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Archive for the ‘inganni e menzogne’ Category

Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

 

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

 Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all’interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

 I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d’Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze.

 Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

 Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

 Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

 In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

 Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.

Lucio Garofalo

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L’orribile cataclisma che si è abbattuto sul popolo giapponese deve indurci ad una profonda autocritica politica, filosofica ed esistenziale della nostra civiltà per constatare anzitutto la finitezza della condizione umana, riflettere sul rapporto tra la vulnerabilità dell’essere umano e la potenza smisurata della natura e prendere atto che la nostra tecnologia, per quanto avanzata possa essere, evidenzia una serie di limiti e di carenze oggettive che soccombono di fronte alla furia spaventosa degli elementi naturali.

Ma proviamo a ricostruire brevemente i fatti accaduti per ricavarne, se possibile, alcuni preziosi insegnamenti che potrebbero servire all’intera umanità, a patto che questa sappia e voglia comprendere il senso e la lezione trasmessa dai recenti avvenimenti.

Il popolo giapponese è abituato da secoli a convivere con il rischio perenne di terremoti spaventosi ed ha imparato a fronteggiare come nessun altro paese al mondo le dolorose conseguenze causate dalle forze naturali contro cui l’umanità è da sempre costretta a confrontarsi. Non a caso il Giappone è all’avanguardia nel settore delle tecnologie antisismiche e costituisce un modello da seguire per tutti i popoli che abitano la Terra.

 

Nei giorni scorsi il Giappone è stato colpito da una serie impressionante di eventi sismici, tra cui la scossa più violenta è durata 400 secondi ed ha sprigionato un’energia assai elevata, con una magnitudo pari a 8.9 della scala Richter. In parole semplici, l’intensità sismica è stata 20 mila volte superiore al terremoto che distrusse L’Aquila e che raggiunse una potenza di 5.8 gradi della scala Richter. Dopo quella più forte in Giappone si sono registrate numerose scosse di assestamento che hanno superato i 6 gradi Richter.

 Se un terremoto simile si fosse verificato in qualsiasi altra parte del mondo, avrebbe provocato un eccidio inimmaginabile, mentre il Giappone ne è uscito praticamente illeso non avendo subito vittime, tranne un paio di decessi che pare siano dovuti ad infarto cardiaco. Purtroppo, al sisma ha fatto seguito uno tsunami di una forza inaudita che ha investito le coste nord-orientali dell’arcipelago giapponese, penetrando nell’entroterra in un raggio di oltre 5 chilometri con intere città allagate e villaggi rurali sommersi dalle acque e decine di migliaia di morti e dispersi. Dunque, lo tsunami ha arrecato il maggior numero di danni ed ha fatto strage tra le popolazioni stanziate lungo le zone costiere.

 Come se ciò non bastasse, si sono verificate violente esplosioni in alcune centrali atomiche che hanno generato il pericolo di una catastrofe ambientale e sanitaria, per cui l’allarme e la protesta che si vanno diffondendo in queste ore nel mondo contro lo sfruttamento dell’energia nucleare, sono assolutamente inevitabili e più che giustificati.

 Le considerazioni da fare sono molteplici, alcune “confortanti”, altre un po’ meno. Anzitutto occorre prendere atto che la vicenda giapponese fornisce la conferma che anche l’evento sismico più devastante, per quanto imprevedibile, può essere contenuto nei suoi effetti catastrofici mettendo in sicurezza le abitazioni che non sono a norma e costruendo gli edifici pubblici e privati con criteri rigorosamente antisismici come quelli applicati da anni in Giappone, che hanno dimostrato di reggere alle prove più terribili.

Questo è il dato positivo, che ci conforta nella misura in cui attesta che è possibile salvaguardare la vita umana e l’integrità degli agglomerati urbani rispetto alle conseguenze prodotte da un sisma di quelle dimensioni, mentre una riflessione negativa si deve avviare di fronte all’incontenibile furia di uno tsunami. La constatazione di un’evidenza così innegabile deve spingerci ad ammettere i limiti e le debolezze insite nell’attuale modello di sviluppo che esalta oltremodo una tecnologia che pretende di asservire e subordinare la natura e l’uomo alla logica cinica ed affaristica del capitale.

 Un discorso a parte merita la questione delle centrali atomiche e l’uso dissennato dell’energia nucleare. Infatti, mentre i terremoti e i maremoti sono disastri naturali assolutamente inevitabili, benché gli effetti siano arginabili e ridimensionabili almeno nel caso dei fenomeni tellurici, i rischi derivanti dal ricorso all’energia atomica sono evitabili in quanto si tratta di una scelta che dipende dalla volontà politica degli Stati.

Il dato più allarmante consegnatoci dai mezzi di informazione concerne l’esplosione alla centrale atomica di Fukushima n. 1, con il nocciolo del reattore che rischia la fusione, l’impianto di raffreddamento del reattore n. 2 ufficialmente fuori uso, alcune quantità di cesio radioattivo rilasciato nell’ambiente esterno, decine di persone già contaminate dalle radiazioni e non si sa cos’altro sia successo. Inoltre, una nuova esplosione si è verificata nell’impianto di Fukushima durante la notte scorsa, danneggiando il reattore 3 e destando forti timori e preoccupazioni. Lo stesso governo nipponico è stato costretto ad avvisare stampa e opinione pubblica rispetto al rischio di fusione nel reattore n. 3.

 Il presidente della Camera Gianfranco Fini, ospite del programma “L’Intervista” condotto da Maria Latella su Sky Tg24, a proposito delle ripercussioni “emotive” che potrebbero condizionare il rilancio del nucleare in Italia, ha dichiarato: “Il mio auspicio è che non si decida solo sull’onda dell’emozione”. Ricordo che anche in seguito al disastro di Chernobyl si disse che non bisognava decidere emotivamente e che si trattava di una centrale arretrata dal punto di vista tecnologico. Cosa che non vale nel caso degli impianti giapponesi, per cui è certo che la decisione più saggia sia quella di rinunciare all’impiego dell’energia atomica. Alla faccia della lobby di scienziati, politici e affaristi fautori del ripristino del nucleare in Italia in un momento in cui altrove si discute l’ipotesi di superare definitivamente lo sfruttamento delle fonti energetiche nucleari.

