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Archive for the ‘polizia e pulizia’ Category

Ricordate le polemiche sollevate dall’indulto concesso dal Parlamento italiano nel 2006? Ebbene, alla luce dei recenti episodi di cronaca, credo che non ci siano dubbi sul suo fallimento. Le tragiche vicende di questi giorni hanno riportato alla ribalta dell’attualità politica nazionale il tema, sempre rovente, della giustizia e della sicurezza carceraria in Italia, ossia la questione della giustizia borghese, dei diritti e della giustizia in una società ancora classista come la nostra, forse più che nel passato. A tale proposito credo valga la pena di spendere qualche parola, riflettendo a partire da alcuni dati di fatto.

Anzitutto, il provvedimento d’indulto approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano il 29 luglio 2006, venne spacciato come un legittimo e doveroso atto di clemenza e giustizia compiuto dallo stato italiano per sanare la gravissima emergenza in cui tuttora versano le strutture penitenziarie del nostro paese. Non è un caso che gli unici voti nettamente contrari siano venuti da Antonio Di Pietro e dai suoi fedelissimi iper-giustizialisti, dai codini della Lega e dai post-fascisti, ossia dai settori più apertamente reazionari e forcaioli ad oltranza presenti nel panorama politico italiano.

Il provvedimento emesso all’epoca era appunto una misura tampone, destinata a sospendere il problema in maniera temporanea, quasi a rimuovere i pesanti sensi di colpa che turbavano la coscienza sporca della classe politica dirigente, sensi di colpa derivanti dalle inaccettabili e vergognose condizioni di vita in cui è costretta la popolazione carceraria. Insomma, prima che esplodesse qualche rivolta sanguinosa si è ritenuto opportuno prevenire i danni, anziché affrontarli in seguito, quando è più difficile rimediarvi. Di primo acchito si potrebbe convenire con lo spirito di saggezza e di indulgenza che pare avesse ispirato e dettato la suddetta disposizione legislativa.

Si trattava di una misura puramente emergenziale, che tuttavia non ha risolto nulla, dato che gran parte dei detenuti rimessi in libertà nei mesi successivi all’indulto, sono progressivamente rientrati in galera, avendo ripreso a delinquere, come d’altronde era prevedibile che facessero. Arrestati e condannati una prima volta, se non più volte, molti detenuti sono stati scarcerati grazie all’indulto, per essere nuovamente arrestati, condannati e reclusi, in attesa di un nuovo sconto di pena. E’ chiaro allora che il vero scopo del condono da parte dello Stato era un altro, molto più subdolo ed ingannevole.

Alla base di un simile gesto di “clemenza” risiedeva la volontà politica di occultare la natura reale, autoritaria e repressiva dello Stato quale detentore del monopolio della forza pubblica. In quanto tale, esso impone con la violenza e con la minaccia di ritorsione, le sue leggi, le sue strutture e le sue istituzioni, le sue ingiustizie e le sue contraddizioni, facendole accettare come “diritto”, cioè come “giustizia”, “ordine costituito”, ecc. Ma il delitto non può essere trasfigurato come “regola”, l’ingiustizia non può essere spacciata come “legge”, la violenza dell’oppressione, dello sfruttamento, della miseria, dell’emarginazione, non può essere camuffata sotto la veste ipocrita del “diritto” e di un “ordine costituito”, che pertanto non possono essere messi in discussione né essere sottoposti a critica, e tanto meno essere modificati.

La logica e l’ideologia imperanti nella nostra società pretendono che si consideri la violenza, l’ingiustizia, lo sfruttamento materiale, la guerra, quali forme e fenomeni di un “ordine naturale” del mondo, che è dunque inevitabile e permanente, ossia uno stato di cose assolutamente immutabile. Eppure la società borghese in cui viviamo è totalmente sorretta ed incentrata sulla violenza e sul delitto, tutti i suoi rapporti economici e sociali sono imperniati sull’ingiustizia, sull’ipocrisia, sulla mistificazione.

