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Archive for the ‘educazione civica e ambientale’ Category

In prossimità del 25 aprile mi piacerebbe sollecitare un’ampia riflessione prendendo spunto dal tema della Costituzione, visto che il momento attuale ci consegna un quadro politico di segno neoconsociativo e un clima di feroce ostilità e di seria minaccia per la democrazia italica, da sempre fragile e mutilata, sancita solo sulla Carta Costituzionale.

Personalmente sono convinto che la Costituzione del 1948 non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, e tantomeno abolita, come insinuano i suoi detrattori, ma deve essere semplicemente e finalmente applicata. Solo concretizzando i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il Paese, sarà possibile promuovere un’effettiva emancipazione in senso espansivo e progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili e culturali, etiche e spirituali in essa presenti, ma anche le forze produttive imprigionate ed umiliate nell’attuale fase storica di regressione e di imbarbarimento politico, morale e culturale.

Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista. In primo luogo perché temo che la nostra bellissima Costituzione sia in qualche misura eversiva e inapplicabile nell’attuale ordinamento economico, politico e sociale, segnato da profonde e insanabili contraddizioni, che si possono eliminare solo abbattendo e superando il sistema capitalistico che le ha generate e che contribuisce a perpetuarle.

In secondo luogo, con il quadro parlamentare e governativo uscito rafforzato dalle recenti elezioni regionali, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulle effettive possibilità di applicare finalmente il dettato costituzionale. Invece, mi pare più facile immaginare e prevedere un’iniziativa per stravolgere il testo costituzionale mediante una sorta di “grande inciucio”, ossia un’ampia intesa parlamentare di stampo neoconsociativo sul tema delle cosiddette “riforme costituzionali” (ma sarebbe più corretto definirle “controriforme”), tanto attese e invocate non solo dalla coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi.

Occorre ricordare la matrice sovversiva e criminale della banda filo-berlusconiana giunta stabilmente al governo, che sta sfasciando le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo, dalle forze che governano l’Italia, è persino più grave del passato, considerando il mix di populismo, razzismo e affarismo sfrenato che ispira il blocco politico e sociale che fa capo al bandito di Arcore.

Dunque, in Italia incombe una vera emergenza democratica. Persino in Parlamento è stata eliminata ogni forma di dissenso e libera opposizione. Tranne forse Di Pietro, resta in campo la finta ed evanescente “opposizione” di D’Alema, Bersani e soci, dietro cui si annida una pratica neoconsociativa. Suggerirei di riflettere su quanto scriveva Antonio Gramsci a proposito del “sovversivismo delle classi dirigenti”. Inoltre, 35 anni fa Pasolini aveva preconizzato l’avvento di un nuovo fascismo, a condizione che questo si auto-proclami “democratico” e si ripari sotto le mentite spoglie dell’“antifascismo”. Mi pare che ciò rispecchi esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la “metamorfosi” della destra neofascista (ex MSI) per accedere al governo del Paese, sdoganata e traghettata verso il PDL dal populismo berlusconiano. Ma la citazione di Pasolini si adatta anche per inquadrare la “metamorfosi” degli eredi del PCI, in primo luogo il PD.

Il sottoscritto si schiera tra quanti sono convinti che non esista alcuna differenza tra PD e PDL, eccetto la “L” in  più nella sigla del partito di plastica di Berlusconi. Per il resto conviene stendere un velo pietoso. Non a caso fu coniata la formula “Veltrusconismo” per designare la funzionalità di entrambi (PD e PDL) ad un progetto neogolpista attuato in forme apparentemente soffici e indolori, un disegno di stabilizzazione neocentrista e neoconservatrice che fa capo ai due soggetti “protagonisti e antagonisti” della scena politica nazionale, destinati a governare insieme la fase della “Terza Repubblica”.

