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Archive for giugno 2008

Ovvero la guerra contro i lavoratori
 
La sicurezza sul lavoro dovrebbe essere posta prima di ogni altro tipo di sicurezza
 
L’ennesima strage di lavoratori si è consumata in Sicilia, dove sei operai che lavoravano nel depuratore consortile di Mineo, in provincia di Catania, sono deceduti mentre pulivano una vasca. Gli operai sono morti asfissiati a causa delle esalazioni velenose e sepolti sotto una colata di melma. Hanno rinvenuto i loro corpi stretti in un abbraccio, nell’estremo tentativo di salvarsi. Una fine orribile e impietosa. L’episodio rievoca immediatamente la strage all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino, dove morirono altri sette operai.
 
“Basta con le stragi sul lavoro”, ha esclamato il presidente Giorgio Napolitano. Gli hanno fatto eco il capo del governo e il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, esprimendo “sdegno”, “lutto” e “cordoglio alle famiglie”. I soliti sepolcri imbiancati del sistema politico hanno pronunciato le classiche, retoriche frasi di circostanza, tenute in serbo e pronte all’uso in occasione delle “tragiche fatalità”, quando ormai è troppo tardi e sono obbligati ad occuparsi delle difficili e precarie condizioni (di sicurezza ambientale, anzitutto) in cui sono costretti a lavorare gli operai italiani. Eppure, gli omicidi bianchi, le stragi sul lavoro sono all’ordine del giorno. Invece, le priorità segnate nell’agenda politica dell’attuale governo sono le intercettazioni telefoniche, la sicurezza urbana, gli immigrati, infine i presunti “fannulloni” che si anniderebbero nel comparto della Pubblica Amministrazione. Finte “emergenze” costruite ad arte per assecondare e favorire una politica di pura demagogia populista, finalizzata al consolidamento e alla conservazione del consenso, quindi del potere.
 
Cifre inoppugnabili
 
Il lavoro manuale, quello costituito dalle mansioni produttive svolte nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri, sulle strade, nei campi, il lavoro sfruttato, umiliato e bistrattato da sempre nei luoghi della produzione materiale, è ormai un lavoro assassino. Infatti, l’impressionante bilancio degli omicidi bianchi (così definiti proprio perché recano responsabilità precise) è un vero e proprio bollettino di guerra. Si calcola che in Italia gli infortuni mortali sul lavoro (che non sono ascrivibili e riconducibili a semplici “fatalità casuali”), mi riferisco a quelli ufficialmente registrati, superano in modo raccapricciante le cifre dei decessi causati dal conflitto militare in Iraq.
 

Se non bastasse l’evidenza, ci sono sempre i dati statistici a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso una vera e propria guerra. Le stime dell’Inail rivelano che gli omicidi bianchi riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. Così come continua a salire il numero degli incidenti non mortali. In Italia, ogni anno – rivela l’Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro – si conta all’incirca un milione di infortuni; di questi, oltre 30.000 procurano invalidità permanenti. Questi sono soltanto alcuni numeri.

 

Pertanto, le “morti bianche” vanno battezzate con il loro giusto nome, cioè “omicidi bianchi”, in quanto esiste sempre qualcuno che non ha fatto tutto ciò che doveva e poteva per evitare quella morte o quell’incidente, esiste sempre una responsabilità precisa che andrebbe ricercata, e non si tratta quasi mai di una tragica fatalità.

In sintesi, le stragi sul lavoro sono riconducibili ai seguenti ordini di causalità: il costo e la logica del profitto economico privato e del mercato, l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento del lavoro in fabbrica e l’incremento del lavoro straordinario. In altre parole: la crescente precarizzazione delle condizioni di sicurezza (ambientale, economica, salariale, sindacale e sociale) dei lavoratori. Dunque, il vero problema è il sistema dello sfruttamento capitalistico.

