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Archive for the ‘furore e rivolta’ Category

Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all’attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un “effetto domino”, come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

 L’ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi.

Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo

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Il concetto di populismo, confuso abitualmente con la demagogia autoritaria e paternalista, gode di una pessima reputazione presso gli ambienti della sinistra radical chic e politically correct, affetta da un viscerale antipopulismo e snobismo intellettuale. Un vizio atavico e incorreggibile che la induce a nutrire un profondo disprezzo nei confronti delle masse popolari, in particolare verso il “popolo profondo”, visto con alterigia e spocchia aristocratica.

 Tuttavia, il discorso è più ampio, nella misura in cui la categoria del populismo è invisa alle moderne democrazie liberali, le quali ravvisano nel populismo una strategia per riscuotere facili consensi tra le classi ritenute poco colte ed evolute, facendo leva su cliché che garantiscono un immediato riscontro emotivo. A tale riguardo è giunto il momento di sfatare alcuni luoghi comuni della politica. Una di queste persuasioni è la tesi che qualifica Berlusconi come un “leader populista”. Nulla di più falso e becero. Al di là di stereotipi banali e mistificanti, Berlusconi è solo un populista di comodo. Mi spiego. Se il popolo lo vota e lo sostiene, allora il  popolo ha ragione e Berlusconi si spaccia per essere un populista, ma se la gente non lo vota ed osa contestarlo, in tal caso il popolo ha torto, perciò Berlusconi non è un sincero populista. Il populismo di Berlusconi è dunque capzioso, una menzogna ripetuta ossessivamente e metabolizzata acriticamente come un dato di fatto, che sarebbe il caso di riesaminare per svelare la sua natura opportunistica, cioè uno strumento di propaganda e mistificazione ideologica.

Se fosse un autentico populista, Berlusconi dovrebbe riconoscere piena sovranità al popolo in ogni caso, quando lo appoggia e quando lo contesta. Il populismo dovrebbe esprimere rispetto e devozione verso il popolo, un atteggiamento sincero e coerente, non basato su convenienze politiche, né sbandierato in termini di annunci e promesse elettorali menzognere, puntualmente disattese. Bisogna ribadire che Berlusconi non è un populista, ma un nemico del popolo, un impostore che ha fatto regredire il popolo italiano di oltre 50 anni, lo ha ingannato e impoverito. Invece, altri statisti passati e presenti possono rivendicare i meriti di un populismo declinato nelle forme di un socialismo  popolare e antimperialista. Un onesto leader populista ha in mente soprattutto il progresso del popolo. 

A parte il populismo russo e americano di fine Ottocento, si pensi a personalità di notevole prestigio come Mao Tse-Tung, la guida carismatica di una rivoluzione che ha fatto compiere al popolo cinese un poderoso balzo in avanti di secoli; si pensi a Fidel Castro, che ha beneficiato il suo popolo affrancandolo dalle piaghe secolari della miseria e dall’analfabetismo, al punto che Cuba può vantare gli ospedali e le scuole migliori del continente americano; si pensi a Hugo Chavez, che sta facendo progredire le condizioni del popolo venezuelano.

Insomma, occorre smascherare il populismo ipocrita e parolaio di Berlusconi e contrastarlo su un terreno politico e culturale, proponendo un modello alternativo e speculare insieme, sospinto da un’autentica ispirazione populista. Qui la nozione di populismo va intesa in un’accezione non demagogica, paternalista o sciovinista, bensì in un’ottica gramsciana, cioè nel senso di un blocco popolare avanzato e rinnovatore.

E’ in una prospettiva gramsciana che occorre imboccare la direzione di un populismo nuovo, inteso nella versione di un socialismo popolare che sposi i valori della democrazia partecipativa. Nulla esclude che il populismo possa assumere forme davvero progressiste e democratiche. Per evitare che una simile ipotesi resti sulla carta, è indispensabile una notevole maturità politica e teorica, ma soprattutto occorre che la situazione economica non peggiori. In un quadro di incertezza e precarietà sociale, in cui le istituzioni sono sorde a ogni forma di intervento sociale, la protesta dei movimenti populisti rischia di svilupparsi esaltando le componenti più aggressive e primitive, autoritarie e regressive.

