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Archive for luglio 2009

In un paese che aspiri ad essere civile, la sicurezza sul lavoro dovrebbe essere anteposta ad ogni altro tipo di emergenza. Invece, le norme introdotte recentemente in materia di “sicurezza” si riferiscono ad altri ambiti della vita quotidiana, essendo evidentemente percepiti come urgenti dal legislatore. Mi riferisco alla legge recante “Disposizioni in materia di pubblica sicurezza”, meglio noto come “pacchetto sulla sicurezza”. Il decreto ha suscitato aspre polemiche ed è stato promulgato il 15 luglio scorso, non senza riserve, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il quale, come si legge sul link http://www.corriere.it/politica/09_luglio_15/napolitano_promulga_legge_sicurezza_con_preoccupazione_e9a9e7d4-714a-11de-b1fb-00144f02aabc.shtml, “ha inviato una lettera al presidente del Consiglio e ai ministri dell’Interno e della Giustizia (e per conoscenza ai presidenti di Camera e Senato) in cui esprime «forti perplessità e preoccupazioni» sul provvedimento, in particolare sul reato di clandestinità e sulle ronde”.

Quindi, l’emergenza della sicurezza sul lavoro sembra passata in secondo piano, dopo essere stata alla ribalta in seguito ai gravi episodi accaduti alla ThyssenKrupp di Torino, allo stabilimento di Mineo, in provincia di Catania, e nella cisterna di Molfetta. Eppure, sui luoghi di lavoro si muore ogni giorno. Il macabro bilancio richiede aggiornamenti continui. Stando ai dati definitivi forniti dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro www.inail.it) nel 2008 i decessi sui posti di lavoro sono stati 1.120, nel 2007 sono stati 1.207 rispetto ai 1.341 dell’anno precedente.Si tratta di numeri stimati ma attendibili e semmai approssimati per difetto”: http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=News_prima_pagina/2008/INAIL/info-1705450248.jsp.

Il lavoro manuale, costituito dalle mansioni esercitate nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri, sulle strade, nei campi, il lavoro svolto da sempre nei luoghi della produzione materiale, è ormai un “lavoro ad alto rischio”. Infatti, l’impressionante bilancio delle “morti bianche” è un bollettino di guerra. Si calcola che nel mondo gli infortuni mortali sul lavoro, mi riferisco a quelli ufficialmente registrati, superano in modo inquietante le cifre dei decessi causati dal conflitto bellico in Iraq e dalle guerre in generale: http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=News_prima_pagina/2008/Infortuni/info-598367173.jsp.

Se non bastasse l’evidenza, ci sono sempre le varie statistiche a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso un vero stillicidio. Le stime dell’Inail rivelano che le “morti bianche” riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. Così come continua a salire il numero degli incidenti non mortali. In Italia, ogni anno – rivela l’Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro – si conta all’incirca un milione di infortuni; di questi, oltre 30mila procurano invalidità permanenti. Questi sono solo alcuni dati. Ma le “morti bianche”, al di là delle circostanze casuali riconducibili a “tragiche fatalità”, recano quasi sempre precise responsabilità umane, in quanto esiste sempre qualcuno che non ha fatto tutto il possibile e il suo dovere per evitare quella morte o quell’incidente, una responsabilità precisa che andrebbe ricercata e perseguita.

In breve, le stragi sul lavoro possono essere collegate ai seguenti ordini di causalità: anzitutto i costi e la logica del profitto economico e del mercato, l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento del lavoro in fabbrica e l’incremento del lavoro straordinario. In altre parole, la causa prima è la crescente precarizzazione delle condizioni di sicurezza, anzitutto ambientale, dei lavoratori. Invece, nell’agenda politica del governo la drammatica emergenza della sicurezza sui luoghi di lavoro è stata scalzata da altre priorità come la questione della sicurezza urbana e sociale, collegata strumentalmente al fenomeno dell’immigrazione “clandestina”.