Pertanto, il senso recondito di un provvedimento di indulto come quello adottato dal Parlamento nel 2006, è senza dubbio un obiettivo ideologico e strumentale. Si è trattato di un’operazione di propaganda e di mistificazione politica, tesa ad esibire il volto “buonista” e “garantista” dietro cui si ripara il vero volto del potere, l’anima brutale della violenza poliziesca e della repressione carceraria, dell’ingiustizia e della ritorsione di classe, la natura lugubre ed oscena, cinica e perversa degli aguzzini in divisa, una realtà turpe e criminale che è venuta fuori in questi giorni, per cui non si può ostentare con eccessiva disinvoltura, ma al contrario deve essere opportunamente nascosta.

La falsa clemenza, la falsa giustizia, e più un generale la falsa democrazia, servono solo a dissimulare il carattere più atroce, cruento e sanguinoso che appartiene ad una società in cui la violenza, il delitto e lo sfruttamento sono all’ordine del giorno, anzi stanno all’origine stessa della società, e si estrinsecano abitualmente in tutti i rapporti concreti della vita quotidiana degli individui, in carcere, in fabbrica, a scuola, in famiglia, dappertutto, persino nei più consueti rapporti d’amore e d’amicizia. In tal senso, l’indulto ha esibito il lato ipocrita e perbenista del sistema attualmente vigente. Non mi riferisco solo al sistema carcerario, ma all’intero sistema sociale, dominato da interessi di profitto, arricchimento e potere, che coinvolgono un’esigua minoranza di soggetti, la cui ferrea volontà condiziona pesantemente lo Stato, la legge e l’ordine, che sono una diretta emanazione storica della classe sociale al potere.

Recentemente, su un canale televisivo satellitare, hanno riproposto uno stupendo film di Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti” del 1971, interpretato da due attori straordinari, Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, calati nei panni dei due anarchici. E’ un capolavoro cinematografico di gran pregio, impreziosito da una superba colonna sonora composta da Ennio Morricone, la cui interpretazione canora è stata affidata all’incantevole voce di Joan Baez, la più importante cantautrice pop statunitense.

Al termine della visione del film, dopo essermi commosso ancora una volta, ho pensato alla dolorosa ingiustizia sofferta dai due anarchici italiani (riabilitati tardivamente, ossia post-mortem, dalle autorità nordamericane, vale a dire dagli stessi carnefici), una violenza perpetrata dal sistema politico giudiziario statunitense, da quella che viene abitualmente osannata come la più grande ed antica “democrazia” del mondo.

Che si tratti della sedia elettrica o di un’impiccagione, della ghigliottina o della fucilazione, di una decapitazione a colpi d’ascia o un’iniezione letale, ogni modalità tecnica di esecuzione della pena capitale è indubbiamente legata alle condizioni temporali e spaziali in cui vive un determinato ordinamento statale. E’ altrettanto indubbio che persino la civiltà giuridicamente più avanzata, che escluda dal suo codice penale la condanna a morte, sostituendola con un più “umano” ergastolo, e che ogni tanto conceda un’amnistia, un condono, uno sconto di pena, una grazia, mostrando in tal guisa un volto di “clemenza”, in realtà si propone solo di camuffare ipocritamente la sua natura feroce e reazionaria, mistificando l’autoritarismo e l’iniquità di fondo su cui si regge un sistema di tipo classista che ha bisogno di “normalizzare” e “legalizzare” le contraddizioni e le sperequazioni sociali e materiali esistenti.

Restando in tema, mi sovviene un altro film diretto da Luigi Magni, intitolato “Nell’anno del Signore”, uscito nel 1969. In questo film il personaggio principale è Cornacchia/Pasquino, interpretato da Nino Manfredi, uno dei migliori interpreti della commedia all’italiana. Pasquino incarnava la voce del popolo nella Roma papalina, un autore clandestino di versi satirici e irriverenti, scritti sulla statua dell’imperatore Marco Aurelio e rivolti contro il potere temporale della chiesa. Pasquino, a un certo punto del film, afferma in dialetto romanesco: “A noi rivoluzionari ce frega er core!”. Una frase ad effetto che si inquadrava nel contesto storico del biennio 1968/69, con le inevitabili implicazioni che il concetto esprimeva in un momento critico della storia italiana.