In conclusione, non è “sciacallaggio” l’atteggiamento di chi rileva i pericoli concreti legati allo sfruttamento del nucleare alla luce della drammatica esperienza giapponese, ma il cinismo e l’affarismo che alimentano la propaganda condotta negli ultimi anni per convincere l’opinione pubblica italiana ad accettare l’inganno sinistro delle centrali nucleari come soluzione, puramente illusoria, dei problemi energetici del nostro paese. 

Lucio Garofalo

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Da tempo esiste oggettivamente un’allarmante vertenza in Irpinia, che si estrinseca in una serie di gravi emergenze di natura ambientale, sociale, economica e politica. Si pensi anzitutto alla cosiddetta “emergenza demografica”, cioè al calo inarrestabile della popolazione irpina, provocato non solo dalla drastica diminuzione delle nascite, ma anche dal nuovo fenomeno dell’emigrazione giovanile, di tipo intellettuale. Tali fattori concorrono allo spopolamento crescente dei paesi irpini, tranne pochi casi virtuosi ma isolati, che appaiono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori immigrati extracomunitari o provenienti da altre province, soprattutto dall’hinterland napoletano.

Si pensi al problema della disoccupazione (il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia ha superato il 50 per cento), della precarietà economica sempre più estesa, di cui nessuno si preoccupa e che nessuno a livello istituzionale è intenzionato ad affrontare.

Ma su tutte le questioni spicca la cosiddetta “emergenza sanitaria”, che si traduce nell’infausta decisione di sopprimere i presidi ospedalieri di Sant’angelo dei Lombardi e di Bisaccia, che servono un bacino di utenza pari ad almeno cinquantamila abitanti.

Queste e altre emergenze irrisolte, come quella scolastica o quella esistenziale (si pensi all’aumento delle tossicodipendenze e dei suicidi giovanili), al di là delle molteplici responsabilità locali, si possono ridurre ad un comune denominatore, identificabile nell’assenza, o nella riduzione, degli spazi di agibilità democratica avvertita nel nostro Paese. Si tratta di un fenomeno preoccupante che va ascritto a livelli sovrapposti di responsabilità, derivanti dalle iniziative demagogiche assunte dal governo in carica. 

Si pensi alla pesante emergenza ambientale, che riesplode in Campania a causa del mancato smaltimento dei rifiuti napoletani: si pensi dunque al problema delle discariche di Savignano Irpino, dell’altopiano del Formicoso ed altri siti della nostra provincia.

A questo punto è il caso di soffermarsi a riflettere con lucidità intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti riesplosa drammaticamente a Napoli, per smaltire anzitutto le (eco)balle, cioè le menzogne che ci stanno di nuovo propinando senza risparmio. Balle gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa borghese, sia dalle forze politiche formate da varie aggregazioni, che si tratti di coalizioni targate centro-destra, o si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare.

La madre di ogni quesito è la seguente: cui prodest? A chi giova la logica emergenziale che ogni tanto riaffiora e si tenta di imporre con ogni mezzo, ricorrendo sia alla disinformazione di massa, alla manipolazione quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista, sia al ricatto e alla violenza repressiva istituzionalizzata?

Perché si insegue ad ogni costo lo scontro fisico con le popolazioni locali e non il dialogo pacifico? A chi conviene provocare uno stato di conflittualità permanente? A chi fa comodo creare una situazione così assurda e caotica, al limite della dittatura, peggiore di ogni fascismo conclamato e di ogni aperto totalitarismo perché più ipocrita e subdolo, esercitato in concreto, ma formalmente riparato sotto le vesti di una falsa “democrazia”?

Ormai è evidente che la cosiddetta “emergenza rifiuti” è solo un facile pretesto per instaurare nel paese una drastica svolta in senso autoritario. E’ in atto uno stato di polizia permanente che fa capo ad un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova “strategia della tensione”, che mescola istanze e pulsioni xenofobe, urgenze di stampo sicuritario, con vertenze esplosive quali la drammatica questione dei rifiuti.  

Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia è anzitutto quella democratica. Ormai è un dato di un’evidenza assolutamente innegabile: non si può fare a meno di constatare l’assenza di un’autentica forza di opposizione politica e sociale, in grado di costruire un’alternativa seria e credibile al sistema di potere imposto dal berlusconismo.

In un contesto di crescente regressione autoritaria e populista sul piano nazionale si va delineando  una tendenza storica involutiva causata dalla recessione economica internazionale, a sua volta riconducibile alla crisi strutturale e senza precedenti che coinvolge il sistema capitalistico su scala planetaria, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree più arretrate e depresse del Meridione, in modo particolare sul mondo del lavoro produttivo, a scapito quindi della classe operaia, cioè di quel proletariato composto in modo crescente da lavoratori immigrati, un proletariato sempre più precario e malpagato, escluso dalla sfera del potere politico ed economico.

Se non si comincia a combattere in modo serio ed efficace le emergenze che affliggono le nostre comunità e soprattutto le classi lavoratrici, difficilmente si potrà estirpare alla radice il malessere sempre più diffuso che angoscia le giovani generazioni irpine. Sembra che l’ottimismo sia ormai un lusso riservato a pochi privilegiati, nella misura in cui le nuove generazioni, prigioniere dell’inquietudine e dello sconforto, non possono nutrire neanche la speranza verso un avvenire più sereno e soddisfacente, data la totale assenza di prospettive legate ad un lavoro decente e ad una vita degna d’essere vissuta. 