Tuttavia, al di là di queste note pessimistiche, faccio prevalere ciò che Gramsci definiva “l’ottimismo della volontà”. Per cui, non solo in veste di cittadino, ma altresì di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione, di cui bisogna far conoscere ed apprezzare la bellezza poetica. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale parteciparono le migliori menti politiche e letterarie dell’epoca: su tutti cito la straordinaria figura di Piero Calamandrei.

La Costituzione è la madre della democrazia italiana, indubbiamente scalcagnata e malandata per varie ragioni storiche e politiche. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio valoriale, perciò leggerla è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.

Pertanto, approfitto per denunciare una grave mistificazione ideologica che si perpetua da anni nel nostro sciagurato Paese. Quella di occultare le origini della democrazia italiana, benché istituita solo sulla carta. E’ opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella Resistenza contro l’occupazione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Mussolini è nata la Costituzione ed è risorta la civiltà democratica del popolo italiano.

Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, cioè di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una “festa di tutti”, una sorta di ricorrenza “neutrale”, equivale a snaturare e azzerare il valore simbolico e politico di quella che è la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana e antifascista. Infatti, il 25 aprile si festeggia, ovvero si dovrebbe rievocare e, in qualche misura, rinnovare la vittoria della Resistenza popolare partigiana contro l’invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono l’Italia per un tragico ventennio, conducendo il Paese verso la rovina, costringendo il nostro popolo alla catastrofe della seconda guerra mondiale, in cui intere generazioni di giovani proletari furono sfruttati come carne da macello per arricchire e ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.

Da quella Liberazione nacque la Costituzione del 1948, scritta non tanto con la penna, quanto con il sangue di tante donne e uomini che sacrificarono la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati “partigiani” proprio perché schierati e militanti da una parte precisa, contro il fascismo, l’imperialismo e la guerra.

Il carattere apertamente antifascista e partigiano, egualitario, democratico e pluralista, pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, addirittura rivoluzionario sul piano internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è invisa, temuta e osteggiata nei settori più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è negata e disattesa nella realtà concreta. E’ superfluo elencare gli articoli della Costituzione reiteratamente violati e traditi, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito pacifista e internazionalista della Costituzione del 1948: “l’Italia ripudia la guerra (…), è l’incipit dell’articolo.

Questa è una preziosa lezione della storia che oggi, in tempi bui, dominati dall’indifferenza, dal fatalismo, dall’apatia e antipatia politica, si tenta di mettere in discussione e addirittura negare alle giovani generazioni. Questo “fatalismo”, assai diffuso tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, in quanto induce a pensare che nulla possa cambiare e tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui i miserabili sarebbero impotenti, ma così non è.

In materia di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire “Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia (…) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. Questo è il miglior messaggio che si possa trasmettere ai giovani, una sorta di inno che esprime in forma lirica e nel contempo in modo inequivocabile, l’amore per la vita e la libertà, tradotte in termini di partecipazione attiva alle decisioni che riguardano il destino della collettività umana.

Sempre in tema di assenteismo e non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertolt Brecht: “Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico”. Non c’è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l’analfabeta politico “non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.”. Ed io vorrei aggiungere: “delle imprese locali”.

Nella circostanza odierna mi preme rilanciare l’idea della Politica in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si concretizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali, ovviamente diverse sul versante spirituale e culturale. Inoltre, la Politica dovrebbe essere un mezzo di aggregazione e partecipazione sociale, uno strumento diretto e corale per intervenire concretamente sui processi decisionali che investono l’intera comunità, una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana. Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco “Polis” (città), indica il senso della più nobile attività dell’uomo, denota la somma manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto “animale politico”. Tale capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica come organizzazione dell’autogoverno della Città.

Il senso originario della Politica si è svuotato ed è degenerato nella più ignobile “professione”, nell’esercizio del potere fine a se stesso, riservato agli “addetti ai lavori”, ai carrieristi e affaristi della politica. Quella che un tempo era una “nobile arte”, la suprema occupazione dell’uomo, oggi è percepita e praticata come mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse territoriali, una squallida carriera per mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico comunale. Un bene che, invece, dovrebbe appartenere a tutti ed essere gestito dalla comunità dei cittadini.

