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Archive for the ‘problemi g-locali’ Category

Chiarisco subito che il presente articolo è a sfondo eroicomico e satirico, e come tale va letto. Un adagio recita “la realtà supera la fantasia” e a volte la realtà supera persino la satira. La saggezza popolare ci assiste soprattutto in tempi di campagna elettorale.

 Fatta questa premessa, introduco l’argomento. Anni fa, parafrasando una frase di Lenin sull’estremismo come “malattia infantile del comunismo”, ebbi modo di intuire che “il demitismo è la malattia senile di un certo tipo di marxismo”. In un quadro di tatticismi, acrobazie ed equilibrismi politici che si sono intensificati a livello locale, mi pare di dover aggiornare la battuta nel seguente modo: “il demitismo senza De Mita è la malattia senile di un certo tipo di ex marxismo”.

A proposito di demitismo non si può non ricordare il piano di finta industrializzazione imposto negli anni della ricostruzione post-sismica, che ha rovinato l’ambiente e l’economia locale. In Irpinia venne importato un modello di sviluppo calato da una realtà che non ci appartiene, per cui si è rivelato fallimentare. E non poteva essere altrimenti. Per inciso, ricordo le tante ”cattedrali nel deserto” come l’ESI SUD, la IATO e altre industrie fallite, i cui dirigenti, in gran parte provenienti dal Nord Italia, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone sfruttando i finanziamenti previsti dalla Legge 219/1981 varata per l’industrializzazione e la ricostruzione delle aree terremotate. Quel disegno si basava su una strategia miope poiché non teneva conto del mercato locale e delle peculiarità del nostro territorio.

Riprendendo il discorso iniziale occorre notare come in questo turno elettorale, a contendersi la carica di sindaco di Lioni siano due figure tra loro diverse, ma speculari, della politica locale: l’uno si proclama di centro-sinistra, l’altro fa riferimento ad una “lista civica” che è il travestimento di una coalizione di centro o centro-destra, o viceversa. Non voglio affermare in modo qualunquistico che le posizioni siano intercambiabili, ma non nascondo una certa tentazione a farlo. Probabilmente la differenza tra i due candidati, per certi versi casuale, è la seguente: l’uno è un ex marxista, ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ex anti demitiano, l’altro è una sorta di outsider, la cui candidatura a sindaco è emersa all’ultimo minuto, come impone ormai la tradizione lionese, ma non è esattamente un neofita, ma uno degli esponenti relativamente più giovani della “vecchia guardia” socialista che a Lioni ha sempre avuto una presenza politica di rilevo, quindi anch’egli è, a suo modo, un ex.

Nella precedente campagna elettorale il professore ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ricevette l’investitura dall’alto del Monte ed è stato per un periodo il referente ufficiale di De Mita sul territorio comunale, oggi è il candidato alla poltrona di sindaco di una coalizione di centro-sinistra che orbita nel campo di attrazione gravitazionale del PD con una formazione di gregari che ruotano alla stregua di vari satelliti attorno all’”astro” della politica lionese. E’ innegabile che tale ”squadra” sia imperniata sulla figura centrale del “capitano” ed è altrettanto evidente che risenta di un’egemonia personalistica esercitata dal suo “narcisismo intellettuale”. L’altro candidato alla poltrona di sindaco è, ripeto, un “outsider” che non è accreditato come il più autorevole fra gli esponenti politici lionesi, cioè un demitiano a denominazione d’origine controllata. In ogni caso non si tratta di un novizio sprovveduto ed ha alle spalle un gruppo agguerrito di “vecchie volpi” della politica locale. A questo punto la situazione relativa alla campagna elettorale per le amministrative lionesi, è ufficiale e definitiva.