A causa della cittadinanza negata alle masse subalterne, i nostri giovani sono in gran parte costretti a mendicare favori che sono elargiti attraverso sistemi ereditati dal passato, sia per ottenere un lavoro a tempo determinato, precario e malpagato, privo di ogni diritto e tutela, sia per ricevere un normalissimo certificato, per cui i nostri diritti sono svenduti e sviliti in termini di volgari concessioni in cambio del voto politico a vita.

Questa mentalità clientelistica e fatalistica è un malcostume intrinseco alla “normalità” quotidiana, una situazione ritenuta “naturale” in base ad una legge di natura che in realtà non esiste. In effetti le leggi naturali non sono applicabili alla dialettica storica, che è segnata da tendenze e controtendenze sociali sempre mutevoli, che si intrecciano in un rapporto di reciproca interazione, per cui nulla è immutabile nella realtà storica e politica degli uomini, come si evince dalle esperienze rivoluzionarie del passato che hanno abolito i privilegi feudali e lo sfruttamento della servitù della gleba. Condizioni che per secoli gli uomini hanno accettato e riconosciuto come “giuste” e “ineluttabili”.

Purtroppo, anche in Irpinia la classe operaia conosce percentuali sconcertanti di omicidi bianchi, che denunciano un vero e proprio stillicidio di cui nessuno osa parlare. In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, in quanto asserviti ai notabili locali, dato che le assunzioni in fabbrica sono ancora decise secondo metodi clientelari. I segnali di una ripresa dell’iniziativa proletaria sono assai deboli, parziali e slegati tra loro; non vi sono attualmente organizzazioni politiche in grado di favorire un’accelerazione dei processi di presa di coscienza e di auto-organizzazione. Il proletariato (non solo quello irpino) non ha ancora acquisito fiducia in se stesso e non ha ancora rinunciato alle vane illusioni propinate dai mass-media e dai partiti borghesi.

Lucio Garofalo

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La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dell’occidente. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i “buoni” e i “cattivi”. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della “fede religiosa” (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della “civiltà” e del “progresso” (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della “libertà” e della “democrazia” in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo

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In Italia, negli ultimi tempi si è ripreso a discutere di “sessualità e politica” in virtù dei casi di cronaca che hanno coinvolto alcuni transessuali in relazione soprattutto all’ex governatore del Lazio, ma pure in seguito alle vicende scandalistiche che hanno investito altre personalità pubbliche, ultima in ordine di tempo Alessandra Mussolini. La quale si è lamentata (giustamente) degli ignobili  attacchi di tipo sessista provenienti da vari organi di stampa, in particolare si è indignata a causa di un vergognoso articolo scritto dal solito Vittorio Sgarbi ed apparso sul quotidiano “Il Giornale”, di proprietà del fratello di Silvio Berlusconi. Ebbene, pur comprendendo la reazione di rabbia e sdegno della Mussolini, non si può fare a meno di osservare che tale cultura sessista è riconducibile soprattutto, ma non esclusivamente, alla tradizione storica dello schieramento politico a cui la Mussolini si ricollega da sempre, cioè la destra. Certo, bisogna riconoscere che certi atteggiamenti e ragionamenti di stampo maschilista appartengono pure a molte persone che possono dichiararsi “di sinistra”. Nessuno osa negare l’evidenza di un simile dato di fatto. Tuttavia, mentre negli ambienti sedicenti “di sinistra” l’esternazione di una mentalità sessista viene biasimata e rigettata come una volgare indegnità, nel microcosmo di destra ne fanno addirittura un motivo di vanto.

Comunque, al di là di elementi di circostanza, vorrei soffermarmi su un tema politico e culturale di ordine più generale, che attiene al rapporto tra sessualità e politica.

Ricordo che l’Italia non si è ancora dotata di una legge sui DICO (Diritti e doveri dei Conviventi), che oltretutto sarebbero un misero surrogato dei PACS (Patto Civile di Solidarietà). Una normativa che ha trovato applicazione ovunque, in Europa e nel resto del mondo civile, eccetto che in Italia, in Grecia e in Polonia. Questi sono gli unici Stati che ancora risentono dell’influenza esercitata dal Vaticano. Il quale, prima ha azzerato il progetto dei PACS, quindi ha affossato il governo Prodi che voleva ratificare i DICO, annullando definitivamente l’ipotesi di legalizzare formalmente in Italia, sia pure con una legge capestro, le convivenze di fatto. Con tale espressione si designano non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle eterosessuali che rifiutano di consacrare la propria unione in chiesa e in municipio, rifiutando l’autorità del trono e dell’altare.

Non c’è dubbio che si tratta di un tema d’elite, in quanto interessa un’esigua minoranza di individui, e non certo la maggioranza delle persone, ma non si può rinunciare ad assumere una netta posizione critica di fronte all’attacco sferrato dal potere clericale contro le spinte e i movimenti progressisti che partecipano all’emancipazione civile, morale e culturale della società italiana, così come è avvenuto in altri Stati europei.

La curia pontificia ha scatenato tutto il suo potere politico, intervenendo con arroganza nel dibattito pubblico nazionale, minando la stabilità politica del paese, cancellando l’opera del governo Prodi in materia di DICO, intimidendo e ricattando l’azione legislativa per l’avvenire, esercitando una prova di forza assolutamente inaccettabile in uno stato di diritto, in un paese effettivamente laico e democratico. Per giungere infine a un duro antagonismo frontale con il movimento per i diritti dei gay, ingaggiando quindi una “lotta tra froci”, come un omosessuale dichiarato ha ironizzato in un’intervista rilasciata durante un programma trasmesso nel 2007 da una rete televisiva nazionale.

Rammento che il governo Prodi venne messo in minoranza su un tema di politica estera, malgrado alcuni giorni dopo, a “crisi” risolta, lo stesso Parlamento abbia votato a maggioranza bulgara il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Questa fu la conferma che il governo andò sotto per motivi estranei a questioni di politica estera e alle guerre in cui l’Italia è tuttora coinvolta, ma a causa di un’altra “guerra”, non dichiarata ma clandestina, mi riferisco ad un scontro organico alla società italiana.