La nuova Resistenza è l’opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere come appannaggio di un’esigua minoranza di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e combattuta con fermezza, perché il soggetto che si organizza in comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente”, non appena conquista il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa del bene comune per occuparsi dei loschi affari della casta, o dei singoli individui. Questo stato di corruzione della politica, che non coincide con un’esperienza di autogoverno dei cittadini, ma risponde agli interessi egoistici e corporativi di una cerchia elitaria e circoscritta, è la causa principale che genera un sentimento di indifferenza e disaffezione dei cittadini verso la politica, cioè il governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi privati di pochi affaristi, nella misura in cui tali vicende sono recepite come estranee agli interessi della gente.

Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione e dell’autogoverno dei cittadini, sperimentando nelle comunità locali l’idea della politica come rifiuto radicale del potere scisso dalla collettività, come partecipazione diretta della popolazione ai processi decisionali, ai canali di controllo e gestione del bilancio economico comunale.

L’utopia della democrazia diretta non è solo possibile e praticabile localmente, ma è necessaria di fronte all’avvento di un fenomeno autoritario globale che minaccia quel poco di sovranità democratica vigente in alcuni Stati nazionali. I quali sono soppiantati da organismi economici sovranazionali che dirigono le dinamiche dell’economia e dei suoi assetti bancari e finanziari. Questo fenomeno di globo-colonizzazione ha favorito l’ascesa dei gruppi finanziari più forti e delle corporation multinazionali, con danni irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema produttivo, la cui condizione si fa sempre più precaria e ricattabile.

Lucio Garofalo

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Mi soffermo ancora una volta sulla questione sollevata recentemente dall’assessore alla cultura del Comune di Lioni, Salvatore Ruggiero, in un articolo apparso sul blog Tele Lioni per provare ad approfondire alcuni aspetti relativi al fenomeno del “disagio”, più esattamente mi riferisco al problema delle dipendenze da alcool e droghe di vario tipo.

Anzitutto preciso che il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata nelle nostre zone, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.

Tale scelta, che sembra coincidere con l’orientamento autoritario ed ultra-proibizionista del governo Berlusconi, non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati. È indubbio che alcune sostanze come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente accresciuta.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, ossia vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti vandalici e criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e causando una spirale di violenza. Tale riflessione va senza dubbio approfondita in altre sedi, in maniera lucida e razionale, esente da qualsiasi tipo di condizionamento, specialmente di ordine emotivo.

Non si può rimanere indifferenti, delegando ogni responsabilità ed ogni onere esclusivamente alle forze dell’ordine. Penso che si debba rilanciare l’iniziativa politica democratica per sollecitare anzitutto un’opera di analisi e di riflessione collettiva, per costruire un vasto momento di confronto pubblico che coinvolga la nostra gente, i giovani, le varie agenzie politiche, istituzionali, sociali, culturali e formative, presenti sul territorio. Credo che si debbano sostenere tutte le idee, i progetti e le azioni tese ad indagare seriamente il fenomeno delle tossicodipendenze per conoscerlo nelle sue effettive dimensioni locali e nella sua reale consistenza e pericolosità sociale.

A tale scopo si dovrebbe finalmente porre in essere l’istituzione di un “osservatorio territoriale” formato soprattutto da elementi esperti, ossia da una serie di figure professionali – psicologi, sociologi, medici, educatori ed operatori di strada -, ma anche da rappresentanti della politica locale. Tale gruppo dovrà essere messo in condizione di studiare con efficacia il fenomeno, agendo con cautela nei riguardi delle famiglie interessate, per dare risposte incisive e concrete ai soggetti in difficoltà. Occorrerà discutere e decidere se questo “osservatorio” possa avere un raggio d’azione sovra-comunale, e da quali istituzioni potrebbe e dovrebbe essere promosso e finanziato.

Si tratta quindi di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte brutali, repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune – come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti” – , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere educativo e socio-culturale, da un lato, ed una grave emergenza medico-sanitaria, dall’altro.