 Dunque, una cosa è certa: a Lioni dobbiamo rassegnarci all’assenza di un’autentica forza di alternativa al sistema di potere vigente. A Lioni manca da tempo un’opposizione seria e credibile per cui si registra un disavanzo di democrazia, trasparenza e vigilanza che favorisce l’arbitrio di chi detiene le redini dell’Amministrazione. Al di là dei singoli episodi l’analisi si può sintetizzare nel modo seguente: la differenza tra il contesto odierno e il passato consiste nell’assenza di un soggetto di opposizione politica. Oggi il dissenso stenta a tradursi in un progetto di trasformazione dell’assetto politico e sociale lionese. Aggiungo che la mancanza di diritti e tutele a favore di chi non dispone di amicizie politiche non investe solo la realtà di Lioni. Anche in passato, se una persona non poteva affidarsi al ”santo in paradiso” in quanto non aveva agganci con il notabile che deteneva l’esercizio del potere, non contava nulla. Per quanto concerne l’orientamento da seguire, non ci sono dubbi: o si accettano ingiustizie, soprusi e prepotenze, comportandosi in modo vile e conformista, o si inizia ad agire in termini incisivi, provando ad organizzare pratiche di resistenza collettiva con tutti quelli che si dichiarano propensi ad un’azione antagonista per contrastare l’arbitrio vigente. Sono da evitare le iniziative isolate per non rischiare di subire la classica fine di Don Chisciotte (l’eroe comico per antonomasia) che pretendeva di battersi contro i mulini a vento.

 Potrei soffermarmi sulla portata storica del demitismo e sulle responsabilità del sistema politico rispetto al mancato sviluppo delle nostre zone, rispetto al miraggio dell’industrializzazione, rispetto alla disoccupazione diffusa tra i giovani, costretti ad una nuova emigrazione, rispetto allo spopolamento e al degrado delle nostre comunità. Certo, non tutti i mali sono imputabili al signore di Nusco, tuttavia esistono verità che nessuno può smentire se non in mala fede. De Mita è stato il massimo vertice istituzionale di una classe dirigente locale e nazionale che ha dominato la fase della ricostruzione post-sismica, la cui gestione è stata quantomeno discutibile nei metodi e nei fini. De Mita è tuttora in auge ed ha perpetuato il suo potere a livello locale. In Irpinia, il vero problema non è tanto la destra berlusconiana, quanto il centro demitiano. Si pensi ai guasti arrecati da un sistema imperniato sul cinismo di logiche affaristiche, clientelari e paternalistiche riconducibili alla ”scuola” di Nusco, che ha istruito diversi allievi che hanno superato il loro maestro. Senza fare nomi, questi epigoni, veri campioni del demitismo senza De Mita, sono presenti in modo trasversale.

 Uscendo fuor di metafora, cioè fuori dal linguaggio ironico e surreale della satira, provo a sintetizzare il mio “atto d’accusa”. Al sistema berlusconiano si rimprovera il conflitto d’interessi che privilegia B. e la sua cricca. Ciò è un dato di fatto. Eppure, quanti conflitti d’interessi sono evidenti, o latenti, nel campo delle amministrazioni locali? E nel caso di Lioni? Un conflitto d’interessi riguarda il commercio, che è da sempre l’ossatura dell’economia locale. Ebbene, colui che presiede la gestione di tale settore è coinvolto direttamente in quanto commerciante. Cos’è questo se non un conflitto d’interessi in piena regola? Insomma, la Pubblica Amministrazione è ormai ridotta ad un comitato d’affari. Ma la cosa più grave è che è mancata una degna opposizione tra i banchi del Consiglio municipale. E quando manca un soggetto che garantisca un’azione di controllo, trasparenza e denuncia amministrativa, il rischio è una deriva autoritaria e una degenerazione morale della Pubblica Amministrazione, che scade nel regno degli abusi e delle ingiustizie a danno della comunità e a vantaggio di affaristi senza scrupoli.

Chiudo con una provocazione finale. Affarismo, assistenzialismo, clientelismo, parassitismo e paternalismo, sono l’essenza di un potere criminogeno che incoraggia comportamenti disonesti, seminando il germe dell’illegalità. Esempi in tal senso sono il berlusconismo e il demitismo. L’aspetto più inquietante è che tali sistemi esistono indipendentemente dai loro iniziatori grazie a discepoli in grado di scalzare i “maestri”.

Lucio Garofalo

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Esordisco con una testimonianza personale, sia pure solo verbale, di solidarietà e di vicinanza morale nei confronti dei migranti e dei cittadini di Lampedusa, giustamente esasperati dall’inettitudine, dall’arroganza e dal menefreghismo del governo italiano.

 

L’ignominiosa vicenda di Lampedusa è estremamente paradigmatica nella misura in cui fornisce l’ennesima, agghiacciante conferma (di cui si poteva tranquillamente fare a meno) che i diritti umani sono sistematicamente violati e calpestati nel nostro Paese e poi ci vengono a parlare di interventi “umanitari” da compiere in Libia o altrove. Quanto sta accadendo a Lampedusa è un esempio emblematico e grottesco dell’ipocrisia e della cattiva coscienza del mondo occidentale, nella fattispecie è una rappresentazione inequivocabile del degrado e dell’imbarbarimento politico dell’Italia e dell’Europa.