Personalmente non concordo con la tesi racchiusa nella frase di Pasquino, che probabilmente parlava a nome del regista Luigi Magni. Non sono d’accordo soprattutto per innegabili ragioni storiche. Infatti, tutti coloro che hanno messo in pratica un tale orientamento politico, attenendosi alla lettera al modello e allo spirito rivoluzionario incarnato da Pasquino e riassunto nella sua frase, hanno miseramente fallito. Si pensi, ad esempio, alle Brigate Rosse in Italia, alla RAF nella Germania Ovest, a tutte le formazioni combattenti emuli delle Br, che hanno adottato una strategia di lotta armata ferrea ed inflessibile, senza “cuore” e senza “pietà”: hanno tutti perso tragicamente.

Persino le rivoluzioni sociali e politiche inizialmente vincenti, quali la rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia, hanno condotto ad esiti rovinosi. Come mai? A mio avviso, il problema di fondo sta nel fatto che quando si rimuove “er core”, cioè l’umanità, dalla lotta e dal movimento di una rivoluzione, il rischio che si corre è esattamente quello isolarsi dal carattere e dallo spirito delle masse popolari, per diventare aridi e cinici, più crudeli e spregiudicati del potere che si intende rovesciare. Non si può sconfiggere il nemico emulandolo, altrimenti si rischia di assomigliargli troppo e si finisce per creare un sistema di potere e di oppressione più cruento ed efferato rispetto a quello abbattuto. Io credo che non si debba cercare di sovvertire e conquistare il potere, ma bisogna semplicemente negarlo e ripudiarlo tout-court, senza emularlo o eguagliarlo, evitando di farsi plagiare o sedurre, quindi corrompere, dal suo fascino malefico.

Lucio Garofalo

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Barbarie in carcere e fuori

Il barbaro assassinio di Stefano Cucchi, un giovane di 31 anni arrestato per 20 grammi di fumo e pestato a sangue dai suoi carcerieri, è assai simile alle vicende di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e ad altri casi del genere:

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html

http://www.reti-invisibili.net/aldrovandi/

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10283.

Segnalo altri link riguardanti l’assassinio di Stefano Cucchi:

http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/18667

http://www.beppegrillo.it/2009/10/stefano_cucchi.html

http://napoli.indymedia.org/node/10583

Non si tratta di episodi sporadici ed isolati, ma di sanguinosi pestaggi riconducibili ad una “regola” non scritta, una consuetudine ritenuta “normale”, praticata impunemente dai cosiddetti “tutori dell’ordine”, ossia i tutori dell’ordine costituito, di una società malata, retta sul delitto, sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla violenza legalizzata.

L’usanza squadrista di malmenare in caserma o in galera il poveraccio di turno, un’abitudine criminale che talvolta conduce alla morte del malcapitato, è un “rito” incivile e rozzo, un’“istituzione” barbara, indegna di uno Stato di diritto, che appartiene alla realtà dei regimi fascisti e dittatoriali. Si tratta notoriamente di una “prassi” seguita impunemente da chi, almeno sulla carta, dovrebbe garantire la legalità costituzionale e democratica. Invece, coloro che detengono ed esercitano il monopolio della forza pubblica, ovvero le cosiddette “forze dell’ordine”, fanno parte di una macchina repressiva costruita a scapito dei più deboli, degli oppressi e degli emarginati.

Il brutale omicidio (un omicidio di Stato, altro che “caduta accidentale”!) di Stefano Cucchi, su cui la magistratura ha aperto un’inchiesta, dimostra ancora una volta che le forze dell’ordine si accaniscono in modo vile e crudele contro gli elementi più deboli e indifesi della società, i reietti e gli emarginati, i diseredati e i miserabili, gli ultimi nella scala e nella considerazione sociale, i vinti nella spietata competizione per la sopravvivenza, vittime della disapprovazione e della condanna sociale, vittime della repressione poliziesca e carceraria, mentre non perseguono, anzi favoriscono e proteggono gli sfruttatori della povera gente, i veri corrotti e criminali, i veri aguzzini:

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10350.

Viviamo in un paese in cui i corruttori, i ricchi e i potenti fanno e disfanno ciò che vogliono e restano puntualmente impuniti: sfruttano ed umiliano il lavoro altrui, ingannano e derubano il prossimo, truffano lo Stato, evadono sistematicamente il fisco, guadagnano e riciclano denaro sporco e lo trasferiscono all’estero, e tutto ciò impunemente, beneficiando dell’ennesimo atto di amnistia offerta dallo “scudo fiscale”:

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/scudo-fiscale/scudo-fiscale/scudo-fiscale.html.

