diventata nulla di effettivamente nuovo ed originale, non si è trasformata complessivamente e spontaneamente in un’economia industrializzata, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali come quelle che animano le dinamiche e i processi di sviluppo, irrazionali e senza regole, che si sono verificati sul territorio locale.

Da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche come il clientelismo e la camorra, ma pure nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica. Come sappiamo, il fenomeno dell’emigrazione si è “modernizzato”, nel senso che si ripresenta in forme nuove, più serie e complesse del passato. Infatti, un tempo gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti, mentre oggi sono giovani con un alto grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato aiutavano le loro famiglie d’origine, a cui speravano di ricongiungersi quanto prima, i giovani che oggi fuggono via lo fanno senza la speranza e l’intenzione di far ritorno nei luoghi nativi, anzi spesso si stabiliscono altrove e creano le loro famiglie laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, è un’emigrazione di cervelli, cioè di giovani laureati sui quali le nostre comunità hanno investito ingenti risorse materiali e intellettuali. Questo è il peggiore spreco di ricchezze per le nostre zone. Spaesamento e spopolamento sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che segnano in modo rovinoso la storia delle aree interne meridionali negli ultimi decenni.

A questo punto non si può fare a meno di chiedere di chi sono le responsabilità, che appartengono a vari soggetti, in primo luogo ad un ceto politico che ha gestito la ricostruzione in Irpinia, conquistando il peso della classe dirigente nazionale, formandosi attorno ai massimi esponenti del potere politico locale e nazionale. Basta citare i nomi dei dirigenti della Democrazia cristiana irpina che hanno occupato posizioni di rilievo nell’ambito del partito e sono tuttora affermati ai più alti livelli politico-istituzionali. 

Il mio modesto contributo è anzitutto quello di provare ad interpretare e conoscere la realtà, ma anche quello di provare a modificarla. La speranza di riscatto delle nostre popolazioni deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da promuovere necessariamente in sede politica. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, tentando di migliorare il mondo circostante. In questa prospettiva l’intellettuale, da solo, è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze sociali presenti nella realtà storica in cui vive.

Lucio Garofalo

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Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, di contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di transizione convulsa verso un mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o peggiore di quello esistente.

Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti ed isolati del pianeta, provengono segnali caotici che inducono a pensare che stiamo vivendo una fase storica di trapasso verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti categorie politiche, filosofiche, etiche, spirituali, potrebbero essere rovesciate, quantomeno di senso.

Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di carattere ottusamente protestatario rischia di invertirsi nel suo valore opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si inverte nel suo termine contrario, cioè l’obbedienza. Il falso progresso copre in realtà un pericoloso regresso. La verità cela la menzogna. E via discorrendo.

A me pare che in questo discorso risuoni l’eco di “vecchie”, ma ancora attuali, riflessioni pasoliniane come quelle contenute negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita, cioè nel 1975, Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia del suo tempo, distrutta esattamente come l’Italia del 1945, che per certi versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana.

Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un inarrestabile degrado: la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere, più totalitario, feroce e brutale di ogni fascismo; le distruzioni operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa ansia di conformismo; le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti.  A conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società possono, purtroppo, regredire.

Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (non mi riferisco solo alle vicende campane, alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una spazzatura molto peggiore, di tipo morale e politico?

Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale, cioè in Campania, e sul piano nazionale. 

Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come quello suggerito e proposto da Pasolini nelle Lettere luterane.

Il grande Processo (la P maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo”), rivolto contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne …”. Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo imperniato sul mondo degli italiani del 1975 (e del 2008).

Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale, disumanizzante, distruttiva.

Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano, ossia simbolico, allegorico, letterario ed immaginario, ad un Palazzo kafkiano. L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta scandaloso e in uno stile da poeta, che si avvale di anafore, iperboli, iterazioni, che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”

Mi domando cosa scriverebbe lo “scandaloso” Pasolini contro gli odierni scandali politici e morali del nostro Paese, contro l’immane scempio di un territorio sommerso ed avvelenato dalle scorie e dagli scarti d’ogni genere, industriali, chimici, nucleari.

Ma ancora di più mi chiedo cosa direbbe Pasolini contro lo scandalo di un’immondizia senza dubbio più fetida, putrida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta ed ignorante d’Europa, composta da una banda affaristica e criminale che infesta e corrompe ormai da anni l’intera nazione. Un’associazione a delinquere legalizzata, che rivendica il fatto di aver ricevuto dal “popolo” una legittimità “democratica”, scambiata evidentemente come un’autorizzazione a delinquere, quasi una “licenza di uccidere”.

Licenza di uccidere ed annientare, in senso neanche tanto metaforico, quel poco che resta dei diritti, delle garanzie e delle libertà politiche e sindacali, gli elementi residuali di una legalità democratica sancita solo formalmente dalla Costituzione, le leggi a tutela delle categorie economicamente più deboli e svantaggiate, il tessuto già fragile della pacifica convivenza civile tra le persone, ogni parvenza di progresso e di emancipazione.

Lucio Garofalo

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Mi soffermo ancora una volta sulla questione sollevata recentemente dall’assessore alla cultura del Comune di Lioni, Salvatore Ruggiero, in un articolo apparso sul blog Tele Lioni per provare ad approfondire alcuni aspetti relativi al fenomeno del “disagio”, più esattamente mi riferisco al problema delle dipendenze da alcool e droghe di vario tipo.

Anzitutto preciso che il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata nelle nostre zone, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.