In altre parole, si è svolto un regolamento di conti tra omosessuali liberi e coscienti, che rivendicano i propri diritti, e sodomiti non dichiarati, che da secoli praticano la pederastia nel segreto delle canoniche e delle sagrestie, dei monasteri e delle abbazie, ovunque vi siano curati, prelati, vescovi, priori, frati, seminaristi, catechisti ed ogni sorta di chierici costretti al voto di castità, cioè a logoranti ed insani periodi di astinenza sessuale. Pretaglia cresciuta all’interno di una cultura sessuofobica che contrasta con la storia dell’umanità. Una concezione che azzera la cultura dei secoli antecedenti al cristianesimo, quando in tutte le civiltà, dall’Egitto alla Grecia, dalla Persia all’India e alla Cina, la sessualità era vissuta liberamente, senza pregiudizi, tabù o inibizioni, senza inganni o menzogne, seguendo le tendenze insite nella natura umana.

Si sa che gli idoli femminili erano diffusi ovunque nell’antichità: si pensi ad Iside in Egitto, Afrodite in Grecia, Venere a Roma, Devi nella religione induista, la stessa vergine Maria, che nel paleo-cristianesimo era una figura ispirata alla dea Iside, divenuta poi Isotta. Una chiesa “votata” alla castità, oppure all’onanismo, alla pedofilia e alla sodomia più insana, in quanto mortificata, costretta alla clandestinità più aberrante.

In un contesto culturalmente omofobico e sessuofobico, che umilia e nega la sessualità, come viola la libertà dello spirito, le uniche alternative per prelati, monaci e suore, se di scelte si può parlare per chi è costretto al voto di castità, sono la masturbazione e l’onanismo, inteso come pratica anticoncezionale del coitus interruptus per impedire la procreazione, la pedofilia ed infine la pederastia. Infatti, le chiese e i monasteri di clausura sono da secoli teatro di scandali sessuali, di atti “innaturali” quali la pedofilia e altre depravazioni, nonché luoghi in cui dilagano gli abusi e le sevizie sessuali contro i deboli, in cui la pederastia si diffonde nella sua forma più oscena e perversa, in quanto vissuta morbosamente e in mala fede, di nascosto, nel terrore d’essere scoperti, nell’abiezione e nell’ipocrisia immorale e non, invece, nella libertà e nella trasparenza. 

Si sa che in Italia contano soprattutto le apparenze, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, che le contraddizioni e i mali non esistono in realtà se non sono riconosciuti formalmente, che basta nascondere il capo sotto la sabbia come gli struzzi per non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, che gli omosessuali sono “liberi di esercitare” a condizione che si eclissino ma, soprattutto, che non rivendichino alcun diritto.

Ma esiste davvero un solo tipo di famiglia, come sostengono i teocons e teodem? Oppure esistono diverse tipologie familiari, dalle coppie regolarmente sposate in chiesa a quelle coniugate solo civilmente, dalle unioni di fatto tra eterosessuali ai conviventi omosessuali? Se esistono altri tipi di rapporti familiari, destinati a diffondersi, perché non legittimarne l’esistenza? In nome di chi o cosa bisognerebbe opporsi? Forse in nome del “diritto naturale”? Ma questo è solo un’invenzione del giusnaturalismo, una dottrina filosofica e giuridica che asserisce l’esistenza di un complesso di norme di comportamento valide per l’uomo, ricavate dallo studio delle leggi naturali.

Rammento che in natura non esistono né la pedofilia, né la guerra tra esemplari della stessa specie, eppure sono pratiche diffuse nelle società umane. Così come in natura ci sono numerose specie che praticano la sodomia: basti pensare ai maschi sconfitti dagli esemplari dominanti, che non potendo accoppiarsi con le femmine della loro specie si devono accontentare di congiungersi con altri maschi. Ciò che esiste è invece il diritto positivo, in quanto creazione dell’ingegno umano, storicamente determinato dai rapporti di forza insiti nelle diverse società. L’opera di legislazione dell’uomo ha sancito le conquiste del progresso sociale per cui, ad esempio, la schiavitù non esiste più, almeno formalmente, essendo stata abolita dal diritto universale, mentre in passato era giudicata una prassi “naturale” e “inevitabile”.

Il familismo, inteso come esaltazione delle virtù della famiglia tradizionale, è il valore italiano per eccellenza, è un parto privilegiato della gerontocrazia, di una società invecchiata in cui comandano le generazioni più anziane, che hanno impedito in ogni modo l’accesso al potere per i più giovani, instaurando una vera dittatura. L’ideologia familistica è la più elementare tendenza conservatrice della società borghese, è un aspetto essenziale dell’ideologia tradizionale che proclama la difesa dei principi “Dio, Stato e famiglia” su cui s’impernia l’ordine costituito. La famiglia atomizzata, la famiglia nucleare borghese è l’estrema sintesi e rappresentazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’economicismo ormai egemoni nell’odierna società consumistica.

La battaglia per i PACS resta nell’ambito dell’estensione delle libertà e dei diritti civili borghesi, non punta certo al rovesciamento del sistema sociale vigente. Solo in Italia, colonia del VaticaNato, si osa sostenere che la legalizzazione delle convivenze di fatto potrebbe condurre alla dissoluzione dei valori e delle strutture tradizionali della famiglia, dello Stato e della proprietà privata. Nulla di simile è accaduto laddove sono stati introdotti i PACS, cioè negli USA, in Gran Bretagna, in Olanda, Germania, Francia e Spagna, in nessuna nazione dove sono stati riconosciuti i diritti delle coppie di fatto.