E’ innegabile che il comportamento del governo Berlusconi di fronte ad una reale e drammatica emergenza umanitaria sia stato quanto meno deprecabile e disonesto, tant’è che nel corso dell’ultima puntata di Anno Zero, a cui erano presenti Gino Strada e Ignazio La Russa, il portavoce di Emergency ha chiesto al ministro che fine avesse fatto il senso di umanità e di civiltà nel nostro “Belpaese”, ma soprattutto tra gli esponenti del governo in carica. Francamente mi è parso come pretendere compassione e comprensione da parte di un muro di pietra. Infatti, dall’altra parte sedeva La Russa.

Ma il “capolavoro” lo ha compiuto Tremonti, che ha tardivamente scoperto la classica “acqua calda” nel momento in cui ha suggerito di soccorrere i popoli arabi “a casa loro” come sento ripetere, senza alcun riscontro pratico, da quando ero ancora in fasce. Il ministro dell’economia ha rilanciato questa vecchia proposta di stampo paternalista e cripto-colonialista per una finalità che è comoda e funzionale agli interessi egoistici e meschini della piccola borghesia “padana” che fa capo alla Lega Nord, evidentemente terrorizzata all’ipotesi di un’invasione in massa di immigrati africani, per cui sta imponendo la “linea dura” che è quella di evitare che i flussi migratori giungano a “casa propria”. L’importante, per costoro, è che l’ondata migratoria resti confinata, finché possibile, nella piccola e remota isola di Lampedusa o in altri luoghi “miserabili” del Sud Italia, tanto chi se ne frega: “sono tutti marocchini”. E’ un’ottica allucinante e miope.

Una persona, evidentemente di buon senso, mi ha posto una domanda oltremodo scontata e legittima, che definirei addirittura ingenua nella sua estrema semplicità e franchezza: “perché non li smistano altrove?”. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione possibile e praticabile, oltretutto di facile attuazione nel breve periodo, trattandosi di un’ipotesi pragmatica e di buon senso, eppure non viene eseguita. Perché?

Sinceramente mi pare di poter cogliere una serie di inquietanti analogie con la vicenda, altrettanto obbrobriosa e raccapricciante, dell’immondizia di Napoli, con la differenza (non di poco conto) che ora stiamo parlando di esseri umani, che evidentemente sono considerati e trattati alla stregua dei “rifiuti” in quanto nessuno li accetta a “casa propria”, esattamente come è accaduto con la spazzatura proveniente da Napoli.

L’accostamento tra i rifiuti di Napoli e i “rifiuti umani” di Lampedusa potrebbe risultare una provocazione assurda ed esagerata, ma è probabilmente l’unica chiave interpretativa per spiegare quanto sta accadendo in questi giorni in un paese che si proclama “civile” e che in questi mesi sta festeggiando i 150 anni della sua “unità”.

E’ evidente che nel caso specifico le difficoltà oggettive sono aggravate da fattori di ordine soggettivo, riconducibili cioè all’ambito delle decisioni dettate dai responsabili della politica. Mi riferisco all’inettitudine, all’impreparazione ed alle lentezze, a dir poco grossolane, messe in mostra dalle autorità politiche soprattutto governative, e all’assenza di un’efficace volontà di risoluzione che coincide e si intreccia in qualche misura con una logica becera e razzista che ha l’interesse a generare un elemento di ulteriore conflittualità e lacerazione sociale, che oltretutto fornisce una sorta di “diversivo”, un mezzo di “distrazione di massa” rispetto ad altre vicende ed altre questioni, interne ed esterne, che hanno imbarazzato ed hanno messo alla berlina la figura, già goffa e ridicola, del capo del governo italiano. E non mi riferisco solo agli eclatanti scandali sessuali che ultimamente sono passati, guarda caso, in secondo piano.

Lucio Garofalo

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In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all’ambiente e all’economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto” come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l’insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

Negli anni ’80 l’Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto “uomo del monte”, il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l’Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all’appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. All’interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all’inizio degli anni ‘90.

Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un’azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

Lucio Garofalo

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Da tempo esiste oggettivamente un’allarmante vertenza in Irpinia, che si estrinseca in una serie di gravi emergenze di natura ambientale, sociale, economica e politica. Si pensi anzitutto alla cosiddetta “emergenza demografica”, cioè al calo inarrestabile della popolazione irpina, provocato non solo dalla drastica diminuzione delle nascite, ma anche dal nuovo fenomeno dell’emigrazione giovanile, di tipo intellettuale. Tali fattori concorrono allo spopolamento crescente dei paesi irpini, tranne pochi casi virtuosi ma isolati, che appaiono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori immigrati extracomunitari o provenienti da altre province, soprattutto dall’hinterland napoletano.

Si pensi al problema della disoccupazione (il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia ha superato il 50 per cento), della precarietà economica sempre più estesa, di cui nessuno si preoccupa e che nessuno a livello istituzionale è intenzionato ad affrontare.

Ma su tutte le questioni spicca la cosiddetta “emergenza sanitaria”, che si traduce nell’infausta decisione di sopprimere i presidi ospedalieri di Sant’angelo dei Lombardi e di Bisaccia, che servono un bacino di utenza pari ad almeno cinquantamila abitanti.

Queste e altre emergenze irrisolte, come quella scolastica o quella esistenziale (si pensi all’aumento delle tossicodipendenze e dei suicidi giovanili), al di là delle molteplici responsabilità locali, si possono ridurre ad un comune denominatore, identificabile nell’assenza, o nella riduzione, degli spazi di agibilità democratica avvertita nel nostro Paese. Si tratta di un fenomeno preoccupante che va ascritto a livelli sovrapposti di responsabilità, derivanti dalle iniziative demagogiche assunte dal governo in carica. 

Si pensi alla pesante emergenza ambientale, che riesplode in Campania a causa del mancato smaltimento dei rifiuti napoletani: si pensi dunque al problema delle discariche di Savignano Irpino, dell’altopiano del Formicoso ed altri siti della nostra provincia.

A questo punto è il caso di soffermarsi a riflettere con lucidità intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti riesplosa drammaticamente a Napoli, per smaltire anzitutto le (eco)balle, cioè le menzogne che ci stanno di nuovo propinando senza risparmio. Balle gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa borghese, sia dalle forze politiche formate da varie aggregazioni, che si tratti di coalizioni targate centro-destra, o si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare.

La madre di ogni quesito è la seguente: cui prodest? A chi giova la logica emergenziale che ogni tanto riaffiora e si tenta di imporre con ogni mezzo, ricorrendo sia alla disinformazione di massa, alla manipolazione quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista, sia al ricatto e alla violenza repressiva istituzionalizzata?

Perché si insegue ad ogni costo lo scontro fisico con le popolazioni locali e non il dialogo pacifico? A chi conviene provocare uno stato di conflittualità permanente? A chi fa comodo creare una situazione così assurda e caotica, al limite della dittatura, peggiore di ogni fascismo conclamato e di ogni aperto totalitarismo perché più ipocrita e subdolo, esercitato in concreto, ma formalmente riparato sotto le vesti di una falsa “democrazia”?

Ormai è evidente che la cosiddetta “emergenza rifiuti” è solo un facile pretesto per instaurare nel paese una drastica svolta in senso autoritario. E’ in atto uno stato di polizia permanente che fa capo ad un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova “strategia della tensione”, che mescola istanze e pulsioni xenofobe, urgenze di stampo sicuritario, con vertenze esplosive quali la drammatica questione dei rifiuti.  

Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia è anzitutto quella democratica. Ormai è un dato di un’evidenza assolutamente innegabile: non si può fare a meno di constatare l’assenza di un’autentica forza di opposizione politica e sociale, in grado di costruire un’alternativa seria e credibile al sistema di potere imposto dal berlusconismo.

In un contesto di crescente regressione autoritaria e populista sul piano nazionale si va delineando  una tendenza storica involutiva causata dalla recessione economica internazionale, a sua volta riconducibile alla crisi strutturale e senza precedenti che coinvolge il sistema capitalistico su scala planetaria, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree più arretrate e depresse del Meridione, in modo particolare sul mondo del lavoro produttivo, a scapito quindi della classe operaia, cioè di quel proletariato composto in modo crescente da lavoratori immigrati, un proletariato sempre più precario e malpagato, escluso dalla sfera del potere politico ed economico.