Lucio Garofalo

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(alias Franceschini e D’Alema)

Tutti conoscono “Le Avventure di Pinocchio”, la celebre fiaba inventata dall’estro creativo di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, magari per averla semplicemente ascoltata, oppure studiata a scuola, per averla vista al cinema o in televisione. Tra le varie versioni cinematografiche e televisive ricordo con piacere soprattutto l’indimenticabile sceneggiato trasmesso dalla RAI nel 1972, un vero capolavoro di Luigi Comencini, con un cast formato da attori eccezionali: il  magistrale Nino Manfredi nei panni di Mastro Geppetto, i memorabili Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nelle vesti del Gatto e della Volpe, la splendida Gina Lollobrigida nel ruolo della Fata Turchina, infine il piccolo e sconosciuto Andrea Balestri nella interpretazione di Pinocchio e che oggi ha 46 anni.

Sarà che non ho mai ammirato il noioso e invadente personaggio del Grillo Parlante, ritratto simbolico dei benpensanti e moralisti di ogni tempo che si ergono a difesa dell’ordine costituito, dei falsi predicatori e paladini del buon costume, sempre pronti a sentenziare e dispensare consigli, ad impartire norme e precetti che loro sono i primi a violare. Né ho mai apprezzato il profilo dello stesso Pinocchio (tanto caro a Roberto Benigni), un tipo ingenuo e facilmente influenzabile, effigie di tutti gli sciocchi zimbelli e burattini. Tanto meno ho amato la maschera di Mangiafoco, crudele metafora dei burattinai, degli aguzzini e carcerieri a difesa del sistema. Parimenti ho detestato quei mascalzoni che sono il Gatto e la Volpe, divertente allegoria dei numerosi imbroglioni e furfanti in circolazione, sempre pronti a raggirare e derubare gli sprovveduti, anch’essi vaganti in gran copia. E ancor meno ho gradito i gendarmi e i forcaioli d’ogni tempo, diffusi in ogni angolo del mondo. Invece, ho sempre preferito l’immagine allegra e strepitosa di Lucignolo, emblema dei giovani ribelli e disobbedienti, inguaribili idealisti e sognatori, figura tipica dell’anarchico anticonformista all’eterna ricerca della libertà e della felicità inseguite nell’immaginario e utopico “Paese dei balocchi”

Sarà per questo ed altre ragioni, ma francamente non riesco a provare una sincera simpatia nei confronti del comico genovese Beppe Grillo. Ancor meno provo attrazione verso l’ambiguo movimento che i media hanno battezzato con il nome di “grillismo”. Certo, anch’io avverto un moto irrefrenabile di repulsione, rabbia e disprezzo nei confronti di un sistema politico sempre più corrotto e affarista, nel quale i furbi, gli impostori e i ciarlatani, i carrieristi e gli arrivisti più spregiudicati la fanno da padroni. Perciò comprendo l’onda di rigetto e di sfiducia popolare testimoniata anche (ma non solo) dall’assenteismo di massa alle recenti elezioni.

Tuttavia, confidando e attingendo nella memoria storica collettiva e nella mia esperienza diretta, ho sempre coltivato una profonda e legittima diffidenza verso i movimenti di questo tipo, malgrado mi sforzi di comprendere le loro ragioni. In passato abbiamo già conosciuto altri movimenti di protesta antipartitocratica. Abbiamo assistito ad altri “fenomeni” del genere: ad esempio, all’indomani della seconda guerra mondiale, nel clima arroventato della guerra civile scatenata dall’opposizione tra fascismo e Resistenza partigiana, apparve il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato a Roma nel 1944 dal commediografo, giornalista e (guarda caso) uomo di spettacolo Guglielmo Giannini. Successivamente si affacciarono i Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, veri cani da guardia del liberismo capitalistico di marca anglosassone. Molti anni dopo (in)sorse la Lega Nord di Umberto Bossi. Insomma, l’elenco è nutrito.