Probabilmente altre forme di rapporti umani, quali le comuni e le famiglie comunitarie sperimentate dai movimenti hippie negli anni ’70, avrebbero potuto sortire effetti eversivi per la società dell’epoca. Non a caso, quelle esperienze alternative fallirono proprio perché tentate nel quadro invariato dei rapporti di alienazione, supremazia e subordinazione gerarchica vigenti nel sistema capitalistico. I “figli dei fiori” furono sgominati dallo Stato, che fece ricorso non solo all’intervento delle istituzioni repressive per antonomasia, il carcere, l’esercito, la polizia, ma soprattutto alla diffusione pilotata di alcune droghe deleterie quali l’eroina, l’acido lisergico ed altri allucinogeni letali.

Lucio Garofalo

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A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.

E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.

Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.

Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.

Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.

In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: “una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni”. Questo è un modello  di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.

Dunque, l’antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Brunetta e i loro lacchè.

Lucio Garofalo

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La paura è antica quanto il genere umano, è un impulso preesistente ad ogni forma di cultura e di intelligenza razionale, nasce con la vita animale e si lega all’istinto primitivo di auto-conservazione della specie. Essa discende dalla paura più naturale che è la paura della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai primordi l’umanità ha imparato a convivere con la paura, con lo sgomento suscitato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni: fulmini, tuoni, terremoti, eruzioni vulcaniche e altri cataclismi. Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, spiegando i fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina. In tal modo è nata la religione mitologica che affonda le sue radici nelle paure più ancestrali e remote dell’umanità.

Ancora oggi, in un’era dominata dal razionalismo e da un delirio di onnipotenza tecnica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri oscuri dell’animo umano, come un virus subdolo e letale che causa più danni di qualsiasi epidemia infettiva.

E’ indubbio che la paura sia uno dei tratti tipici e peculiari della natura animale insita nell’umanità, ma non può diventare un’ossessione. Eppure la nostra realtà è sempre più assillata dalle paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere. Non a caso il lugubre primato dei suicidi, soprattutto tra le giovani generazioni, è conteso dalle nazioni più opulente dell’occidente, il Giappone in testa. Non a caso le società sono governate con il ricorso alla paura, gli Stati più avanzati sul versante tecnologico si servono delle paure per esercitare un controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso il “sultano” nazionale ha vinto le elezioni politiche nel 1994, nel 2001 e nel 2008, giocando la carta dell’idiosincrasia anticomunista, che costituisce tuttora una delle inquietudini ossessive della borghesia italiana. Lo spettro del comunismo, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino e il tracollo dell’URSS, è agitato più che in passato per conquistare e conservare il potere.

Anni fa, dall’Estremo Oriente abbiamo importato una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che ha diffuso timori oltremodo infondati e irrazionali, prefigurando scenari apocalittici di stragi pandemiche paragonabili alle peggiori pestilenze del passato. Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si è rivelato ben più grave e pericoloso della patologia “ornitologica”. Che polli! Ma i veri “polli” sono i miseri utenti e spettatori passivi della disinformazione di massa. L’aviaria si è dimostrata una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e così tutti continuarono a mangiare polli senza alcun allarme sanitario. Al contrario, lo spavento provocato dall’aviaria ha messo in ginocchio un’intera economia, incrementando i già colossali profitti delle case farmaceutiche. Tale vicenda conferma l’enorme importanza dei mass-media, la cui influenza è notevolmente decisiva. Aveva ragione Goebbels, il ministro della propaganda nazista, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, viene accettata dal popolo come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80 il virus HIV seminò una gigantesca psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia rappresenta oggi la principale malattia infettiva nel Sud del mondo, in particolare nel continente africano, un morbo più letale della tubercolosi e della malaria che pure causano stermini di massa. Mentre in occidente il virus dell’AIDS è ormai vinto grazie ai risultati ottenuti nel campo della ricerca farmacologica, nei paesi del Terzo e Quarto mondo esso uccide più di ogni malattia a causa degli esorbitanti costi imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti quanto le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui sono i veri padroni del pianeta.

Nei secoli bui della nostra storia, il terrore suscitato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era molto più nociva e deleteria della peste che pure sterminava milioni di vite umane.

Le vicende relative al nuovo virus pandemico H1N1, meglio conosciuto come “influenza A”, che avrebbe dovuto sterminare mezza Europa, confermano che la paura è più subdola e pericolosa di qualsiasi morbo epidemico, ma nel contempo può risultare lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesce a trarne vantaggio. La psicosi collettiva generata dal nuovo virus, che il viceministro della Sanità Ferruccio Fazio ha definito come “meno aggressivo” dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni massicce. In realtà, l’allarmismo eccessivo serve a giustificare la corsa dei paesi dell’Unione Europea all’acquisto di milioni di dosi di vaccino “a titolo preventivo e cautelativo”, che sta facendo la fortuna dei colossi farmaceutici multinazionali.

Lucio Garofalo

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Riporto in breve due inquietanti ed emblematici casi di cronaca della scorsa settimana.

Il primo episodio si è verificato a Milano lunedì 12 ottobre. Un uomo di origini libiche ha fatto esplodere un ordigno rudimentale di bassa potenza, contenente all’incirca due chili di esplosivo artigianale, all’ingresso della caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell’esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, nella zona di San Siro, provocando una violenta esplosione. Una compagnia di questo reggimento è attualmente dislocata in Afghanistan. Il bilancio dell’attentato è di due feriti: oltre all’attentatore, che versa in gravissime condizioni, è rimasto coinvolto un caporale di 20 anni, che ha riportato solo lievi ferite.

Il secondo episodio è accaduto a Napoli sabato 17 ottobre. In una casa del rione Sanità, nel centro storico di Napoli, un bambino di 6 anni è morto asfissiato dal monossido di carbonio generato da un braciere che la madre aveva acceso in camera per vincere il freddo. Da due settimane l’Enel aveva staccato i fili della corrente elettrica perché i genitori non riuscivano nemmeno a pagare la bolletta. Il corpo esanime del bambino è stato rinvenuto accanto alla madre agonizzante, anche lei intossicata dalle esalazioni di gas velenoso prodotto dal legno bruciato nella piccola stanza. Entrambi sono originari delle isole di Capo Verde, situate al largo delle coste del Senegal, in Africa Occidentale.