Il nuovo condono fiscale è un provvedimento varato da un governo composto da una banda filo-criminale che si conferma forte con i deboli e debole con i forti, ma che è stato approvato anche grazie alla colpevole complicità ed alla tacita connivenza di alcuni rappresentanti dell’opposizione parlamentare:

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/fisco-2/bagarre-in-aula/bagarre-in-aula.html

http://www.facebook.com/note.php?note_id=143877846601.

Lucio Garofalo

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Riporto in breve due inquietanti ed emblematici casi di cronaca della scorsa settimana.

Il primo episodio si è verificato a Milano lunedì 12 ottobre. Un uomo di origini libiche ha fatto esplodere un ordigno rudimentale di bassa potenza, contenente all’incirca due chili di esplosivo artigianale, all’ingresso della caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell’esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, nella zona di San Siro, provocando una violenta esplosione. Una compagnia di questo reggimento è attualmente dislocata in Afghanistan. Il bilancio dell’attentato è di due feriti: oltre all’attentatore, che versa in gravissime condizioni, è rimasto coinvolto un caporale di 20 anni, che ha riportato solo lievi ferite.

Il secondo episodio è accaduto a Napoli sabato 17 ottobre. In una casa del rione Sanità, nel centro storico di Napoli, un bambino di 6 anni è morto asfissiato dal monossido di carbonio generato da un braciere che la madre aveva acceso in camera per vincere il freddo. Da due settimane l’Enel aveva staccato i fili della corrente elettrica perché i genitori non riuscivano nemmeno a pagare la bolletta. Il corpo esanime del bambino è stato rinvenuto accanto alla madre agonizzante, anche lei intossicata dalle esalazioni di gas velenoso prodotto dal legno bruciato nella piccola stanza. Entrambi sono originari delle isole di Capo Verde, situate al largo delle coste del Senegal, in Africa Occidentale.

Questo tragico e raccapricciante avvenimento denuncia in modo crudo e inequivocabile la triste realtà in cui sono costretti a vivere molti stranieri immigrati nel nostro Paese.

Il reato di “immigrazione clandestina” è stato introdotto dall’articolo 10 comma bis della Legge n. 94 del 15 luglio 2009 (facente parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio 2009, n. 170. Il Decreto Legislativo è in vigore dal 3 agosto. Tale provvedimento ha indotto molte procure a sollevare rilievi e dubbi di legittimità presso la Corte costituzionale. A Torino la Procura guidata da Gian Carlo Caselli ha scritto che le nuove norme prevedono sanzioni pecuniarie irragionevoli e inapplicabili e puniscono “una mera condizione personale dello straniero”.

Il 2 luglio su Micromega, vari intellettuali, tra cui Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia e Gianni Amelio, avevano sottoscritto un “Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa”, in cui si legge: “Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti”.

Come è noto, il tema della sicurezza collegato in termini strumentali al problema dell’immigrazione clandestina, è uno storico cavallo di battaglia della Lega, che istiga ed asseconda gli istinti e i sentimenti peggiori diffusi tra la popolazione, in modo particolare tra gli strati più insoddisfatti e frustrati sotto il profilo economico e sociale.

Di fronte all’enorme tragedia rappresentata dalle nuove povertà che affliggono soprattutto gli immigrati, ma anche i settori più degradati e marginali della società italiana, persino le fasce che un tempo godevano di un relativo benessere, le questioni securitarie cavalcate in chiave elettorale dalla Lega Nord passano inevitabilmente in secondo piano. La vera emergenza è costituita dalla guerra tra i poveri e contro i poveri, non dalle finte emergenze di ordine pubblico legate al bisogno di sicurezza urbana di natura privata ed egoistica o dalle false pandemie inventate ad arte dai mass-media.

Lucio Garofalo

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Mi soffermo ancora una volta sulla questione sollevata recentemente dall’assessore alla cultura del Comune di Lioni, Salvatore Ruggiero, in un articolo apparso sul blog Tele Lioni per provare ad approfondire alcuni aspetti relativi al fenomeno del “disagio”, più esattamente mi riferisco al problema delle dipendenze da alcool e droghe di vario tipo.

Anzitutto preciso che il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata nelle nostre zone, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.