Tutti i succitati movimenti, sorti in origine con premesse e motivazioni abbastanza analoghe ed affini, sono alla fine approdati al medesimo risultato, ossia inserirsi nell’alveo della tanto agognata e maledetta Casta partitocratica. Ne approfitto per ricordare che lo stesso Silvio Berlusconi si presentò in illo tempore con le fattezze del “nuovo che avanza”, come simbolo dell’Antipolitica. Egli seppe interpretare e incarnare abilmente il diffuso sentimento di protesta e malcontento popolare diretto contro i partiti sull’onda emotiva scatenata dalle inchieste politico-giudiziarie di Tangentopoli. Seppe cavalcare e sfruttare il comune e (in qualche misura) atavico senso italico dell’Antipolitica, ergendosi a paladino dell’Antisistema e della battaglia antipartitocratica, per diventare infine l’emblema per eccellenza del potere (bi)partitico e istituzionale, oltre che di quello economico e del “quarto potere”, quello mediatico.

Tuttavia, mi chiedo se tali comparazioni storiche possano davvero servire a comprendere un movimento che per certi versi appare inedito, quantomeno perché si è generato attraverso Internet. Un fenomeno storicamente determinato dalla crisi di consensi e credibilità in cui versa da tempo il potere politico ricostituitosi in Italia dopo la “bufera” di Tangentopoli che investì i partiti della Prima Repubblica all’inizio degli anni ’90. Ma il parallelismo più logico e scontato, indubbiamente corretto dal punto di vista storico, è quello con il “leghismo”, di cui il “grillismo” si configura come il più degno erede, benché in una versione di “sinistra”. In tal senso, se posso azzardare un audace paragone, il “grillismo” si presenta come una sorta di “leghismo di sinistra”, ossia di marca “girotondina”.

Ma ora vorrei soffermarmi su un punto. Il movimento che Grillo è riuscito a radunare attorno a sé, sebbene possa pretendere di aver ragione accampando una serie di giuste rivendicazioni contro un ceto politico corrotto e inadeguato, tuttavia non riesce ad occultare la sua reale natura autoritaria e moralista, inquisitoria e poliziesca, qualunquista e persino sfascista. Mi spiego meglio richiamando la proposta di riforma del sistema politico che è il principale cavallo di battaglia del “grillismo”. Mi riferisco al disegno di legge popolare articolato in tre punti per un “Parlamento Pulito”. I tre punti sono:

     1) NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento – Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.

    2) DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento – Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.

    3) ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito – I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Ebbene, fermiamoci a ragionare sulla “condizione” che per far parte delle liste civiche occorre essere “incensurati”, oltre a non avere tessere di partito. Questo dettaglio (solo apparentemente) insignificante è assai rivelatore, è una spia che tradisce la vera indole, reazionaria e poliziesca, del movimento “grillista”. Questo dato è invece essenziale e conta più del folclore, delle manifestazioni di protesta, delle battute ad effetto e dei “vaffanculo” urlati contro la Casta partitocratica. Nel postulare una norma così rigida, il progetto “grillista” rivela non solo un eccessivo timore reverenziale, un servile ossequio nei confronti dell’azione repressiva della magistratura, bensì tradisce un farisaico perbenismo piccolo-borghese, un giustizialismo “giacobino/girotondino” a dir poco inquietante.

Nelle società classiste, la Legge e il Diritto non sono imparziali. La Legge non è affatto “uguale per tutti”, anzi. In un ordinamento giuridico, politico ed economico strutturato sullo sfruttamento e sulla divisione sociale del lavoro, sull’esistenza e sulla tutela della proprietà privata, le leggi dello Stato non sono mai neutrali, ma viziate, corrotte e applicate a vantaggio del più forte, ricco e potente, sono un elemento storicamente determinato dai rapporti di forza insiti in una data formazione sociale in un dato momento storico.

Oggi si può incappare facilmente nelle maglie della (in)Giustizia repressiva borghese, per cui si può essere “censurati” per molteplici ragioni, tra cui i “reati d’opinione”, i “delitti” contro la proprietà privata e contro l’ordine costituito. La conseguenza immediata e drammaticamente concreta del disegno di legge proposto dal movimento “grillista” sarebbe proprio quella di bollare come “colpevoli”, “rei” o “delinquenti”, tutte le vittime del sistema carcerario e repressivo di classe, negandogli ogni diritto politico, espellendoli dalla “comunità politica”, ossia escludendoli dall’alveo della cittadinanza. In tale progetto di esclusione, discriminazione e repressione, si rivela la natura autenticamente autoritaria, oppressiva, classista e fascista del “grillismo”.