Sulla base di quanto detto finora, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

1)    avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

2)    intraprendere una serie di azioni per mettere il nostro territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica nelle nostre zone, di fronte al degrado esistente. A tale riguardo si potrebbe chiedere all’ASL-AV1 l’istituzione di un Sert nel territorio dell’Alta Irpinia, dato che il più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di sollecitare un serio dibattito pubblico a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che richiede nuovi ed incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, che finora non sono ancora stati concepiti, e tantomeno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate. 

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie, e tantomeno inutili o superflue.

È noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, della condizione esistenziale giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale. Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà e dell’adolescenza descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale.

Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto – sia esso il padre, il professore, il mondo degli adulti in generale – l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino.

Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione. 

E’ possibile che tale processo di maturazione ed emancipazione non si concluda mai, nel senso che una personalità davvero libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, ribellarsi e disobbedire, per difendere e riaffermare la propria dignità, libertà e vitalità.

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in generale, di un simile atteggiamento e un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e disobbedienza, un complesso di sentimenti ed attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della personalità umana. Mancando tali dinamiche psicologiche ed esistenziali, temo che ci si debba allarmare, in quanto non avremmo formato una personalità effettivamente autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può causare una situazione davvero preoccupante? Secondo gli psicologi, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, ossia in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando genera una condizione estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale. 

In questa visione complessiva, le tossico-dipendenze (intese in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituiscono una delle manifestazioni patologiche, devianti e autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, autonomo e maturo, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica e del soggetto in crisi. 

Anche nelle nostre comunità negli ultimi anni il fenomeno delle tossicodipendenze giovanili – che, ripeto, si configurano soprattutto nella forma dell’alcool-dipendenza, ma non solo – è cresciuto a dismisura ed è estremamente avvertito all’interno della nostra realtà quotidiana. Ciò vale per l’intero territorio circostante, che fa capo a Lioni.

A questo punto, proviamo ad esaminare le cause che si presume possano essere all’origine della condizione del “disagio giovanile”, nello specifico delle realtà locali. In linea di massima, i principali fattori che possono determinare situazioni di disagio e, degenerando, di devianza, sono riconducibili (sinteticamente e schematicamente):

  1)    alle problematiche ed alle contraddizioni familiari;
  2)    alla marginalità socio-economica;
  3)    alla deprivazione culturale;
  4)    alla carenza, sul territorio, di offerte di socializzazione e di aggregazione nel tempo libero;
  5)    all’assenza ed alla genericità dei programmi di formazione professionale;
  6)    ad atteggiamenti di emulazione di fronte alla devianza.

Le cause sopra elencate sono state rilevate e descritte in “Un’indagine sulla condizione giovanile nelle province di Avellino e Benevento”, un prezioso documento dal titolo “Giovani e condizionamenti ambientali”, patrocinato dal Consorzio Interprovinciale Alto Calore, la cui stampa risale al mese di Marzo 2000 (sono riuscito a leggerne una copia disponibile presso il servizio Informagiovani di Lioni). Tale analisi si conferma valida anche nell’odierna situazione, considerando i tragici episodi che hanno segnato la cronaca locale degli ultimi anni nelle zone dell’Alta Irpinia.

Non m’illudo di aver esaurito un argomento tanto vasto, complesso e difficile, né di aver fornito la soluzione “magica” per una simile emergenza sociale. Tuttavia mi auguro di riuscire a lanciare un input utile a promuovere una riflessione più ampia e approfondita, ma soprattutto corale, in merito a problematiche che ormai fanno parte della nostra realtà quotidiana, che lo si voglia riconoscere o meno.

Lucio Garofalo

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Con questo intervento vorrei contribuire, per quanto possibile, alla riflessione critica sollecitata da Salvatore Ruggiero sulla nostra realtà per provare a sensibilizzare le coscienze di tutti sulla questione del “disagio giovanile”, che purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso nelle zone interne del Meridione, anche in quelle comunità dell’Alta Irpinia troppo spesso considerate, a torto e superficialmente, come un’“oasi felice”.