Tale scelta, che sembra coincidere con l’orientamento autoritario ed ultra-proibizionista del governo Berlusconi, non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati. È indubbio che alcune sostanze come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente accresciuta.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, ossia vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti vandalici e criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e causando una spirale di violenza. Tale riflessione va senza dubbio approfondita in altre sedi, in maniera lucida e razionale, esente da qualsiasi tipo di condizionamento, specialmente di ordine emotivo.

Non si può rimanere indifferenti, delegando ogni responsabilità ed ogni onere esclusivamente alle forze dell’ordine. Penso che si debba rilanciare l’iniziativa politica democratica per sollecitare anzitutto un’opera di analisi e di riflessione collettiva, per costruire un vasto momento di confronto pubblico che coinvolga la nostra gente, i giovani, le varie agenzie politiche, istituzionali, sociali, culturali e formative, presenti sul territorio. Credo che si debbano sostenere tutte le idee, i progetti e le azioni tese ad indagare seriamente il fenomeno delle tossicodipendenze per conoscerlo nelle sue effettive dimensioni locali e nella sua reale consistenza e pericolosità sociale.

A tale scopo si dovrebbe finalmente porre in essere l’istituzione di un “osservatorio territoriale” formato soprattutto da elementi esperti, ossia da una serie di figure professionali – psicologi, sociologi, medici, educatori ed operatori di strada -, ma anche da rappresentanti della politica locale. Tale gruppo dovrà essere messo in condizione di studiare con efficacia il fenomeno, agendo con cautela nei riguardi delle famiglie interessate, per dare risposte incisive e concrete ai soggetti in difficoltà. Occorrerà discutere e decidere se questo “osservatorio” possa avere un raggio d’azione sovra-comunale, e da quali istituzioni potrebbe e dovrebbe essere promosso e finanziato.

Si tratta quindi di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte brutali, repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune – come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti” – , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere educativo e socio-culturale, da un lato, ed una grave emergenza medico-sanitaria, dall’altro.

Sulla base di quanto detto finora, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

1)    avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

2)    intraprendere una serie di azioni per mettere il nostro territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica nelle nostre zone, di fronte al degrado esistente. A tale riguardo si potrebbe chiedere all’ASL-AV1 l’istituzione di un Sert nel territorio dell’Alta Irpinia, dato che il più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di sollecitare un serio dibattito pubblico a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che richiede nuovi ed incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, che finora non sono ancora stati concepiti, e tantomeno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate. 

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie, e tantomeno inutili o superflue.

È noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, della condizione esistenziale giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale. Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà e dell’adolescenza descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale.

Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto – sia esso il padre, il professore, il mondo degli adulti in generale – l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino.

Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione. 

E’ possibile che tale processo di maturazione ed emancipazione non si concluda mai, nel senso che una personalità davvero libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, ribellarsi e disobbedire, per difendere e riaffermare la propria dignità, libertà e vitalità.

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in generale, di un simile atteggiamento e un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e disobbedienza, un complesso di sentimenti ed attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della personalità umana. Mancando tali dinamiche psicologiche ed esistenziali, temo che ci si debba allarmare, in quanto non avremmo formato una personalità effettivamente autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può causare una situazione davvero preoccupante? Secondo gli psicologi, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, ossia in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando genera una condizione estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale. 

In questa visione complessiva, le tossico-dipendenze (intese in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituiscono una delle manifestazioni patologiche, devianti e autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, autonomo e maturo, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica e del soggetto in crisi. 

Anche nelle nostre comunità negli ultimi anni il fenomeno delle tossicodipendenze giovanili – che, ripeto, si configurano soprattutto nella forma dell’alcool-dipendenza, ma non solo – è cresciuto a dismisura ed è estremamente avvertito all’interno della nostra realtà quotidiana. Ciò vale per l’intero territorio circostante, che fa capo a Lioni.

A questo punto, proviamo ad esaminare le cause che si presume possano essere all’origine della condizione del “disagio giovanile”, nello specifico delle realtà locali. In linea di massima, i principali fattori che possono determinare situazioni di disagio e, degenerando, di devianza, sono riconducibili (sinteticamente e schematicamente):

  1)    alle problematiche ed alle contraddizioni familiari;
  2)    alla marginalità socio-economica;
  3)    alla deprivazione culturale;
  4)    alla carenza, sul territorio, di offerte di socializzazione e di aggregazione nel tempo libero;
  5)    all’assenza ed alla genericità dei programmi di formazione professionale;
  6)    ad atteggiamenti di emulazione di fronte alla devianza.