Per tali ragioni, ho deciso di schierarmi apertamente contro tale movimento. Affermo ciò non senza rammarico, nel senso che nonostante io non sia un servo o un funzionario di partito, per cui anch’io combatto il sistema politico vigente, tuttavia non riesco a simpatizzare per l’iniziativa e la polemica di Grillo. Una battaglia che reputo disfattista, sfascista e qualunquista: vorrà dire che mi beccherò una valanga di critiche ed insulti da parte dei numerosi “grillini”.

Lucio Garofalo

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Nei giorni scorsi, esattamente il 12 luglio, sulle pagine del suo blog – www.beppegrillo.it – il comico genovese ha annunciato la propria candidatura alla segreteria nazionale del Partito Democratico che sarà contesa attraverso il sistema delle elezioni primarie il prossimo 25 ottobre. La notizia ha colto tutti di sorpresa, spiazzando i dirigenti storici (D’Alema, Bersani, Fassino, Franceschini, ecc.) che appartengono alla nomenclatura del partito e hanno già opposto un secco rifiuto sostenendo che Grillo “non condivide il progetto del PD” oppure perché “ha sempre attaccato il partito”. A giudicare dalla notevole irritazione con cui i suddetti dirigenti hanno reagito alla netta posizione di Grillo, sembra non ci sia alcun margine di mediazione, almeno per il momento.

Tuttavia, due dei quattro candidati alla segreteria, il senatore Ignazio Marino e Mario Adinolfi, sembrano d’accordo o, comunque, non hanno manifestato obiezioni alla candidatura del comico, che sta ricevendo ampi consensi in vari settori della base del partito e ancor più nel bacino d’utenza della Rete, frequentata da migliaia di internauti.

In modo particolare, il sostegno più convinto ed entusiastico proviene dai numerosi fan e visitatori del sito web di Beppe Grillo. Il quale non nasconde affatto le sue intenzioni che sono senza dubbio ambiziose, ossia generare e diffondere il “virus” del rinnovamento, non tanto e non solo all’interno del Partito Democratico, quanto all’interno del sistema politico e soprattutto della società italiana nel suo complesso.

Attualmente il punto più polemico e controverso dell’intera vicenda sembra essere l’iscrizione di Grillo al PD. Infatti, mentre i vertici nazionali del partito sono fermamente decisi a negare ogni possibilità di tesseramento, invocando i termini e le norme statutarie, un circolo territoriale dell’Irpinia, esattamente il circolo “Martin Luther King” di Paternopoli, ha già provveduto a tesserare il comico genovese, provocando reazioni di netta chiusura e contrarietà a livello dirigenziale: http://www.corriere.it/politica/09_luglio_17/grillo_tessera_avellino_58ca053a-72d2-11de-a0f6-00144f02aabc.shtml.

Dunque, questa non sembra una delle solite esternazioni e provocazioni alla maniera di Beppe Grillo, ma una seria e decisa iniziativa tesa a sconvolgere gli equilibri interni al Partito Democratico e a trasferire i cavalli di battaglia storici del “grillismo” dentro il sistema politico istituzionale. In particolare, in una intervista resa al blog Reggionelwebwww.reggionelweb.it – Grillo annuncia quali saranno le proposte che metterà in campo: “acqua pubblica, rifiuti zero, energie rinnovabili ed efficienza energetica, Internet, cemento zero, due legislature e poi a casa, il voto di preferenza, la legge sul conflitto d’interessi e sulle concessioni televisive, contro la base militare a Vicenza”.

La ”mozione Grillo”, così come è stata simpaticamente definita la sfida lanciata dal celebre blogger, sembra possedere tutti i requisiti necessari per contendere la leadership nazionale ai big storici del Partito Democratico. Anzi, sembra avere proprio una marcia in più, derivante da un approccio molto chiaro, semplice e diretto, non di tipo retorico e politicista, rispetto alle questioni concrete che sono da affrontare e risolvere e che investono la vita quotidiana dei cittadini del nostro Paese.