Le nostre piccole comunità costituiscono un pezzo dell’Italia meridionale, un tessuto di relazioni apparentemente “normali” e “pacifiche”, ma che in realtà tradiscono un progressivo imbarbarimento dei comportamenti e dei rapporti sociali, di cui i recenti “atti vandalici” rappresentano un spia inequivocabile ed allarmante. Questi gesti, così come altri atteggiamenti riconducibili alla nozione delle “devianze giovanili”,  indicano un pericoloso arretramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in particolare delle giovani generazioni e degli anziani.

Dopo questa premessa, intendo puntualizzare che la categoria del “disagio giovanile” è una formula linguistica senza dubbio errata e fuorviante visto che il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di “disagio sociale”, sebbene il malessere investa soprattutto le fasce dei giovani e degli anziani, cioè i settori più fragili della società in quanto più esposti alle difficoltà, di ordine anzitutto materiale, che il vivere quotidiano frappone sul cammino delle persone, senza concedere una possibilità e, in qualche caso, nemmeno la speranza di superamento.

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione che turba persino le fasce sociali maggiormente scolarizzate, il ricatto anacronistico, ma sempre incombente, delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei rapporti e dei contratti di lavoro ed in generale della stessa qualità della vita, l’assenza di ogni elementare diritto e di ogni tutela sociale, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono probabilmente le condizioni più drammatiche e dolorose, le cause strutturali che generano il malessere materiale ed esistenziale dei nostri giovani.

Intere generazioni nascono, crescono, studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere il proprio talento, per scoprire un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi a livello professionale e relazionale. Se invece restano, i nostri giovani sono costretti a “scelte” umilianti, come inchinarsi al solito “santo protettore” o farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Tali esperienze non sono per nulla dignitose e in ogni caso non consentono di affermare la propria indipendenza economica, né di raggiungere la piena autonomia umana, sociale e politica. Si tratta di condizioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Per queste ragioni mi sembra inevitabile “scagliarmi” contro l’ipocrisia, l’apatia e l’indifferenza, lo strabismo,  l’impotenza e l’inefficienza delle istituzioni locali, incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del “fenomeno”, ossia le ragioni di questa diffusa disperazione sociale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, di solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti – e sembrano destinati ad aumentare, purtroppo – sono i lavoratori già “anziani” che si trovano improvvisamente senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento brutale.

Per cogliere la drammaticità della situazione basterebbe segnalare un dato davvero impressionante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ognuno di noi: anche quest’anno il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha segnato un triste primato per l’Italia meridionale. Per non parlare del numero dei decessi causati da overdose.

Queste cifre sono davvero raccapriccianti e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a prendere qualche provvedimento tutti coloro che sono deputati a livello politico istituzionale per rispondere a simili “emergenze” sociali, come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di questioni distinte, che richiedono interventi separati, ma esigono comunque un’analisi razionale ed unitaria che inquadri i problemi nella loro totalità, un’indagine in grado di spiegarne le cause oggettive.

E’ lecito chiedersi quale sia stata finora la “risposta” messa in atto dalle istituzioni politiche locali. Semplicemente il ricorso alle forze dell’ordine, all’inasprimento dei controlli e dei posti di blocco, insomma alla repressione, come se tali metodi fossero in grado di rimediare al malessere che dilaga nelle nostre comunità e che scaturisce da “emergenze” sociali che non hanno ancora ricevuto una soluzione adeguata ed efficace.