Le cause sopra elencate sono state rilevate e descritte in “Un’indagine sulla condizione giovanile nelle province di Avellino e Benevento”, un prezioso documento dal titolo “Giovani e condizionamenti ambientali”, patrocinato dal Consorzio Interprovinciale Alto Calore, la cui stampa risale al mese di Marzo 2000 (sono riuscito a leggerne una copia disponibile presso il servizio Informagiovani di Lioni). Tale analisi si conferma valida anche nell’odierna situazione, considerando i tragici episodi che hanno segnato la cronaca locale degli ultimi anni nelle zone dell’Alta Irpinia.

Non m’illudo di aver esaurito un argomento tanto vasto, complesso e difficile, né di aver fornito la soluzione “magica” per una simile emergenza sociale. Tuttavia mi auguro di riuscire a lanciare un input utile a promuovere una riflessione più ampia e approfondita, ma soprattutto corale, in merito a problematiche che ormai fanno parte della nostra realtà quotidiana, che lo si voglia riconoscere o meno.

Lucio Garofalo

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Ovvero come fare la festa alle donne

Scoperta una ronda notturna fascio-leghista che pratica ripetuti stupri collettivi ai danni di una donna magrebina immigrata clandestinamente in I-ta(g)lia. Il suo nome (della donna, non della ronda) è Rondina Magrebina. La denuncia è stata inoltrata direttamente al ministro degli interni, meglio noto come Mi-sono-rotto-i-Maroni, il quale ha dichiarato: “Si tratta di una bravata goliardica, dovuta a uno sbalzo ormonale collettivo provocato dall’eccezionale avvenenza della donna mediterranea”. Dunque, niente più “castrazione chimica”, bensun riconoscimento e una conferma della virilità e dell’esuberanza degli ormoni sessuali padani. Questo è quanto si evince dalle parole deliranti pronunciate dal ministro in difesa della ronda padana in preda a furor testosteronico. (To be continued)

Il racconto appena trascritto potrà apparire ironico, assurdo e surreale, ma non lo è.

Personalmente temo che, come sovente accade in I-ta(g)lia, il rimedio si rivelerà peggiore del male, nel senso che procurerà altri problemi ben più gravi di quelli che si spera di risolvere. E’ arcinoto che la maggior parte delle violenze sessuali, in Italia, avviene tra le mura domestiche. Un simile dato statistico dovrebbe quindi indurre le autorità a consegnare alle ronde antistupri le copie delle chiavi di casa di tutti i cittadini italici? No di certo! È evidente che ai nani infami Berlusconi e Maroni non importa nulla delle violenze commesse ai danni delle donne, ma tali violenze sono solo un pretesto demagogico-propagandistico per attuare e completare il progetto di fascistizzazione e militarizzazione del (brut)Paese. Il significato originario dell’8 marzo, in questo caso, è totalmente fuori luogo, cosicché la tradizionale festa delle donne si ritorce e si tramuta in una classica “festa alle donne”.

In realtà, il paragone più adatto e calzante per spiegare e comprendere l’istituzione delle ronde razziste, inserita nel decreto legge “antistupri” approvato d’urgenza dal governo del neoduce il 20 febbraio scorso, è senza dubbio quello con le milizie dell’epoca mussoliniana. Senza offesa (ma nemmeno nostalgia) per lo squadrismo fascista del famigerato Ventennio. Tale decreto legislativo rischia, nella meno assurda delle ipotesi, di legalizzare e autorizzare comportamenti di natura squadrista e violenta, ossia soprusi, abusi e prepotenze degne del peggior branco di bulli da strada. A chi sostiene che le ronde sono armate solo di cellulare e sono tenute ad informare le prefetture e le forze dell’ordine segnalando eventuali abusi, reati o violenze, si può rispondere che pure le squadracce di Mussolini e Hitler sorsero con buoni propositi ma poi… la storia la dovremmo conoscere tutti (uso il condizionale in maniera non casuale). Ebbene, il governo del neoduce e bandito di Arcore ha riesumato, sotto una veste nemmeno tanto nuova e inedita, le famigerate bande nazi-fasciste.