Il panico e lo sgomento che la clamorosa uscita di Beppe Grillo ha seminato nel gruppo dirigente del Partito Democratico, tradiscono in qualche misura un segnale di insicurezza e debolezza di un partito che sembra precipitato in uno stato di profonda crisi interna che probabilmente solo un “matto” come il comico genovese potrebbe provare a risanare. Inoltre, non è neanche detto che i vasti consensi espressi oggi a favore dell’ingresso di Grillo nel PD e della sua candidatura alla segreteria nazionale, possano in seguito tradursi in una crescita di consensi e di voti a beneficio del partito stesso.

Lucio Garofalo

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 Leghista pe(n)sante

La Lega Nord, vero e proprio “cane da guardia” del padrone di Arcore, un partito da sempre aduso ad oltraggiare e demonizzare i propri avversari, o chi non fa parte del proprio elettorato, oppure chi semplicemente non si piega e non si conforma agli schemi dogmatici del “pensiero unico”, questa volta attacca ed insulta i precari della scuola definendoli addirittura come “disadattati sociali”. Si legga, infatti, il seguente articolo: http://www.territorioscuola.com/interazioni_2/2009/07/18/2226-180709-italiani-imbecilli-la-lega-attacca-i-precari-della-scuola-disadattati-sociali/ 

Di fronte alle scellerate e incessanti offese inflitte alle istituzioni della Scuola Pubblica e alla professionalità docente, che spesso ha saputo e dovuto supplire alle inadempienze e alle mancanze dello Stato, non si può fare a meno di reagire con sdegno e decisione. Simili aggressioni, vigliacche e vergognose, provenienti da “autorevoli” ambienti legati alle forze di governo, vanno immediatamente esecrate e respinte con fermezza. Nel contempo, credo che a simili attacchi vandalici si debba replicare facendo ricorso soprattutto alle “armi”, efficacissime in questi casi, del sarcasmo e dell’ironia.

Pertanto, mi piacerebbe postare un breve intervento, a sfondo satirico, che scrissi qualche tempo fa, esattamente all’epoca – non molto remota – del ministro Mor-Attila. La quale, col senno di poi, si è rivelata davvero una dilettante, persino maldestra, rispetto all’attuale ministro, molto più abile, esperta e specializzata nel devastare e cancellare quanto di buono esiste nella scuola italiana. Segue l’articolo.

L’AZIENDUOLA

Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda!… 

Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro. 

A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera – ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”

Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”. Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono. 

Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione.

Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente (prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”.

In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci).

E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato.

La Mor-Attila (oggi la Gelmini) e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti.

Perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”. Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto!

Lucio Garofalo

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Al termine del summit internazionale tenutosi a L’Aquila nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi ha proclamato con la consueta alterigia ed enfasi retorica: “Il G8 è stato un successo, sono stati stanziati 20 miliardi per l’Africa”. In realtà, il vertice de L’Aquila si è concluso con una serie di clamorosi fallimenti rispetto agli ambiziosi obiettivi fissati nell’agenda.

Sorvoliamo il tema dei mutamenti climatici, non tanto perché secondario o marginale, quanto per concentrarci sul nodo centrale dell’economia globale rappresentato dalla frattura sempre crescente tra Nord e Sud del mondo e dalle iniziative politiche a favore soprattutto del continente africano e contro la fame nel mondo. Ebbene, su tale versante il G8 ha annunciato solo vaghi e generici impegni e proclami verbali che, come ormai succede puntualmente, verranno smentiti dai fatti.