Questo tragico e raccapricciante avvenimento denuncia in modo crudo e inequivocabile la triste realtà in cui sono costretti a vivere molti stranieri immigrati nel nostro Paese.

Il reato di “immigrazione clandestina” è stato introdotto dall’articolo 10 comma bis della Legge n. 94 del 15 luglio 2009 (facente parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio 2009, n. 170. Il Decreto Legislativo è in vigore dal 3 agosto. Tale provvedimento ha indotto molte procure a sollevare rilievi e dubbi di legittimità presso la Corte costituzionale. A Torino la Procura guidata da Gian Carlo Caselli ha scritto che le nuove norme prevedono sanzioni pecuniarie irragionevoli e inapplicabili e puniscono “una mera condizione personale dello straniero”.

Il 2 luglio su Micromega, vari intellettuali, tra cui Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia e Gianni Amelio, avevano sottoscritto un “Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa”, in cui si legge: “Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti”.

Come è noto, il tema della sicurezza collegato in termini strumentali al problema dell’immigrazione clandestina, è uno storico cavallo di battaglia della Lega, che istiga ed asseconda gli istinti e i sentimenti peggiori diffusi tra la popolazione, in modo particolare tra gli strati più insoddisfatti e frustrati sotto il profilo economico e sociale.

Di fronte all’enorme tragedia rappresentata dalle nuove povertà che affliggono soprattutto gli immigrati, ma anche i settori più degradati e marginali della società italiana, persino le fasce che un tempo godevano di un relativo benessere, le questioni securitarie cavalcate in chiave elettorale dalla Lega Nord passano inevitabilmente in secondo piano. La vera emergenza è costituita dalla guerra tra i poveri e contro i poveri, non dalle finte emergenze di ordine pubblico legate al bisogno di sicurezza urbana di natura privata ed egoistica o dalle false pandemie inventate ad arte dai mass-media.

Lucio Garofalo

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In base alle stime ufficiali, fornite dall’Inail, il triste bilancio delle vittime sul lavoro in Italia nel 2008 si è fermato per la prima volta sotto la soglia dei 1200. Un dato apparentemente confortante, che viene vantato dal governo come se fosse un successo. Comunque, l’anno scorso il numero dei morti sul lavoro è sceso a 1.120, cioè al livello più basso dal lontano 1951. Nel Rapporto 2008, l’Inail segnala 874.940 incidenti sul lavoro e 1.120 infortuni mortali, la metà dei quali si è verificata sulle strade. Quindi, nel 2008 i morti sul lavoro sono calati del 7,2 per cento. In realtà, in questo calcolo percentuale, già di per sé inquietante, affiora un ulteriore motivo di preoccupazione: i lavoratori stranieri che si sono infortunati sul lavoro, essendo notevolmente più esposti al rischio infortunistico, sono aumentati del 2 per cento. Dunque, si riducono gli infortuni per i lavoratori in generale, ma tendono a risalire per i lavoratori stranieri. Inoltre, nonostante la lieve flessione registrata nel 2008, tuttavia il nostro Paese continua ad accusare un numero di morti sul lavoro più elevato rispetto alle altre nazioni europee in termini sia assoluti che relativi. E questo solo per attenerci alle cifre ufficiali. Infatti, non dimentichiamo che l’Italia è il paese del lavoro nero, del record di evasione fiscale, dell’economia sommersa, della mafia e dell’illegalità diffusa.

A proposito di decessi sul lavoro non sarebbe fuori luogo sollecitare un’opportuna riflessione, ossia un’operazione di aggiornamento linguistico. Anziché parlare di “morti bianche” (un’espressione che designava le morti in culla, ovvero le morti prive di colpa, che implicano un richiamo al destino, al fato, un riferimento più o meno esplicito a circostanze casuali e a tragiche fatalità) è senza dubbio più corretto e appropriato usare la definizione di “omicidi bianchi”, dal momento che le responsabilità esistono sempre e sono sempre individuabili e perseguibili, almeno dovrebbero esserlo. Così come sono sempre individuabili ed eliminabili i motivi che sono all’origine di quelle morti.

Dunque, in Italia le stragi sul lavoro costituiscono una vera e propria emergenza, malgrado ci si ostini a sottovalutarne l’effettiva portata e la drammaticità, sebbene le priorità nell’agenda del governo siano altre, come pure quelle dell’opposizione, nonostante vengano artatamente falsificate le statistiche a scopo di mera propaganda, benché i mass-media ufficiali continuino ad omettere i dati reali di un bollettino quotidiano che assomiglia sempre più ad un bollettino di guerra. Infatti, dall’inizio del corrente anno il macabro bilancio degli omicidi bianchi ha raggiunto quota 500. La media quotidiana di 3/4 vittime provocate dallo sfruttamento capitalistico, segnala l’idea della “severità” delle norme vigenti e dell’“inflessibilità” della loro applicazione e dei controlli ispettivi. Se non si fosse capito, stavo facendo dell’ironia. Intanto, gli operai continuano a crepare nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri edili, negli ambienti di lavoro,  nei luoghi (malsani e insicuri) dello sfruttamento economico, mentre nessun governo, nessun partito, nessun sindacato può assolutamente intervenire, ammettendo la propria impotenza e dichiarando il proprio fallimento.