L’istituzione per decreto legge delle ronde vedrà sorgerne di tutti i colori: verdi, nere (addirittura a Trieste si sa di ronde che si vorrebbe intitolare allo squadrista e gerarca fascista Ettore Muti), bianche rosse e verd(on)i, brune, rosa, ecc. Insomma, una proliferazione crescente e inarrestabile. Assisteremo anche alla creazione di ronde vaticane formate da prelati, chierici, monaci e persino suore di clausura in vena di escursioni notturne?

Ebbene, prima di concludere questo bel quadretto nazionale vorrei suggerire la costituzione di ronde vigilanti in Parlamento e a Palazzo Chigi, insomma nelle stanze del potere che ormai nessuno controlla. Sono certo che potrebbero scaturirne scoperte molto interessanti quanto raccapriccianti.

Lucio Garofalo

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A PROPOSITO DI “EMERGENZE”
“Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”
(Pier Paolo Pasolini)
 
In merito ad alcuni appelli e comunicati apparsi sul blog della cosiddetta “Comunità Provvisoria” mi permetto di muovere alcune obiezioni personali. Non serve a nulla attaccare i pezzi da novanta, firmare appelli contro Napolitano o prendersela con Realacci, Bertolaso & soci. Ci penserà la magistratura a fare piazza pulita dei “rifiuti politici”. Il problema vero è un altro.
Questi signori nominati in continuazione da Arminio, specialmente il cavaliere di Arcore, rischiano di assumersi ben altre responsabilità, molto più gravi e deleterie per la già fragile e monca democrazia italica.
La cosiddetta “emergenza rifiuti” è ormai diventata un facile e comodo pretesto per innescare un’altra “emergenza” molto più esplosiva e pericolosa. Mi riferisco ad una vera e propria emergenza democratica.
Quando un paese che si proclama “democratico” come l’Italia, per affrontare e risolvere un problema come quello dei rifiuti, che dovrebbe essere gestito facilmente in termini di normale amministrazione (come avviene in tutti i paesi davvero civili), minaccia di ricorrere alle forze armate e alla mano dura, ordinando alla polizia di manganellare le donne e addirittura i bambini inermi, significa che non viviamo più in un sistema democratico ma in un vero e proprio stato di polizia.
Se poi questa vertenza “locale” che è ormai diventata di ordine pubblico, la inquadriamo in un contesto più globale e complessivo, in cui riscontriamo altre tessere che appartengono allo stesso mosaico, ossia altre questioni che vengono trattate e affrontate come emergenze di ordine pubblico, sul piano puramente repressivo e militare, allora è facile dedurre in maniera sillogistica che siamo prossimi all’avvento di un regime autoritario  e poliziesco, vale a dire prossimi al criptofascismo.
Mi riferisco al tema della “sicurezza”, al pacchetto di norme e provvedimenti di legge che introduce, solo per citare un esempio emblematico, il reato di “immigrazione clandestina”. Provvedimenti che tradiscono e rivelano la matrice ideologica eversiva e anticostituzionale che ispira le risposte brutali e criminogene del governo.
Mi riferisco anche alle campagne di allarmismo mediatico e psicologico che hanno contribuito ad istigare e assecondare i peggiori istinti della gente. Campagne che hanno evocato e suscitato un clima razzista, autorizzando e scatenando tutte le pulsioni securitarie, xenofobe e violente, prima latenti. Per la serie “quando il rimedio è peggiore del male”! Ma siamo solo all’inizio…
Concludo affermando che la “mano dura” adottata contro gli immigrati e contro le popolazioni locali che protestano per salvaguardare il proprio territorio dallo scempio delle discariche, è solo un segnale che indica la vera natura di un governo “forte con i deboli e debole con i forti”. Questa è sempre stata la principale caratteristica di tutti i governi di stampo fascistoide, di tutte le tendenze politiche autoritarie, di matrice demagogica e populista.
Infatti, non mi aspetto la medesima fermezza e durezza in materia, ad esempio, di evasione fiscale o di altri interessi legati ai poteri realmente forti ed influenti che condizionano da sempre il destino di questo sciagurato paese che è l’Italia. Una nazione il cui processo di “unificazione” fu soprattutto opera, non a caso, di due tendenze occulte, cospirative ed eversive, quali la massoneria e la mafia. Non a caso, lo Stato italiano, inteso come istituzione ufficiale, è ancora oggi l’involucro esterno sorto a protezione del peggiore capitalismo affaristico di origine criminale, retto sul potere massonico-piduista e della malavita organizzata, di tipo mafioso e camorrista.
Non è un caso che oggi riscuotano uno straordinario successo di critica e di pubblico due film come “Gomorra” e “Il Divo”, attualmente in fase di proiezione in tutte le sale cinematografiche italiane. Due opere che suggerisco di vedere.
 