Dunque, il vertice del G8 si è rivelato come l’ennesima operazione mediatica sbandierata come un evento persino filantropico e umanitario, con uno scopo liberale quanto pragmatico, almeno stando agli scopi dichiarati e alle enunciazioni di principio, quale la cancellazione del debito economico che strangola i paesi africani. Al di là della buona fede e delle buone intenzioni, reali o presunte, di qualche ingenuo spettatore tendenzialmente credulone e sprovveduto, a chi è per indole, vocazione e formazione intellettuale sempre vigile e critico, diffidente e malpensante, non è sfuggito il vero carattere, per nulla caritatevole e misericordioso, di tale avvenimento, ossia una finalità ipocrita e strumentale di mera propaganda ideologica.

Come altre precedenti iniziative persino spettacolari, anche questo annuncio “buonista” appare assolutamente funzionale, o comunque strumentalizzabile, ai fini di un disegno ideologico e propagandistico teso, tra l’altro, a “ripulire” la coscienza sporca della “ricca e opulenta” civiltà occidentale, per procedere infine a riabilitare un sistema economico di rapina, di espropriazione e sfruttamento materiale e intellettuale imposto a danno di miliardi di esseri umani, un sistema economico planetario che da anni è precipitato in una grave perdita di consensi, oltre che in una fase di profonda crisi strutturale.

A questo punto, mi sorge spontanea una domanda: ma chi sono i veri debitori e i veri creditori? Mi spiego meglio. L’Africa, culla del genere umano e delle prime civiltà storiche, è uno sterminato continente ricco di risorse umane e ambientali: forza-lavoro, acqua, petrolio, oro, diamanti, avorio e altre preziose materie prime. Queste immense ricchezze – non solo materiali, se si pensa al saccheggio culturale che ancora oggi subiscono le popolazioni africane – per secoli sono state depredate ed estorte ai legittimi proprietari, ossia gli africani, da parte di una ristretta schiera di superpotenze economico-imperialistiche (soprattutto europee, con l’aggiunta degli Stati Uniti, mentre il Giappone ha sempre mirato al dominio e allo sfruttamento coloniale del continente asiatico) che, in nome di una pseudo-legalità internazionale, continuano a pretendere la restituzione del cosiddetto debito economico accumulato da regimi locali dispotici e corrotti, collusi con lo strapotere occidentale, in seguito ad incessanti acquisti di armi da guerra, i cui principali produttori ed esportatori mondiali sono, non a caso, i suddetti Stati occidentali.

Se leggiamo bene la storia dell’Africa (e dell’intero pianeta) ci rendiamo perfettamente conto che è il “ricco e civile” mondo occidentale ad essere debitore, sia sotto il profilo materiale che culturale, verso i popoli africani, non il contrario. Eppure, chi espone le cose come realmente sono, ossia crudamente e senza ipocrisie, è criticato e bandito quale “nemico” dell’occidente.

Dal canto suo, il G8 ha creato uno dei paradossi più assurdi che si siano mai conosciuti, ma che esprime emblematicamente ed efficacemente la follia e le violente contraddizioni che sono alla base dell’assetto economico sociale vigente su scala planetaria. Infatti, mentre da un lato i capi di Stato riuniti nel G8 hanno pomposamente annunciato di voler abbattere il colossale debito economico (che ammonta a svariate migliaia di miliardi di dollari: una cifra spaventosa) che affoga i paesi africani e che in effetti non potrà mai essere estinto completamente dato che solo gli interessi annui stanno letteralmente strozzando lo sviluppo di quei popoli, soprattutto dell’Africa sub-sahariana e centro-meridionale, dall’altro lato dietro i proclami retorici si annidano nuove, pericolose liberalizzazioni in ambito economico internazionale.

A parte le condizioni di estrema povertà materiale in cui versa oltre un miliardo di persone che vive con meno di un dollaro al giorno, occorre evidenziare la catastrofe sanitaria provocata dalla crescente diffusione di perniciose malattie epidemiche quali l’Aids, che in occidente sono ormai debellate o sotto controllo, mentre in vaste zone del continente africano stanno causando un vero e proprio sterminio di massa a causa degli alti costi dei vaccini imposti dalle multinazionali farmaceutiche.