Se non si comincia a combattere in modo serio ed efficace le emergenze che affliggono le nostre comunità e soprattutto le classi lavoratrici, difficilmente si potrà estirpare alla radice il malessere sempre più diffuso che angoscia le giovani generazioni irpine. Sembra che l’ottimismo sia ormai un lusso riservato a pochi privilegiati, nella misura in cui le nuove generazioni, prigioniere dell’inquietudine e dello sconforto, non possono nutrire neanche la speranza verso un avvenire più sereno e soddisfacente, data la totale assenza di prospettive legate ad un lavoro decente e ad una vita degna d’essere vissuta. 

A causa della cittadinanza negata alle masse subalterne, i nostri giovani sono in gran parte costretti a mendicare favori che sono elargiti attraverso sistemi ereditati dal passato, sia per ottenere un lavoro a tempo determinato, precario e malpagato, privo di ogni diritto e tutela, sia per ricevere un normalissimo certificato, per cui i nostri diritti sono svenduti e sviliti in termini di volgari concessioni in cambio del voto politico a vita.

Questa mentalità clientelistica e fatalistica è un malcostume intrinseco alla “normalità” quotidiana, una situazione ritenuta “naturale” in base ad una legge di natura che in realtà non esiste. In effetti le leggi naturali non sono applicabili alla dialettica storica, che è segnata da tendenze e controtendenze sociali sempre mutevoli, che si intrecciano in un rapporto di reciproca interazione, per cui nulla è immutabile nella realtà storica e politica degli uomini, come si evince dalle esperienze rivoluzionarie del passato che hanno abolito i privilegi feudali e lo sfruttamento della servitù della gleba. Condizioni che per secoli gli uomini hanno accettato e riconosciuto come “giuste” e “ineluttabili”.

Purtroppo, anche in Irpinia la classe operaia conosce percentuali sconcertanti di omicidi bianchi, che denunciano un vero e proprio stillicidio di cui nessuno osa parlare. In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, in quanto asserviti ai notabili locali, dato che le assunzioni in fabbrica sono ancora decise secondo metodi clientelari. I segnali di una ripresa dell’iniziativa proletaria sono assai deboli, parziali e slegati tra loro; non vi sono attualmente organizzazioni politiche in grado di favorire un’accelerazione dei processi di presa di coscienza e di auto-organizzazione. Il proletariato (non solo quello irpino) non ha ancora acquisito fiducia in se stesso e non ha ancora rinunciato alle vane illusioni propinate dai mass-media e dai partiti borghesi.

Lucio Garofalo

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Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.

Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone.

Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia.

In Irpinia affiorano vari segnali che denunciano un impoverimento del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. L’Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive occupazionali per l’avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità ed agibilità democratica.

Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione.

E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell’emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale.

Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al “sovversivismo delle classi dirigenti” di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società.

Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un “liberismo” più di facciata che di sostanza, nel senso che sono “liberisti” a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono “antiliberisti”, “protezionisti” e “statalisti” quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell’odierna fase recessiva.

Tornando al quesito originario – quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico.

Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre “Gattopardo”, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto.

La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all’impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.

In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.

Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.

Lucio Garofalo

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Se provassi a ragionare sui problemi concreti dell’Irpinia e mi addentrassi troppo nel merito, temo che rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un malcostume tipico dei politici è esattamente quello di sentirsi facilmente “diffamati” o “calunniati”, querelando chiunque osi affermare una verità riconosciuta da tutti, ma sottaciuta, sempre malintesa e confusa con la menzogna, respinta come una “accusa infamante”.

Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più “oasi felici”, oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  le nostre comunità.

I dati Istat, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli italiani poveri hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della povertà assoluta in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della povertà relativa negli ultimi anni, soprattutto al Sud, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.

Infatti, se in Italia le cose vanno male, al Sud vanno sempre peggio. “Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese”, spiega Nicoletta Pannuzi, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.

Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda  sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la povertà registra un incremento allarmante a causa della crisi: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.

In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.

Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.

Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell’interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L’imposizione di una visione  della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo. 

A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all’aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un’interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.

L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.

Il mio “pessimismo cosmico” è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.

Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un’azione  politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.

L’attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.

L’Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l’autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all’esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il “pensiero unico” dell’homo economicus, tipico dell’ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all’interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d’uomo.

Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un’accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.

La schizofrenia e l’atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una  profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale. 

Lucio Garofalo

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