 
Proletariato precarizzato
 
Le politiche di liberalizzazione e privatizzazione selvaggia messe in pratica da tutti i governi che si sono avvicendati negli ultimi anni, di centro-destra e centro-“sinistro”, procedono senza sosta sebbene aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio degli interessi dei grandi potentati economici multinazionali, delle banche e delle società finanziarie, del mercato globale a discapito dell’economia e del lavoro. Benché sia ormai evidente che in Italia il capitalismo privato non sia stato in grado di sostituire la proprietà pubblica senza svendere, truffare e speculare. La vicenda della Telecom serve a dimostrare la catastrofe industriale delle privatizzazioni. Fino a che non si riconoscerà che quel processo è stato infausto e controproducente, che ha dissipato molta più ricchezza di quella che ha recuperato e prodotto, non ci saranno speranze di crescita e di sviluppo nel paese. D’altro canto, questa tendenza è confermata da nuove svendite e nuove privatizzazioni di aziende e beni pubblici, con il rischio della loro distruzione, mentre l’Alitalia è messa all’asta per essere svenduta. A questa logica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni è necessario opporsi con forza per contrastare la deriva irrazionale e devastante che rischia di affossare e rovinare l’economia e il lavoro in Italia.
 
Imprese e mercato, competitività, produttività e profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali. Essi hanno sempre definito interessi, affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Invece, oggi tali interessi privati vengono esibiti ed imposti come il bene comune della società. Al contrario, gli interessi e i diritti dei lavoratori sono rappresentati come vantaggi e privilegi riservati ad una ristretta minoranza. La contraddizione centrale, insita nell’odierna società borghese, è ancora quella che contrappone l’impresa e il mercato capitalistico al mondo del lavoro. Un conflitto reale e violento, che è all’origine della sanguinosa guerra condotta contro i lavoratori, di cui le stragi e gli omicidi bianchi sono solo una delle conseguenze più tragiche ed eclatanti. A nulla è valsa la politica di concertazione sindacale e di patto sociale che, intrapresa alla fine degli anni Settanta, ha portato all’accordo del luglio 1993. A quella politica è necessario opporsi con forza sulla base degli effetti assolutamente nefasti e disastrosi che ha arrecato al mondo del lavoro.
 
Le priorità del governo
 
Invece, nell’agenda politica dell’attuale governo e della (dis)informazione di regime, la drammatica emergenza quotidiana della sicurezza sui luoghi di lavoro è stata soppiantata da altre priorità come il tema della sicurezza urbana e sociale, contornato e infarcito da elementi di xenofobia e securitarismo razzista e classista, e collegato strumentalmente al fenomeno dell’immigrazione”clandestina”.
 
Certo, bisogna rammentare che la radice storica degli stati nazionali borghesi, sorti nell’età moderna e sviluppatisi in massima parte nel 1800 (non a caso definito il “secolo del nazionalismo”), affonda in quella sorta di “contratto sociale” che dovrebbe garantire la “sicurezza privata” dei singoli cittadini e (soprattutto) la tutela e la sicurezza della proprietà economica privata della borghesia. Vale a dire la tutela e la sicurezza dei profitti economici dei gruppi capitalistici industriali. A scapito, inevitabilmente, della sicurezza e della tutela degli interessi salariali e dei diritti sindacali delle classi lavoratrici.
 
Lucio Garofalo
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IL RAZZISMO STRISCIANTE
 