Lucio Garofalo

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TROPPE (ECO)BALLE!

Intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti esplosa drammaticamente a Napoli e in Campania, credo sia il caso di soffermarsi a meditare con calma e lucidità per smaltire tutte le balle, le menzogne e le mistificazioni strumentali che ci hanno raccontato negli ultimi tempi senza risparmio. Balle montate e gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa e della (dis)informazione di regime, sia dalle forze politiche di governo, locali regionali e nazionali, composte da varie formazioni e aggregazioni, sia che si tratti di coalizioni targate centro-destra, sia che si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare.

E’ senza dubbio opportuno e salutare porsi alcuni interrogativi più che legittimi, per confutare le tante, troppe (eco)balle ideologico-propagandistiche che ci stanno propinando da mesi allo scopo di occultare e mistificare la verità, mentre si provvede ad inasprire, enfatizzare e pilotare una crisi “emergenziale” che permane ormai da troppo tempo, in quanto dura non da 15 mesi, bensì da 15 anni!

La prima domanda (la madre di ogni quesito) da porsi, senza indugi o esitazioni, è la seguente: cui prodest?

A chi giova la terribile ed implacabile logica emergenziale che si tenta ormai di imporre con ogni mezzo, ricorrendo non solo alla disinformazione di massa, alla manipolazione strumentale e quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista, ma anche al ricatto, alla forza bruta e alla violenza repressiva istituzionalizzata? Perché si insegue a tutti i costi lo scontro fisico e frontale e non, invece, il dialogo pacifico e civile con le popolazioni locali della Campania?

A chi fa comodo creare e gestire una situazione così caotica, assurda ed irrazionale, al limite della peggiore dittatura? Peggiore di ogni fascismo dichiarato e di ogni aperto totalitarismo perché più subdolo ed ipocrita, in quanto si tratta di un totalitarismo reale ed effettivo, esercitato concretamente, ma formalmente protetto e camuffato nelle vesti di una falsa “democrazia”.

Dunque, cui prodest? A chi conviene tale situazione di conflittualità permanente?

Consegno ai posteri la nemmeno tanto ardua sentenza…

Ormai è evidente che ci stanno raccontando troppe (eco)balle!

La cosiddetta “emergenza rifiuti” è solo un facile e comodo pretesto per instaurare nel paese una svolta drastica e radicale in senso autoritario e antidemocratico.

D’altronde, anche in Parlamento è stata cancellata ogni forza di opposizione. Resta in campo solo la finta ed evanescente “opposizione” di Veltroni & soci.

Quello che accadde a Genova, nel luglio 2001, rischia di essere un trastullo per bambini. Sono in procinto di essere applicati un vero e proprio stato di polizia permanente e un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova “strategia della tensione”, riproposta in salsa mista, mescolando istanze e pulsioni xenofobe e razziste, urgenze e crisi di stampo sicuritario, con altre vertenze esplosive quali le contraddizioni e le emergenze derivanti dalla pur drammatica, innegabile e concreta questione dei rifiuti.

Suggerirei di rileggere e riflettere su quanto scriveva Antonio Gramsci a proposito del “sovversivismo delle classi dirigenti”. Inoltre, a suo tempo (cioè oltre 25 anni or sono) la mente geniale e “profetica” di Pier Paolo Pasolini aveva già preconizzato l’avvento di un nuovo tipo di fascismo, a condizione che questo si auto-proclami “democratico” e si mascheri sotto le mentite spoglie dell’“antifascismo”.

Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia oggi è anzitutto quella democratica!

Per rendervi conto direttamente con i vostri occhi vi invito a visitare il seguente link: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/scontri-chiaiano/1.html

Lucio Garofalo

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