Ebbene, il mio profondo scetticismo scaturisce esattamente dall’analisi dell’esperienza storica, che mi induce a dubitare del valore di simili iniziative che servono, probabilmente, solo a rimuovere i sensi di colpa e la cattiva coscienza del mondo occidentale. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto finora ai paesi poveri, sia finito in parte nelle tasche dei ceti ricchi dei paesi poveri, in parte è ritornato ai ricchi dei paesi più ricchi in termini di interessi (usurai) sul debito oppure attraverso la vendita di armi.

Allora, si dirà, come sono “bravi, buoni e generosi” i bianchi occidentali, che sono persino disposti ad azzerare il debito finanziario che uccide l’Africa e il Terzo mondo in generale! Ma, domando, quale strozzino ha mai estinto, di sua spontanea volontà, il debito (o una parte di esso) contratto dalle proprie vittime? Nessuno. Eppure siamo pronti a credere che una cosa del genere possa improvvisamente accadere agli usurai dell’economia globale, soltanto perché lo ha detto la Tv, solo perché lo hanno annunciato alcuni capi di stato. Ma che ingenuità sovrumana!

Inoltre, seguendo i telegiornali, ad un certo punto ho visto scorrere le immagini dei potenti del G8, alla stregua di un vero e proprio spot elettorale. Ciò mi ha ulteriormente confermato che un obiettivo strategico di simili iniziative “benefiche”, condotte a livello verticistico, è quello di sottrarre l’iniziativa ai movimenti di base e alle masse, che evidentemente possono solamente svolgere un ruolo da spettatrici, per assegnare invece una funzione decisiva e primaria agli statisti del G8 i quali, grazie anche ai loro giullari e servitori addetti alla propaganda, possono riacquistare la credibilità e il prestigio perduti.

Tuttavia, i capi di stato del G8 non sono tanto potenti e determinanti quanto lo sono, invece, altri centri di comando e dominio “imperiale”, ovvero: le multinazionali, soprattutto quelle petrolifere, degli armamenti, dei farmaci, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altre strutture del potere economico sovranazionale. Pertanto, le migliori campagne di sensibilizzazione non si promuovono organizzando eventi di pura retorica e demagogia politica, o allestendo megaspot elettorali a beneficio dei presunti padroni della Terra, bensì costruendo dal basso percorsi di lotta, di elaborazione, riflessione e progettazione politica, in cui le masse popolari riescano ad esercitare un ruolo di protagonismo reale, attivo e consapevole, e non quello di semplici spettatori e consumatori passivi di ciò che ormai è diventato soprattutto uno dei tanti mega-spettacoli dello starsistem politico internazionale. Ovviamente, mi riferisco al summit del G8.

Questa è l’umile opinione di un cittadino del mondo che non intende conformarsi agli schemi politici e culturali dominanti, ma cerca di sfuggire alle facili suggestioni suscitate dai mass-media e da iniziative prettamente propagandistiche. In buona sostanza, il mio intento è di smascherare la natura ipocrita e mistificante di tali operazioni di portata planetaria che vengono spacciate come attestati di solidarietà e di amicizia universale, ma in realtà approfittano della buona fede e delle speranze dei popoli.

Non sono un mago né un profeta, per cui non conosco né intendo suggerire la “soluzione” rispetto ai gravi problemi che affliggono gran parte dell’umanità, come la drammatica emergenza della povertà estrema in cui versano i popoli africani. A tale scopo, comunque, non servono le iniziative quali il G8, che celano e perseguono altri interessi, orientati a vantaggio dei decisori del G8 e di quel 20 % di ricchi che consumano oltre l’80 % del reddito materiale prodotto dall’intero pianeta.

Lucio Garofalo

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L’UNICA DEMOCRAZIA OGGI POSSIBILE E PRATICABILE NELLA SCUOLA E’ LA DEMOCRAZIA A PARTECIPAZIONE DIRETTA

L’esperienza di lavoro, più che decennale, nella scuola pubblica italiana (ma credo che il discorso valga a maggior ragione anche per quella privata) mi ha insegnato, attraverso frequenti casi e circostanze assolutamente negative, che attualmente non esiste più alcun margine, né spazio di agibilità e libertà sia democratica che sindacale, e tantomeno politica, nella vita e nel funzionamento dei cosiddetti “organi collegiali”, a partire dal Collegio dei docenti, che ironicamente ho ribattezzato “degli indecenti”.