Negli ultimi mesi, in seguito al ritorno della cosiddetta “emergenza” (ormai permanente) dei rifiuti, nell’immaginario collettivo si è determinata una sorta di “maledizione”, si è sviluppata una rappresentazione negativa che ha contribuito ad infamare e bollare il popolo partenopeo agli occhi dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale come una plebe corrotta e malvagia: “brutti, sporchi e cattivi”. Tanto per citare un esempio banale, in alcuni articoli apparsi su vari giornali e blog presenti su Internet, ho avuto modo di intercettare una forma di astio e di razzismo latente contro i Napoletani, un sentimento di biasimo e disprezzo che serpeggia anche in ambienti considerati “colti”. Addirittura sembra aver preso piede un’assurda e deprecabile forma di autorazzismo dei meridionali verso le popolazioni campane e di una parte dei cittadini campani verso i Napoletani. Una situazione inquietante e controversa, che potrebbe provocare una pericolosa deriva che sarebbe opportuno prevenire e scongiurare in tempo, per evitare che degeneri completamente.
Personalmente, vorrei invitare ad usare una maggiore cautela prima di esprimere giudizi eccessivamente avventati e perentori che potrebbero scivolare facilmente nel razzismo più becero e sinistro. Nella fattispecie particolare mi riferisco ad una sorta di spirale autorazzista che potrebbe generare implicazioni perverse e conflittuali, difficili da gestire in modo razionale.
Non si può stigmatizzare e screditare, o addirittura detestare e maledire un intero popolo per quelli che sono le sue consuetudini e le sue caratteristiche  di tipo storico e antropologico-culturale. A tale proposito esorterei a leggere gli studi di antropologia culturale di Claude Lévi-Strauss. Da cui bisognerebbe imparare un approccio possibilmente storico-relativistico rispetto agli usi e costumi di popoli distanti ed estranei rispetto al nostro modo di vivere e di pensare, senza scadere in facili ed ignobili pregiudizi moralistici, derivanti da una presunta superiorità etico-spirituale, intellettuale, o addirittura etnica e “razziale”, della cosiddetta civiltà occidentale.
Non si può condannare e criminalizzare moralmente una popolazione ritenuta “primitiva” se questa pratica, ad esempio, riti pagani, sacrifici umani o il cannibalismo, per quanto tali comportamenti possano risultare abominevoli e ripugnanti ai nostri occhi. Così come non si può demonizzare e perseguitare il popolo Rom per le sue ataviche tendenze e disposizioni all’elemosina o al furto. Malgrado tali attitudini ci appaiano profondamente riprovevoli e detestabili, o addirittura perseguibili penalmente.
I nostri codici di valutazione e di comportamento, etico, civile e penale, non coincidono necessariamente con gli schemi e i parametri valoriali assunti da altri popoli ed altre culture. Ciò che per noi può rappresentare un “peccato” o una colpa esecrabile, o addirittura un reato da punire severamente, per altri popoli può essere un atto normale e naturale.
Se noi vogliamo considerarci e proclamarci “civili”, “progrediti” e “tolleranti”, dobbiamo dimostrarlo non a chiacchiere, ma nella sostanza degli atteggiamenti e dei gesti concreti, ponendoci anzitutto in modo corretto di fronte alle differenze antropologico-culturali.
Le usanze e le tradizioni culturali, morali e sociali di un popolo sono difficili da modificare. I processi di mutamento innescati sul terreno antropologico-culturale possono essere lenti, difficili e complessi, ed esigono tempi di svolgimento estremamente lunghi.
Tuttavia, mi risulta che le popolazioni napoletane, specialmente le giovani generazioni, stanno provando a cambiare radicalmente le insane abitudini “plebee” di cui sono tacciate. Durante l’ultima puntata di “Anno Zero”, trasmessa lo scorso 5 giugno, ho ascoltato la preziosa testimonianza di un ragazzo di Chiaiano che spiegava come gruppi di giovani napoletani si fossero autonomamente organizzati per effettuare la raccolta differenziata, ma sono impossibilitati ad attuare le loro buone intenzioni in quanto gli amministratori locali hanno “le mani legate”, così come hanno ammesso gli stessi amministratori. Quali considerazioni si possono trarre da questa situazione?
E’ ormai evidente che si è imposta una volontà politica di matrice filo-camorrista, rivolta in una determinata direzione, tesa a privilegiare e tutelare non il bene comune delle popolazioni locali, bensì gli interessi economici privati delle cosche criminali, fiancheggiate da comitati affaristici conniventi e da alcuni esponenti del potere politico-istituzionale ed economico-imprenditoriale.
E’ ormai palese che tale “emergenza”, che perdura ormai da oltre un decennio, è quanto meno strana e discutibile, direi che si tratta di un’emergenza innescata e pilotata da alcuni centri di potere di origine occulta e senza dubbio criminale, molto probabilmente collusi con alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, regionali e nazionali, ma anche (perché escluderlo) internazionali.
Infatti, le autorità locali sembrano avere proprio le “mani legate” quando si accingono ad applicare soluzioni (inclini ad esempio alla realizzazione di alte percentuali di raccolta differenziata) che non sono gradite al sistema camorrista, in quanto poco funzionali agli scopi dei clan e di altri gruppi affaristici più o meno legalizzati. A cui invece conviene che si adottino altre risposte quali (appunto) le discariche e gli inceneritori, che evidentemente consentono di lucrare e di ottenere ingenti profitti economici. Ed è esattamente la linea politica che si sta cercando di imporre a scapito delle popolazioni campane. Sia con le buone che con le cattive.
 