Lucio Garofalo

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E’ IL MOMENTO DELLA SOLIDARIETA’, MA ANCHE DI UNA PRIMA RIFLESSIONE

Di fronte all’ennesima “sciagura naturale” (ma esistono davvero calamità naturali esenti da qualsiasi responsabilità di ordine politico-economico e antropico-culturale?) che ha investito il nostro popolo e il nostro territorio, già straziato da lunghi decenni di scempio e devastazione ambientale, di pessima e dissennata gestione politica del territorio e delle sue ingenti risorse, anzitutto sul versante delle amministrazioni locali e quindi sul piano nazionale, un’antica storia contrassegnata da pericolose connivenze e complicità con il cinismo, la spregiudicatezza e il malaffare della criminalità economica privata a beneficio esclusivo di pochi speculatori avidi e arroganti e totalmente privi di scrupoli, questo è comunque il momento dei soccorsi e della solidarietà verso le popolazioni colpite dal sisma. In seguito verrà anche il tempo delle polemiche e delle critiche costruttive, ossia delle proposte. Pertanto, voglio esprimere subito tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà morale ed umana a chi sta soffrendo in queste ore a causa del terremoto in Abruzzo, anche perché ho direttamente conosciuto il dramma provocato da una scossa sismica estremamente distruttiva, avendo vissuto personalmente la terribile esperienza del 23 novembre 1980 in Irpinia. Tuttavia, una prima analisi critica, benché ancora a caldo, si può e si deve tentare, almeno per provare a comprendere quanto sta accadendo e cosa si potrebbe fare in futuro. Il bilancio delle vittime, dei feriti, dei senzatetto, dei danni alle persone e alle abitazioni, è ancora provvisorio e si va aggiornando in modo lugubre e agghiacciante ora dopo ora. Un dato sembra certo e inoppugnabile: si tratta di uno degli episodi sismici più violenti e catastrofici degli ultimi anni, inferiore (per magnitudo Richter) solo ai terremoti che prostrarono il Friuli nel 1976, l’Irpinia e la Basilicata nel 1980. Un evento sconvolgente che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Per questo, e a maggior ragione, so di cosa parlo. Alla devastante potenza si aggiunga anche l’orario notturno in cui si è manifestato il sisma: a quell’ora assai inoltrata solo i più incalliti nottambuli erano ancora svegli e in circolazione. Non c’è dubbio che il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo è stato geograficamente più circoscritto, nonché più limitato nella sua durata temporale rispetto a quello che la sera del 23 novembre 1980 rase al suolo interi paesi dell’Irpinia e della Lucania, estendendosi in un’area estremamente vasta e profonda, al punto che la scossa maggiore (durata all’incirca un minuto) fu avvertita a centinaia di chilometri di distanza. Ma l’ultimo evento sismico, per gli effetti di distruzione provocati, risulta molto più grave e drammatico di quello che colpì l’Umbria e le Marche nel 1997 e il Molise nel 2002. Tali riferimenti alle esperienze pregresse non sono un puro ed inutile esercizio di contabilità statistica, ma un modo per cercare di comprendere chiaramente l’effettiva portata dell’evento tellurico che ha sconquassato e stremato le popolazioni dell’Abruzzo. Non a caso, partendo dal terremoto dell’Irpinia e dalla Basilicata nel 1980, giungendo a quello dell’Umbria e delle Marche nel 1997, a quello del Molise nel 2002, ed infine oggi in Abruzzo, l’area geografica direttamente interessata e minacciata dai fenomeni sismici più frequenti e dannosi, è esattamente quella lunga striscia di territorio che attraversa la catena dell’Appennino centro-meridionale. Si tratta di una delle zone a più alto rischio sismico dell’intera penisola, probabilmente del mondo. E questo è un elemento di verità assolutamente innegabile e incontrovertibile. Dunque, per quanto concerne il rischio sismico, l’Italia centro-meridionale è comparabile al Giappone e alla California. Invece, per quanto attiene agli interventi di prevenzione sul territorio, che richiedono soprattutto un’opera di educazione, ossia di sensibilizzazione e preparazione culturale (da affidare non solo alle istituzioni scolastiche che dovrebbero essere deputate a tale compito, ma pure ad altre agenzie formative presenti sui territori), siamo purtroppo paragonabili