A questo punto apro una breve parentesi per ricordare un celebre film d’autore del 1971, “La classe operaia va in paradiso”. Si tratta di uno straordinario capolavoro del cinema militante e politicamente impegnato, diretto dal regista Elio Petri ed interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté, nei panni dell’operaio milanese Lulù Massa. Il quale si presenta inizialmente come un fenomenale campione del cottimo, un vero stakanovista della catena di montaggio, ma improvvisamente subisce un incidente che gli procura la netta amputazione di un dito. Sarà in seguito a questo infortunio sul lavoro che l’operaio Massa ritroverà la sua coscienza di classe, acquisendo la consapevolezza della sua condizione di proletario sfruttato ed inizia a lottare con rabbia e determinazione contro il sistema alienante ed oppressivo della fabbrica.

Ebbene, negli ultimi mesi, sia all’estero (soprattutto in Francia) che in Italia, gli effetti destabilizzanti della recessione economica internazionale hanno spinto molti operai, esposti all’incombente minaccia dei licenziamenti, a ribellarsi e ad intraprendere forme estreme di protesta, prima impensabili e sconosciute. C’è l’operaio che tenta drammaticamente il suicidio perché non riesce più ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla metà del mese, ma ci sono anche numerosi casi di lavoratori che scelgono di resistere e lottano strenuamente contro i licenziamenti, contro la disoccupazione e contro la crisi, che i padroni tentano di far pagare alla classe operaia, come sempre.

Detto ciò, espongo in breve un ragionamento di ordine personale, quasi intimistico. Io faccio l’insegnante, per cui appartengo economicamente e socialmente alla piccola borghesia cosiddetta “intellettuale” (si fa per dire). Ora, sebbene io non sia un operaio (lo sono stato, avendo lavorato per qualche mese in alcune industrie prima di entrare nella scuola, per cui ho sperimentato di persona gli effetti dello sfruttamento materiale e del sistema alienante e repressivo imposto in fabbrica), tuttavia mi considero una sorta di “proletario” del sistema aziendale dell’istruzione, un bene immateriale ridotto a merce. Da svendere e consumare, ossia alienare e mortificare.

In ogni caso, anche se fossi stato un impiegato di banca, un medico, un avvocato o un altro professionista, avrei sicuramente espresso la mia solidarietà morale e politica verso le iniziative di lotta e resistenza intraprese negli ultimi tempi da gruppi di operai ribelli, perciò perseguitati, in molte fabbriche, soprattutto del gruppo Fiat. Si pensi ad esempio agli operai in lotta a Pomigliano D’Arco, ai lavoratori licenziati dalla Fiat Sata di Melfi, ai lavoratori che si sono autonomamente organizzati e per questo sono sottoposti all’ennesimo tentativo di criminalizzazione e a un duro attacco repressivo  portato dal sistema mafioso della Fiat e dallo Stato italiano suo complice da sempre. Io ho sempre manifestato la mia simpatia e vicinanza ideologica nei confronti delle lotte condotte dalla classe operaia in ogni tempo e ogni angolo del pianeta. Da sincero e convinto operaista, ribadisco la mia piena solidarietà morale e politica nei riguardi degli operai vittime sul lavoro, vittime dell’ennesimo inganno, dell’ennesima menzogna e dell’ennesima mistificazione perpetrata da governo e sindacati.

Lucio Garofalo

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Al termine del summit internazionale tenutosi a L’Aquila nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi ha proclamato con la consueta alterigia ed enfasi retorica: “Il G8 è stato un successo, sono stati stanziati 20 miliardi per l’Africa”. In realtà, il vertice de L’Aquila si è concluso con una serie di clamorosi fallimenti rispetto agli ambiziosi obiettivi fissati nell’agenda.

Sorvoliamo il tema dei mutamenti climatici, non tanto perché secondario o marginale, quanto per concentrarci sul nodo centrale dell’economia globale rappresentato dalla frattura sempre crescente tra Nord e Sud del mondo e dalle iniziative politiche a favore soprattutto del continente africano e contro la fame nel mondo. Ebbene, su tale versante il G8 ha annunciato solo vaghi e generici impegni e proclami verbali che, come ormai succede puntualmente, verranno smentiti dai fatti.

Dunque, il vertice del G8 si è rivelato come l’ennesima operazione mediatica sbandierata come un evento persino filantropico e umanitario, con uno scopo liberale quanto pragmatico, almeno stando agli scopi dichiarati e alle enunciazioni di principio, quale la cancellazione del debito economico che strangola i paesi africani. Al di là della buona fede e delle buone intenzioni, reali o presunte, di qualche ingenuo spettatore tendenzialmente credulone e sprovveduto, a chi è per indole, vocazione e formazione intellettuale sempre vigile e critico, diffidente e malpensante, non è sfuggito il vero carattere, per nulla caritatevole e misericordioso, di tale avvenimento, ossia una finalità ipocrita e strumentale di mera propaganda ideologica.

Come altre precedenti iniziative persino spettacolari, anche questo annuncio “buonista” appare assolutamente funzionale, o comunque strumentalizzabile, ai fini di un disegno ideologico e propagandistico teso, tra l’altro, a “ripulire” la coscienza sporca della “ricca e opulenta” civiltà occidentale, per procedere infine a riabilitare un sistema economico di rapina, di espropriazione e sfruttamento materiale e intellettuale imposto a danno di miliardi di esseri umani, un sistema economico planetario che da anni è precipitato in una grave perdita di consensi, oltre che in una fase di profonda crisi strutturale.

A questo punto, mi sorge spontanea una domanda: ma chi sono i veri debitori e i veri creditori? Mi spiego meglio. L’Africa, culla del genere umano e delle prime civiltà storiche, è uno sterminato continente ricco di risorse umane e ambientali: forza-lavoro, acqua, petrolio, oro, diamanti, avorio e altre preziose materie prime. Queste immense ricchezze – non solo materiali, se si pensa al saccheggio culturale che ancora oggi subiscono le popolazioni africane – per secoli sono state depredate ed estorte ai legittimi proprietari, ossia gli africani, da parte di una ristretta schiera di superpotenze economico-imperialistiche (soprattutto europee, con l’aggiunta degli Stati Uniti, mentre il Giappone ha sempre mirato al dominio e allo sfruttamento coloniale del continente asiatico) che, in nome di una pseudo-legalità internazionale, continuano a pretendere la restituzione del cosiddetto debito economico accumulato da regimi locali dispotici e corrotti, collusi con lo strapotere occidentale, in seguito ad incessanti acquisti di armi da guerra, i cui principali produttori ed esportatori mondiali sono, non a caso, i suddetti Stati occidentali.