Lucio Garofalo

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AI GESTORI DEL BLOG DELLA “COMUNITA’ PROVVISORIA”
 
Visto che sono stato chiamato in causa sul blog della cosiddetta “Comunità Provvisoria” (www.comunitaprovvisoria.wordpress.com) che in più di un’occasione si è rivelato assolutamente fazioso, scorretto e antidemocratico, ho deciso di fare un’eccezione e di intervenire per respingere i rimproveri mossi nei miei confronti, rispondendo  come credo sia un mio elementare diritto.
Tuttavia, non scriverò sul blog succitato, laddove sarei inevitabilmente censurato, bensì altrove, vale a dire in spazi effettivamente liberi e franchi, non solo e semplicemente a chiacchiere.
Agli autori del blog della Comunità Provvisoria faccio presente, per l’ennesima volta, che io ho sempre avuto il coraggio di scrivere apertamente ciò che penso e di apporre la mia firma. E lo dimostrerò anche in questa circostanza.
E’ troppo facile e troppo comodo ammonire e biasimare gli altri, lanciare avvertimenti, moniti e reprimende senza concedere alcun diritto di replica, senza nemmeno ascoltare le difese dell’accusato. Come si fa in ogni contraddittorio davvero libero e civile. 
Non potete alludere al “contenuto aggressivo e lesivo di alcuni commenti” senza postarli per consentire ai lettori di giudicare in modo obiettivo e disincantato; non potete far credere chi sa cosa senza avere il coraggio e l’onestà intellettuale di provare le vostre insinuazioni ed allusioni. Ma soprattutto senza avere il coraggio e l’onestà di un confronto effettivamente libero, sincero e leale con chi dissente legittimamente dalle vostre posizioni. Siete semplicemente scorretti, disonesti e sleali, in malafede come sempre.
Chiunque non sia perfettamente allineato alle direttive del vostro capo, il vate irpino d’oriente, è accusato e bandito dal vostro blog.
Siete la dimostrazione vivente dell’esistenza della censura e del “pensiero unico” che si pretende di imporre anche in Alta Irpinia.
Fatta questa premessa, vi comunico subito alcune osservazioni che vi riguardano (mi riferisco sempre ai gestori del suddetto blog).
Non scrivo più sul vostro blog perché ho avuto più volte la conferma della vostra malafede, della vostra arroganza e faziosità, della vostra natura reale di censori e manipolatori.
Ricordo tutti i miei commenti che sono stati sottoposti a censura (o a “moderazione”, come si dice eufemisticamente), sono stati rimossi o, peggio ancora, sono stati “rivisti e corretti” come meglio vi aggrada e conviene, tagliati e spezzettati, collocati prima in una posizione spazio-temporale e poi spostati e ricollocati altrove, insomma manipolati in modo sleale.
Ricordo tutte le iniziative faziose e strumentali che avete condotto e state conducendo, prima durante e dopo la campagna elettorale.
Una verità che avevo intuito e percepito sin dall’inizio, ovvero dall’anno scorso, quando il vostro blog era ospitato sulla piattaforma di blogspot.com.
Rammento le “polemiche” innescate allora sul vostro blog a proposito del diritto e della libertà di anonimato.
Ricordo agli attuali gestori del blog che già in quella circostanza ci fu qualche vostro ex amico “comunitario” che si schierò dalla mia parte e poi decise di allontanarsi e dissociarsi definitivamente da voi.
Da quel momento non sono stati pochi i soci “comunitari e provvisori” che si sono distaccati e congedati da voi.
Per quali ragioni? Ve lo siete mai chiesto? Se vi foste comportati in un modo appena più corretto e leale, senza dubbio ora contereste un numero molto maggiore di aderenti e simpatizzanti, invece siete rimasti solo quattro gatti. Tant’è vero che alle vostre iniziative, ai vostri convegni e appuntamenti la partecipazione non è per nulla massiccia, ma circoscritta ad un gruppo abbastanza esiguo.
Insomma, per non farla lunga mi sono anch’io accomiatato da voi con immenso piacere.
Mi auguro di non dovermi più difendere dalle vostre censure e reprimende, non mi piace essere costretto ad interloquire con chi non ha rispetto per le idee altrui, non intendo discutere con chi censura il prossimo, insomma non intendo avere più nulla a che fare con voi.
 