A proposito di pregiudizi da sfatare, vale la pena di soffermarsi su alcuni stereotipi assolutamente banali e fuorvianti che iniziano a circolare per etichettare in modo superficiale la rabbiosa protesta giovanile esplosa nei giorni scorsi. Non c’è dubbio che le ultime manifestazioni studentesche, partecipate in modo massiccio e decisamente pacifico, sono state la migliore risposta proveniente dalla piazza e dagli altri scenari della contestazione, per smentire le infami accuse lanciate dalla solita stampa che aveva già scatenato una furiosa canea sulla presunta identità tra studenti e “potenziali assassini”. Fino a formulare l’irresponsabile equazione: manifestanti = terroristi.

Il tentativo dei mezzi di “distrazione” di massa per distogliere l’opinione pubblica dai nodi cruciali della protesta giovanile, ponendo l’accento sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la conferma dell’ottusa volontà del ceto politico di ignorare le rivendicazioni sollevate dalla piazza per proseguire ostinatamente in un atteggiamento di sterile chiusura autoreferenziale e in una recita di pupi a cui ormai siamo abituati. E’ giusto ricordare che non ci sono solo le lotte e le istanze espresse dal movimento studentesco in forma spontanea e tumultuosa, ma pure le questioni sociali rappresentate dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un comune denominatore che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

 Emerge un altro luogo comune da confutare: fino a ieri i giovani erano  rimproverati di essere “bamboccioni”, inerti e passivi politicamente, ora iniziano a ribellarsi e sono tacciati di essere “potenziali assassini”. Che si mettano d’accordo con il loro cervello. Ma chi sono i veri terroristi? La storia ci insegna che i peggiori furfanti sono coloro che detengono il potere economico, i veri sovversivi sono assorti al governo della nazione.

 Il DDL Gelmini sull’università è, tutto sommato, il “casus belli” di una rivolta studentesca che mira a denunciare il dramma della precarizzazione economica e sociale che incombe come una “spada di Damocle” sul futuro delle nuove generazioni. E come si può dar loro torto? Perché biasimare chi rifiuta un destino di sottomissione e precarietà?

Infine, una chiosa critica circa i limiti di questo movimento. Nel ’68 circolava uno slogan che così recitava: “siamo realisti: vogliamo l’impossibile”. Ebbene, questa nuova rivolta non esige l’impossibile, non avanza richieste che potrebbero apparire “velleitarie” in quanto non pretende di realizzare una rivoluzione, ma si limita a rivendicare solo ciò che è possibile nell’immediato: una normale mediazione politica e dialettica, insomma il dialogo. Infatti, basta pensare all’esultanza con cui gli studenti, o una parte di essi, hanno accolto la disponibilità di Napolitano ad ascoltare le loro ragioni, per rendersi conto della diversità sostanziale rispetto al Sessantotto, per cogliere l’enorme distanza che separa questo movimento giovanile rispetto agli anni ’70. Nel bene e nel male.

Lucio Garofalo

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Non c’è dubbio che la paura sia un istinto naturale, insito nella natura degli uomini. La paura è un impulso congenito e primordiale, indispensabile all’autoconservazione della specie. Senza questo istinto gli esseri viventi non avrebbero alcuna possibilità di scampo di fronte alle insidie presenti nell’ambiente. Ma proprio in quanto tale la paura è un elemento irrazionale e primitivo che ha bisogno di essere regolato dall’intelligenza per evitare che prevalga, divenendo l’elemento determinante delle azioni umane.

La paura può essere una forza devastante quando si fa strumento di lotta politica ed è usata per influenzare gli orientamenti delle masse che, prese dal panico, impazziscono, tramutandosi in furia cieca e incontenibile. Infatti, nulla è più impetuoso di una folla inferocita o terrorizzata, al pari di una mandria di bufali in fuga, assaliti dai predatori.