Se leggiamo bene la storia dell’Africa (e dell’intero pianeta) ci rendiamo perfettamente conto che è il “ricco e civile” mondo occidentale ad essere debitore, sia sotto il profilo materiale che culturale, verso i popoli africani, non il contrario. Eppure, chi espone le cose come realmente sono, ossia crudamente e senza ipocrisie, è criticato e bandito quale “nemico” dell’occidente.

Dal canto suo, il G8 ha creato uno dei paradossi più assurdi che si siano mai conosciuti, ma che esprime emblematicamente ed efficacemente la follia e le violente contraddizioni che sono alla base dell’assetto economico sociale vigente su scala planetaria. Infatti, mentre da un lato i capi di Stato riuniti nel G8 hanno pomposamente annunciato di voler abbattere il colossale debito economico (che ammonta a svariate migliaia di miliardi di dollari: una cifra spaventosa) che affoga i paesi africani e che in effetti non potrà mai essere estinto completamente dato che solo gli interessi annui stanno letteralmente strozzando lo sviluppo di quei popoli, soprattutto dell’Africa sub-sahariana e centro-meridionale, dall’altro lato dietro i proclami retorici si annidano nuove, pericolose liberalizzazioni in ambito economico internazionale.

A parte le condizioni di estrema povertà materiale in cui versa oltre un miliardo di persone che vive con meno di un dollaro al giorno, occorre evidenziare la catastrofe sanitaria provocata dalla crescente diffusione di perniciose malattie epidemiche quali l’Aids, che in occidente sono ormai debellate o sotto controllo, mentre in vaste zone del continente africano stanno causando un vero e proprio sterminio di massa a causa degli alti costi dei vaccini imposti dalle multinazionali farmaceutiche.

Ebbene, il mio profondo scetticismo scaturisce esattamente dall’analisi dell’esperienza storica, che mi induce a dubitare del valore di simili iniziative che servono, probabilmente, solo a rimuovere i sensi di colpa e la cattiva coscienza del mondo occidentale. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto finora ai paesi poveri, sia finito in parte nelle tasche dei ceti ricchi dei paesi poveri, in parte è ritornato ai ricchi dei paesi più ricchi in termini di interessi (usurai) sul debito oppure attraverso la vendita di armi.

Allora, si dirà, come sono “bravi, buoni e generosi” i bianchi occidentali, che sono persino disposti ad azzerare il debito finanziario che uccide l’Africa e il Terzo mondo in generale! Ma, domando, quale strozzino ha mai estinto, di sua spontanea volontà, il debito (o una parte di esso) contratto dalle proprie vittime? Nessuno. Eppure siamo pronti a credere che una cosa del genere possa improvvisamente accadere agli usurai dell’economia globale, soltanto perché lo ha detto la Tv, solo perché lo hanno annunciato alcuni capi di stato. Ma che ingenuità sovrumana!

Inoltre, seguendo i telegiornali, ad un certo punto ho visto scorrere le immagini dei potenti del G8, alla stregua di un vero e proprio spot elettorale. Ciò mi ha ulteriormente confermato che un obiettivo strategico di simili iniziative “benefiche”, condotte a livello verticistico, è quello di sottrarre l’iniziativa ai movimenti di base e alle masse, che evidentemente possono solamente svolgere un ruolo da spettatrici, per assegnare invece una funzione decisiva e primaria agli statisti del G8 i quali, grazie anche ai loro giullari e servitori addetti alla propaganda, possono riacquistare la credibilità e il prestigio perduti.

Tuttavia, i capi di stato del G8 non sono tanto potenti e determinanti quanto lo sono, invece, altri centri di comando e dominio “imperiale”, ovvero: le multinazionali, soprattutto quelle petrolifere, degli armamenti, dei farmaci, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altre strutture del potere economico sovranazionale. Pertanto, le migliori campagne di sensibilizzazione non si promuovono organizzando eventi di pura retorica e demagogia politica, o allestendo megaspot elettorali a beneficio dei presunti padroni della Terra, bensì costruendo dal basso percorsi di lotta, di elaborazione, riflessione e progettazione politica, in cui le masse popolari riescano ad esercitare un ruolo di protagonismo reale, attivo e consapevole, e non quello di semplici spettatori e consumatori passivi di ciò che ormai è diventato soprattutto uno dei tanti mega-spettacoli dello starsistem politico internazionale. Ovviamente, mi riferisco al summit del G8.

Questa è l’umile opinione di un cittadino del mondo che non intende conformarsi agli schemi politici e culturali dominanti, ma cerca di sfuggire alle facili suggestioni suscitate dai mass-media e da iniziative prettamente propagandistiche. In buona sostanza, il mio intento è di smascherare la natura ipocrita e mistificante di tali operazioni di portata planetaria che vengono spacciate come attestati di solidarietà e di amicizia universale, ma in realtà approfittano della buona fede e delle speranze dei popoli.

Non sono un mago né un profeta, per cui non conosco né intendo suggerire la “soluzione” rispetto ai gravi problemi che affliggono gran parte dell’umanità, come la drammatica emergenza della povertà estrema in cui versano i popoli africani. A tale scopo, comunque, non servono le iniziative quali il G8, che celano e perseguono altri interessi, orientati a vantaggio dei decisori del G8 e di quel 20 % di ricchi che consumano oltre l’80 % del reddito materiale prodotto dall’intero pianeta.

Lucio Garofalo

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