Lucio Garofalo

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A PROPOSITO DI “EMERGENZE”
“Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”
(Pier Paolo Pasolini)
 
In merito ad alcuni appelli e comunicati apparsi sul blog della cosiddetta “Comunità Provvisoria” mi permetto di muovere alcune obiezioni personali. Non serve a nulla attaccare i pezzi da novanta, firmare appelli contro Napolitano o prendersela con Realacci, Bertolaso & soci. Ci penserà la magistratura a fare piazza pulita dei “rifiuti politici”. Il problema vero è un altro.
Questi signori nominati in continuazione da Arminio, specialmente il cavaliere di Arcore, rischiano di assumersi ben altre responsabilità, molto più gravi e deleterie per la già fragile e monca democrazia italica.
La cosiddetta “emergenza rifiuti” è ormai diventata un facile e comodo pretesto per innescare un’altra “emergenza” molto più esplosiva e pericolosa. Mi riferisco ad una vera e propria emergenza democratica.
Quando un paese che si proclama “democratico” come l’Italia, per affrontare e risolvere un problema come quello dei rifiuti, che dovrebbe essere gestito facilmente in termini di normale amministrazione (come avviene in tutti i paesi davvero civili), minaccia di ricorrere alle forze armate e alla mano dura, ordinando alla polizia di manganellare le donne e addirittura i bambini inermi, significa che non viviamo più in un sistema democratico ma in un vero e proprio stato di polizia.
Se poi questa vertenza “locale” che è ormai diventata di ordine pubblico, la inquadriamo in un contesto più globale e complessivo, in cui riscontriamo altre tessere che appartengono allo stesso mosaico, ossia altre questioni che vengono trattate e affrontate come emergenze di ordine pubblico, sul piano puramente repressivo e militare, allora è facile dedurre in maniera sillogistica che siamo prossimi all’avvento di un regime autoritario  e poliziesco, vale a dire prossimi al criptofascismo.
Mi riferisco al tema della “sicurezza”, al pacchetto di norme e provvedimenti di legge che introduce, solo per citare un esempio emblematico, il reato di “immigrazione clandestina”. Provvedimenti che tradiscono e rivelano la matrice ideologica eversiva e anticostituzionale che ispira le risposte brutali e criminogene del governo.
Mi riferisco anche alle campagne di allarmismo mediatico e psicologico che hanno contribuito ad istigare e assecondare i peggiori istinti della gente. Campagne che hanno evocato e suscitato un clima razzista, autorizzando e scatenando tutte le pulsioni securitarie, xenofobe e violente, prima latenti. Per la serie “quando il rimedio è peggiore del male”! Ma siamo solo all’inizio…
Concludo affermando che la “mano dura” adottata contro gli immigrati e contro le popolazioni locali che protestano per salvaguardare il proprio territorio dallo scempio delle discariche, è solo un segnale che indica la vera natura di un governo “forte con i deboli e debole con i forti”. Questa è sempre stata la principale caratteristica di tutti i governi di stampo fascistoide, di tutte le tendenze politiche autoritarie, di matrice demagogica e populista.
Infatti, non mi aspetto la medesima fermezza e durezza in materia, ad esempio, di evasione fiscale o di altri interessi legati ai poteri realmente forti ed influenti che condizionano da sempre il destino di questo sciagurato paese che è l’Italia. Una nazione il cui processo di “unificazione” fu soprattutto opera, non a caso, di due tendenze occulte, cospirative ed eversive, quali la massoneria e la mafia. Non a caso, lo Stato italiano, inteso come istituzione ufficiale, è ancora oggi l’involucro esterno sorto a protezione del peggiore capitalismo affaristico di origine criminale, retto sul potere massonico-piduista e della malavita organizzata, di tipo mafioso e camorrista.
Non è un caso che oggi riscuotano uno straordinario successo di critica e di pubblico due film come “Gomorra” e “Il Divo”, attualmente in fase di proiezione in tutte le sale cinematografiche italiane. Due opere che suggerisco di vedere.
 
Lucio Garofalo

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