ad altri Stati, che noi riteniamo siano più arretrati e sottosviluppati del nostro paese, invece ci sarebbe da chiedersi chi è il vero “Terzo Mondo”… Si pensi che la terra d’Abruzzo è stata dichiarata una zona ad alto livello di pericolosità rispetto al rischio sismico sin dagli anni ’60, per cui si presume che la normativa antisismica in materia di edilizia abitativa fosse stata adottata (evidentemente solo sulla carta) sin da quegli anni lontani. Invece, dalle notizie appena trasmesse veniamo a scoprire che, ancora oggi, a causare il maggior numero di morti sono stati i palazzi di quattro piani ed oltre (e c’è chi legifera, tramite decreti d’urgenza, per incentivare la cementificazione del territorio e l’ampliamento dell’edilizia abitativa) costruiti col cemento (dis)armato, così come è accaduto in precedenti esperienze. Un dato davvero inquietante e raccapricciante. Insomma, la memoria storica che dovrebbe essersi formata nella coscienza delle persone del nostro paese, sembra non valere proprio a nulla. In questi giorni si viene ad apprendere (per chi non lo sapesse) che in Italia la normativa antisismica più stringente e rigorosa è stata varata (e non parliamo della giusta e doverosa applicazione della legge) solo dopo il terremoto del Molise nel 2002, esattamente con l’Ordinanza n. 3274 del 20 Marzo 2003. Sembra incredibile ed assurdo, ma è così. Checché ne dicano i sepolcri imbiancati presenti in maniera trasversale nella politica nostrana, nonché i loro servi e padroni. Comunque, si sa che in Italia una cosa sono le leggi, ben altra cosa sono l’osservanza e l’applicazione delle leggi soprattutto da parte di chi dovrebbe eseguirle e farle rispettare. Nonostante la storia sismica del territorio italiano avrebbe dovuto insegnarci a costruire le case, gli ospedali e le scuole, non dico come in Giappone, ma molto meglio di quanto non avvenga in realtà, e avrebbe dovuto abituarci ad una politica educativa e culturale di prevenzione, per scongiurare simili eventi catastrofici, invece la realtà raccapricciante dell’ultima tragedia ci dimostra che le esperienze precedenti non sono valse proprio a nulla. Si continua a far finta di nulla, come se l’Italia fosse immune da ogni rischio sismico e ambientale. Dunque, un altro elemento di critica, non polemica o gratuita, bensì costruttiva, da proporre sin da subito, è il seguente. Viene giustamente da chiedersi come mai in un paese ad elevato rischio di catastrofi sismiche e ambientali, quale l’Italia, in cui periodicamente si verificano “disastri naturali” (terremoti, alluvioni, frane ecc., possono davvero essere considerati come semplici “disgrazie” o “iatture” dovute alla furia della natura, oppure esistono precise responsabilità storiche da ascrivere all’uomo, ovvero alla gestione politica, all’incuria e allo scempio del territorio?), il governo nazionale ragiona insieme ai governatori delle regioni su come incentivare l’edilizia abitativa oppure sull’ipotesi di costruzione del ponte sullo stretto di Messina, invece di dedicarsi seriamente alla progettazione e alla realizzazione di un piano di risanamento ambientale e antisismico, da varare ed attuare finalmente su scala nazionale. La risposta sarebbe scontata e banale: gli affari d’oro che scaturiscono dalle speculazioni edilizie, o di altro tipo, sono indubbiamente maggiori rispetto ad un’opera di risanamento antisismico e ambientale su tutto il territorio nazionale, che ridurrebbe gli spazi di agibilità e le possibilità di profitto economico per gli speculatori e gli affaristi, ed ovviamente per i loro complici e protettori, vale a dire i referenti politici e istituzionali. Questa è una verità storica ormai assodata da tempo, eppure sembra che venga scoperta per la prima volta. La mia riflessione non vuole fornire un facile e comodo pretesto per una strumentalizzazione di parte a livello politico, né intende prestarsi ad interventi di “sciacallaggio politico”, come potrebbero banalmente obiettare i detrattori più faziosi e in malafede, ma si propone di offrire un ragionamento il più possibile onesto e obiettivo, utile e costruttivo per l’avvenire, affinché le future generazioni non debbano subire sulla loro pelle le dolorose esperienze vissute in passato dalle genti irpine e lucane, ed oggi dalle popolazioni dell’Abruzzo.