Tale scelta, che sembra coincidere con l’orientamento autoritario ed ultra-proibizionista del governo Berlusconi, non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati. È indubbio che alcune sostanze come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente accresciuta.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, ossia vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti vandalici e criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e causando una spirale di violenza. Tale riflessione va senza dubbio approfondita in altre sedi, in maniera lucida e razionale, esente da qualsiasi tipo di condizionamento, specialmente di ordine emotivo.

Non si può rimanere indifferenti, delegando ogni responsabilità ed ogni onere esclusivamente alle forze dell’ordine. Penso che si debba rilanciare l’iniziativa politica democratica per sollecitare anzitutto un’opera di analisi e di riflessione collettiva, per costruire un vasto momento di confronto pubblico che coinvolga la nostra gente, i giovani, le varie agenzie politiche, istituzionali, sociali, culturali e formative, presenti sul territorio. Credo che si debbano sostenere tutte le idee, i progetti e le azioni tese ad indagare seriamente il fenomeno delle tossicodipendenze per conoscerlo nelle sue effettive dimensioni locali e nella sua reale consistenza e pericolosità sociale.

A tale scopo si dovrebbe finalmente porre in essere l’istituzione di un “osservatorio territoriale” formato soprattutto da elementi esperti, ossia da una serie di figure professionali – psicologi, sociologi, medici, educatori ed operatori di strada -, ma anche da rappresentanti della politica locale. Tale gruppo dovrà essere messo in condizione di studiare con efficacia il fenomeno, agendo con cautela nei riguardi delle famiglie interessate, per dare risposte incisive e concrete ai soggetti in difficoltà. Occorrerà discutere e decidere se questo “osservatorio” possa avere un raggio d’azione sovra-comunale, e da quali istituzioni potrebbe e dovrebbe essere promosso e finanziato.

Si tratta quindi di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte brutali, repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune – come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti” – , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere educativo e socio-culturale, da un lato, ed una grave emergenza medico-sanitaria, dall’altro.

Sulla base di quanto detto finora, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

1)    avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

2)    intraprendere una serie di azioni per mettere il nostro territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica nelle nostre zone, di fronte al degrado esistente. A tale riguardo si potrebbe chiedere all’ASL-AV1 l’istituzione di un Sert nel territorio dell’Alta Irpinia, dato che il più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di sollecitare un serio dibattito pubblico a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che richiede nuovi ed incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, che finora non sono ancora stati concepiti, e tantomeno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate. 

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie, e tantomeno inutili o superflue.

È noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, della condizione esistenziale giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale. Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà e dell’adolescenza descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale.

Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto – sia esso il padre, il professore, il mondo degli adulti in generale – l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino.

Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione. 

E’ possibile che tale processo di maturazione ed emancipazione non si concluda mai, nel senso che una personalità davvero libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, ribellarsi e disobbedire, per difendere e riaffermare la propria dignità, libertà e vitalità.

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in generale, di un simile atteggiamento e un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e disobbedienza, un complesso di sentimenti ed attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della personalità umana. Mancando tali dinamiche psicologiche ed esistenziali, temo che ci si debba allarmare, in quanto non avremmo formato una personalità effettivamente autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può causare una situazione davvero preoccupante? Secondo gli psicologi, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, ossia in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando genera una condizione estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale. 

In questa visione complessiva, le tossico-dipendenze (intese in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituiscono una delle manifestazioni patologiche, devianti e autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, autonomo e maturo, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica e del soggetto in crisi. 

Anche nelle nostre comunità negli ultimi anni il fenomeno delle tossicodipendenze giovanili – che, ripeto, si configurano soprattutto nella forma dell’alcool-dipendenza, ma non solo – è cresciuto a dismisura ed è estremamente avvertito all’interno della nostra realtà quotidiana. Ciò vale per l’intero territorio circostante, che fa capo a Lioni.

A questo punto, proviamo ad esaminare le cause che si presume possano essere all’origine della condizione del “disagio giovanile”, nello specifico delle realtà locali. In linea di massima, i principali fattori che possono determinare situazioni di disagio e, degenerando, di devianza, sono riconducibili (sinteticamente e schematicamente):

  1)    alle problematiche ed alle contraddizioni familiari;
  2)    alla marginalità socio-economica;
  3)    alla deprivazione culturale;
  4)    alla carenza, sul territorio, di offerte di socializzazione e di aggregazione nel tempo libero;
  5)    all’assenza ed alla genericità dei programmi di formazione professionale;
  6)    ad atteggiamenti di emulazione di fronte alla devianza.

Le cause sopra elencate sono state rilevate e descritte in “Un’indagine sulla condizione giovanile nelle province di Avellino e Benevento”, un prezioso documento dal titolo “Giovani e condizionamenti ambientali”, patrocinato dal Consorzio Interprovinciale Alto Calore, la cui stampa risale al mese di Marzo 2000 (sono riuscito a leggerne una copia disponibile presso il servizio Informagiovani di Lioni). Tale analisi si conferma valida anche nell’odierna situazione, considerando i tragici episodi che hanno segnato la cronaca locale degli ultimi anni nelle zone dell’Alta Irpinia.

Non m’illudo di aver esaurito un argomento tanto vasto, complesso e difficile, né di aver fornito la soluzione “magica” per una simile emergenza sociale. Tuttavia mi auguro di riuscire a lanciare un input utile a promuovere una riflessione più ampia e approfondita, ma soprattutto corale, in merito a problematiche che ormai fanno parte della nostra realtà quotidiana, che lo si voglia riconoscere o meno.

Lucio Garofalo

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