Come si è verificato in molteplici occasioni, persino le idee e le proposte che sono indubbiamente da apprezzare nel merito, in virtù delle finalità dichiaratamente a favore degli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di perplessità, di critica e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non costituiscono un aspetto secondario o marginale, né un elemento di pura formalità procedurale, in quanto i metodi e le regole formano la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit, ovvero l’assenza di regole e di trasparenza democratica, si avverte sempre più spesso sia in fase di elaborazione e di creazione progettuale, quindi in fase di discussione e di approvazione formale, sia in fase di esecuzione pratica e operativa.

Per citare un caso recente ed emblematico, che investe la scuola dove (ahimè) insegno, una delle circostanze più amare, spiacevoli ed infelici che ho registrato, concerne le modalità e le procedure decisionali adottate in merito ai cosiddetti “Corsi di recupero”.

Premesso che tali interventi compensativi sono un’iniziativa senza dubbio valida e persino eccellente, essendo finalizzata al recupero a beneficio degli alunni che nel corso dell’anno hanno evidenziato lacune, lentezze o difficoltà sul piano degli apprendimenti e dei contenuti disciplinari, è quantomeno da obiettare che la proposta sia supportata da un’ampia condivisione della base collegiale. Infatti, sono di imprescindibile necessità quelli che ad altri appaiono evidentemente come oziose e noiose procedure burocratiche da eliminare o rimuovere. Mi riferisco a quei preziosi momenti di riflessione, dibattito e partecipazione collettiva che sono valori essenziali tanto, se non più del merito stesso di un’idea o di un progetto, per quanto nobile, originale e impareggiabile possa essere.

Le procedure democratiche del confronto, della partecipazione e della ratifica collegiale non possono essere sminuite o degradate al livello di un arido formalismo burocratico, come ormai accade in molte realtà scolastiche, laddove i Collegi dei docenti sono esautorati di ogni potere di controllo e decisione, sono privati della libertà di discutere e confrontarsi sulle questioni. In tali contesti le delibere non scaturiscono da un confronto sincero, né poggiano su basi di compartecipazione e corresponsabilità corale. Ormai è evidente che gli organi collegiali sono stati svuotati e ridotti a luoghi privi di ogni libertà democratica, divenendo centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte altrove.

Nella scuola odierna, più che in quella del passato, è possibile, oltre che necessario, ripristinare e rilanciare un metodo di gestione effettivamente corale e partecipativo. In tale ottica conta molto più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si raggiunge uno scopo, ossia il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”, o “democrazia diretta”: è la democrazia suprema dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di transizione e di passaggio epocale come quelli che stiamo vivendo, la democrazia è un organismo estremamente fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini e le insicurezze derivanti dalla grave recessione economica in atto e dalla crisi sociale, mettono seriamente a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economico-politica nazionale e internazionale evidenzia simili rischi; infatti, sono in grave pericolo i diritti e le libertà democratiche delle persone.

Ebbene, in simili fasi storiche di transizione e trapasso, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia effettivamente possibile non è quella formale e rappresentativa di stampo borghese, basata sul meccanismo della rappresentanza liberale, ovvero la democrazia delle deleghe elettorali, su cui poggia il sistema politico-istituzionale tuttora vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, da rivalutare, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata nella democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia realmente possibile e praticabile. Non esistono altre forme o modalità organizzative. L’alternativa sarebbe semplicemente l’assenza di democrazia, di regole condivise e di trasparenza, ovvero la deriva verso il personalismo e l’autoritarismo, il dirigismo e il verticismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone.

Pertanto, è necessario riscoprire ed applicare un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione collettiva possibile, un metodo di organizzazione e di direzione collegiale da mettere in pratica sin dalle fasi iniziali di elaborazione e creazione di qualsiasi progetto o iniziativa scolastica che investe l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

Lucio Garofalo

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