Lucio Garofalo

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LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Provo ad annotare altri commenti in merito all’ormai abusato tema che ci affligge da troppo tempo: i rifiuti di Napoli e della Campania. A riguardo, penso che le responsabilità politiche e morali (ma anche penali)  siano molteplici e complesse, ed investano vari livelli di gestione: locale, regionale e nazionale. Senza dubbio Prodi non è l’ultimo ma nemmeno il primo colpevole. Poiché la gestione del problema è stata affidata ad un livello di natura commissariale, le responsabilità dipendono anche e soprattutto, ma non solo, dal governo nazionale. Inoltre, poiché la cosiddetta “emergenza” dura e si trascina ormai da anni, esattamente da oltre un decennio, è evidente che le responsabilità non sono da ascrivere soltanto al governo Prodi, bensì anche ai governi precedenti.
Fatta questa doverosa premessa, non penso di dire una banalità quando affermo che i principali responsabili del disastro sono gli amministratori locali, dal momento che la gestione di un problema come quello dei rifiuti e del ciclo dei rifiuti, è di ordine territoriale, ossia locale.
Pertanto, le principali responsabilità vanno ascritte agli esponenti di maggior spicco delle amministrazioni locali in Campania, vale a dire Rosa Russo Iervolino in qualità di sindaco del Comune di Napoli, e Antonio Bassolino nella triplice veste di commissario straordinario dell’emergenza, sindaco della città partenopea e governatore della regione.
Precisate le responsabilità storico-politiche e morali (che, ripeto, sono molto più vaste e complesse rispetto a quelle sopra enunciate), la soluzione più razionale, più giusta e compatibile con le esigenze ambientali e sanitarie, è una sola: la raccolta differenziata.
Gli inceneritori non risolvono affatto la questione, ma la aggravano ulteriormente, introducendo altri pesanti fattori di inquinamento e devastazione ambientale, sociale e di corruzione politico-economica. I sistemi di incenerimento dei rifiuti rappresentano un’imperdibile e preziosa occasione per accumulare enormi fortune economiche, a cominciare dalle ditte appaltatrici che si occupano della costruzione degli impianti stessi, che in Campania sono affari gestiti dai clan camorristici. Aggiungo che i profitti non sono una prerogativa riservata esclusivamente al sistema imprenditoriale criminale, ma anche un appannaggio del circuito economico “legale”.
Sta di fatto che i mass-media ufficiali (stampa e televisione, pubblica e privata) stanno cercando di imporre, attraverso ripetuti bombardamenti di inganni e menzogne, la logica degli inceneritori quale unica soluzione possibile e praticabile, mentre la strada da percorrere è soltanto una, la più semplice, facile, ecologica ed economica: quella della raccolta differenziata. Da promuovere attraverso campagne capillari di educazione civica ed ambientale (nelle scuole ed ovunque sia opportuno e necessario), mediante appelli, assemblee ed altre iniziative di informazione e sensibilizzazione  morale, ma anche con il ricorso a strategie eventualmente “repressive” (ovvero multe e sanzioni amministrative), se necessario. Sempre meglio delle infiltrazioni camorriste, dell’inquinamento ambientale, sempre meglio della corruzione politica, dello scempio e della devastazione del territorio, sempre meglio del pericolo sanitario costituito dalle epidemie e dalle affezioni tumorali.
Infine, vi propongo un video molto interessante filmato da un ragazzo di Biella, che ci spiega le ragioni del NO agli inceneritori e le reali motivazioni che spingono i politici e la stampa di regime ad imporceli come soluzione unica.
Il link è

http://www.youtube.com/watch?v=lId0B8N1Etw

Lucio Garofalo

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