Il panico può causare disastri come un cataclisma naturale, può essere catastrofico come un terremoto o un’eruzione vulcanica. Il “terrore” per antonomasia è costituito dalla rivoluzione, che è la madre delle paure collettive che affliggono le classi dominanti.

La paura suscitata dalla minaccia di una “catastrofe sociale” che rischia di sovvertire l’ordine costituito e mette a repentaglio la sicurezza del proprio status di classi possidenti, è all’origine delle angosce che tormentano la società contemporanea. Ecco che risorge lo spettro della rivoluzione sociale, lo spauracchio della rivolta di massa.

Da quando l’umanità ha creato le prime forme di proprietà privata accumulando il surplus economico originario, derivante dall’espropriazione del prodotto del lavoro collettivo, la paura più forte e ricorrente nella storia della lotta di classe nelle diverse società (dallo schiavismo antico al feudalesimo medievale, al capitalismo moderno) è la paura di perdere ciò che si possiede, il terrore di vedersi espropriare le ricchezze estorte ai produttori, siano essi schiavi, servi della gleba o salariati. Non è un caso che più si è ricchi più si ha paura e, probabilmente, si è più infelici in quanto tormentati dall’inquietudine. Da qui è sorta l’esigenza di istituire un potere forte e superiore, detentore del monopolio della violenza, ossia lo Stato, atto a garantire la sicurezza e l’ordine in una società retta sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.

La rivoluzione sociale è il più grande spauracchio dei governi e delle classi dominanti, in particolare dei governi e delle classi possidenti nelle società capitaliste ormai putrescenti, angosciate dall’assalto delle moltitudini dei proletari migranti, impaurite dalla rabbia e dall’ansia di riscatto dei popoli oppressi e delle classi più povere ed emarginate provenienti in misura crescente e inarrestabile dal Sud del mondo.

Una paura molto attuale e diffusa negli Stati è la paura verso una società realmente democratica, libera ed egualitaria, che si estrinseca nella partecipazione concreta delle persone, per cui può divenire fonte di antagonismo sociale. La democrazia, non quella subìta passivamente, bensì vissuta attivamente, da protagonisti e non da sudditi o spettatori, il dissenso e il libero pensiero, la libertà intesa e praticata come critica e partecipazione diretta ai processi politici decisionali, tutto ciò incute un’angoscia profonda nell’animo di chi controlla e detiene il potere e la ricchezza sociale.

Da tale paura scaturisce un’idiosincrasia anticomunista e antidemocratica che tende a demonizzare le idee di libertà e i loro portatori, fino alla criminalizzazione e alla repressione di ogni dissenso ed ogni vertenza, recepiti come un’insidia che mina l’ordine costituito, che a sua volta si è determinato in seguito a precedenti rivolgimenti sociali.

Si rammenti che gli stati moderni e le società borghesi capitaliste hanno avuto origine da violente rivoluzioni sociali eseguite in gran parte dalle masse contadine e proletarie guidate dalle avanguardie illuminate e liberali della borghesia, che oggi teme di perdere il proprio potere e i propri privilegi di classe egemone e possidente. Il ruolo storico della borghesia, che un tempo era stato politicamente eversivo e rivoluzionario, determinando il rovesciamento violento dei regimi dispotici e assolutistici e delle aristocrazie feudali, con le loro sovrastrutture ideologiche oscurantiste di origine medievale, si è rapidamente trasformato in senso conservatore e misoneistico, rappresentando un ostacolo concreto alla piena realizzazione del progresso scientifico, culturale e sociale dell’umanità, all’esercizio pratico della democrazia diretta, corale e partecipativa, al compimento di un effettivo processo di affrancamento del genere umano da ogni forma di barbarie e violenza, di oppressione e sfruttamento, di schiavitù e di paura.

Lucio Garofalo

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La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.

Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.

La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell’ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe. 

Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.

Per comprendere tali  fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.

In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.

Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.

Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.

Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.

Lucio Garofalo

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